Insurrezione nella Thailandia del Sud

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Insurrezione nella Thailandia del Sud
Souththailandmap.GIF
Le regioni meridionali della Thailandia con indicata la distribuzione etnica.
Data dal 1909 a fasi alterne, con aggravamento nel 2004 e tuttora in corso
Luogo sud della Thailandia (province di Pattani, Yala e Narathiwat)
Schieramenti
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L'insurrezione nella Thailandia del sud è una rivolta etnica separatista in corso nella Thailandia, iniziata nella provincia meridionale di confine a prevalenza malese e islamica di Pattani ed estesasi poi alle vicine province di Yala e Narathiwat. Anche se l'attività dei gruppi separatisti è in atto da decenni nella regione, la fase più violenta è iniziata nel 2004.

Le popolazioni musulmane in Thailandia comprendono circa il 5,5% della popolazione totale,[1] sono principalmente di etnia malay e sono concentrate soprattutto nelle province ai confini con la Malesia di Narathiwat, Pattani, Yala, Songkhla e Satun. Altre consistenti comunità islamiche si trovano a Bangkok e nelle altre province della Thailandia del Sud.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Malgrado la conquista dei territori di frontiera risalga ai tempi del Regno di Sukhothai (1238-1438) e sia sempre stata rispettata dai siamesi la libertà religiosa dei musulmani, spesso vi sono state ribellioni e spinte autonomiste. L'Islam fu introdotto nella penisola malese da navigatori musulmani indiani nel XII secolo e tra i primi sovrani che si convertirono vi furono quelli di Kedah e Terengganu. All'inizio del XV secolo fu fondato il Sultanato di Malacca, che nel giro di alcuni decenni diffuse il credo musulmano sunnita verso Giava e verso il nord della penisola malese.[2] Tradizionalmente una delle più importantri città della fede theravada, Nakhon Si Thammarat divenne la roccaforte buddhista contro l'avanzata dell'Islam e l'espansione dei sultanati malesi. Il Regno siamese di Ayutthaya, di cui Nakhon Si Thammarat era tributaria, in seguito si espanse nuovamente verso sud, ma le popolazioni rimasero musulmane.[3] I sovrani di Nakhon Si Thammarat contribuirono a diffondere l'influenza del Regno di Ayutthaya nella penisola anche nei secoli successivi,[4] ma furono solo occasionalmente in conflitto con i sultani malesi, ai quali spesso si legarono con una mirata politica dei matrimoni.[5]

La maggior parte dei musulmani si integrarono nella società thai, ma vi furono spesso rivolte contro l'autorità siamese. Nei territori delle odierne province di Narathiwat, Pattani e Yala, zona conosciuta come regione di Patani, si sarebbero in seguito formati gruppi autonomisti. Questa zona costituiva il sultanato semi-indipendente di Pattani, vassallo siamese da diversi secoli. Tra le varie problematiche denunciate da tali gruppi, vi è l'abolizione della dinastia del sultano nel 1786,[1] ordinata da re Rama I per sopprimere le rivolte locali che ebbero origine con la distruzione di Ayutthaya per mano dei birmani nel 1767.[6]

Con la riforma che fece del Siam uno Stato centralizzato introdotta durante il regno di Rama V, nel 1901 i sultanati del sud furono posti sotto la giurisdizione del monthon di Nakhon Si Thammarat e il sistema di tributi con cui i regni vassalli erano legati alla capitale Bangkok fu sostituito con un normale regime di tassazione. I sultani locali, vistisi privare dell'autonomia, diedero vita a ribellioni ma la maggior parte di essi fu costretta ad accettare il nuovo sistema in parte con l'uso della forza e in parte con il riconoscimento di una pensione annua ed altri privilegi. Il sultano di Pattani rifiutò queste condizioni e fu imprigionato per due anni per aver continuato a ribellarsi. Quando tornò in libertà, con la promessa di rinunciare alle rivendicazioni, si rifugiò invece nel Kelantan e sia lui che i suoi discendenti non hanno mai smesso di ribellarsi. Il malessere nel sud fu recepito dal governo centrale, che nel 1906 riorganizzò i sultanati in un apposito nuovo monthon.[7]

Nuove rivolte scoppiarono per l'assenza di legali rappresentanti dei sultani alla firma del trattato anglo-siamese del 1909, che sancì l'attuale frontiera tra la Thailandia e la Malesia.[1] In virtù di questo trattato, i siamesi cedettero ai britannici Kelantan, Terengganu, Perlis, una parte di Kedah e le isole adiacenti,[8] mentre gli altri territori a maggioranza musulmana più a nord dovettero rassegnarsi al dominio siamese. La rivoluzione siamese del 1932 impose alla dinastia Chakri la concessione della monarchia costituzionale, che vide il potere dei sovrani ridursi allo svolgimento di formalità amministrative e cerimoniali. Il sistema dei monthon fu smantellato ed entrarono in vigore le province; i territori degli ex-sultanati furono suddivisi nelle province di Pattani, Yala e Narathiwat.[7] La repressiva politica nazionalista del dittatore thailandese Phibun contribuì alla formazione di oltre 20 gruppi separatisti, che furono attivi dal 1940 al 1990.[1]

Aggravamento della crisi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo alcuni anni di relativa calma, si è assistito al ritorno di gravi episodi di terrorismo nella zona, che hanno portato nel 2001 all'assassinio di 19 poliziotti thai e a 50 gravi incidenti collegati ai gruppi separatisti.[1] La situazione è peggiorata negli anni successivi ed è stata dura anche la risposta delle forze di sicurezza thailandesi, che in diverse occasioni hanno calpestato i diritti umani della popolazione provocando grosse manifestazioni di protesta; dal gennaio all'ottobre del 2004 vi furono oltre 500 vittime collegate alla ribellione malay.[1] Particolarmente grave fu l'incidente di Tak Bai, occorso il 25 ottobre del 2004 nella provincia di Narathiwat, quando 85 dimostranti furono uccisi, 78 dei quali furono stipati e morirono soffocati all'interno dei camion delle forze di sicurezza.[9] Fino ad allora, il governo dell'ex premier Thaksin Shinawatra aveva considerato la situazione frutto del banditismo locale, ma l'aggravarsi della situazione spinse Thaksin ad emanare una legge marziale nel luglio del 2005.

Malgrado gli sforzi governativi ed i frequenti colloqui di pace, la situazione ha continuato ad aggravarsi. Nel 2006 vennero chiuse più di 1.000 scuole, nel timore di azioni terroristiche.[10] Nel settembre dello stesso anno, il governo del nuovo premier Surayud Chulanont, ha affidato al comandante dell'esercito Sonthi Boonyaratkalin speciali poteri esecutivi per combattere i disordini.[11] Durante il governo di Abhisit Vejjajiva, il Ministro degli Esteri Kasit Piromya espresse ottimismo e si disse fiducioso di portare la pace nella regione entro il 2010 ma, entro la fine di tale anno, la violenza legata all'insurrezione risultò invece in aumento.

Nel marzo 2011, il governo ammise che la violenza non aveva subito flessioni e che la situazione non poteva essere risolta nel giro di pochi mesi. Nel febbraio del 2012, il Ministero dell'Interno thailandese offrì 7,5 milioni di baht alle famiglie delle vittime. Nella crisi legata alla ribellione dei musulmani, tra il gennaio del 2004 ed il gennaio del 2012 furono uccise 5.243 persone, tra cui 4.363 civili innocenti, e 8.941 furono ferite. Molte delle vittime erano insegnanti.[12]

I colloqui di riconciliazione tra le parti in causa non hanno dato risultati tangibili. La situazione nelle tre province meridionali di Pattani, Yala e Narathiwat rimane critica e la legge marziale resta in vigore.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f (EN) Unrest in South Thailand: Contours, Causes, and Consequences Since 2001, nps.edu., studi del 2005 sulla situazione nel sud della Thailandia sul sito web della Marina degli Stati Uniti
  2. ^ (EN) Tan Ta Sen, Cheng Ho and Islam in Southeast Asia, Institute of Southeast Asian Studies, Singapore, 2009, p. 229, ISBN 978-981-230-837-5.
  3. ^ (EN) Library of Congress. Federal Research Division, Thailand, a country study, in Barbara Leitch LePoer (a cura di), Area handbook series, vol. 550, ediz. 53 di DA pam, 6ª ediz., The Division, 1989, pp. 4-5.
  4. ^ (EN) A.A. V.V,, Southeast Asia: A Historical Encyclopedia, from Angkor Wat to East Timor, a cura di Keat Gin Ooi, ABC-CLIO, 2004, pp. 787-788, ISBN 1576077705.
  5. ^ Montesano e Jory, 2008, pp. 58-67
  6. ^ (EN) A. Teeuw, D. K. Wyatt, Hikayat Patani the Story of Patani, Springer, 2013, pp. 17-23, ISBN 978-94-015-2598-5.
  7. ^ a b Montesano e Jory, 2008, pp. 125-126
  8. ^ (EN) Siam. Treaty with Great Britain (PDF), images.library.wisc.edu. URL consultato il 22 settembre 2017.
  9. ^ (EN) Thailand: New Government Should Ensure Justice for Tak Bai, Amnesty International.
  10. ^ (EN) Over 1,000 schools closed, The Nation.
  11. ^ (EN) Army commander's powers to rise: Thai Deputy PM, en.ce.cn.
  12. ^ (EN) South violence enters 9th year, Bangkok Post, 5 gennaio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]