Il passero solitario

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Canti (Giacomo Leopardi).

Il passero solitario
Autore Giacomo Leopardi
1ª ed. originale 1835
Genere poesia
Lingua originale italiano

Il passero solitario è una poesia di Giacomo Leopardi probabilmente scritta negli anni 1829-1830 (sulla datazione del poema, comunque, esiste un ampio dibattito).

Nel componimento Leopardi vede sulla torre campanaria di Recanati un passero, e riflette su un'identificazione malinconica tra l'uccello e se stesso: entrambi, infatti, sono destinati a condurre un'esistenza solitaria. Il passero solitario, desiderando la solitudine per natura, non percepisce tuttavia il suo dolore e dunque non può che provare felicità: Leopardi, al contrario, è purtroppo consapevole di non godersi gli anni della sua giovinezza, che rimpiangerà quando sarà anziano.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Lolli, Ritratto di Giacomo Leopardi (1826)

Il passero solitario, testo del quale non ci è giunto né l'autografo né la data di composizione, costituisce l'unica eccezione nella cronologia dei Canti. Nell'edizione napoletana dei Canti del 1835 il poema è collocato all'undicesimo posto, come prologo agli Idilli e subito prima dell'Infinito. Questa collocazione incipitaria ha inizialmente lasciato supporre i critici che il poema fosse stato composto nel 1819, anche perché in quell'anno Leopardi citò il passero solitario in un appunto ove segnò un elenco di argomenti di possibili idilli futuri:

« Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendendo per essa si perdono tosto di vista, altra immagine dell’infinito »

Tra i primi a mettere in dubbio questa datazione vi fu il critico Angelo Monteverdi, secondo cui Il passero solitario, presentando una metrica e una stilistica che sono inequivocabilmente vicini ai canti pisano-recanatesi, sarebbe stato composto nel 1831.[1] Ben pochi critici letterari, d'altronde, si sono astenuti dal contribuire alla vexata quaestio della datazione del poema: Umberto Bosco ha proposto l'ipotesi di una composizione successiva al periodo fiorentino e portata avanti sino al 1835, anno in cui il poema apparve nell'edizione Starita, mentre Giovanni Getta e Paulette Reffienna hanno convenuto per un'elaborazione conclusasi nel 1829. Walter Binni ha proposto una collocazione nel giugno-luglio del 1829, periodo assai vicino o di poco posteriore alla festa di San Vito (patrono di Recanati), esplicitamente citata nel poema, accettando tuttavia la verosimile ipotesi che il poema sia stato poi ulteriormente rimaneggiato a distanza di tempo.[2] Binni, in particolare, fonda la propria tesi su un passo dello Zibaldone che dal punto di vista tematico assomiglia molto al Passero solitario:

« Memorie della mia vita. – Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventú, in casa, senza vedere alcuno: che gioventú! che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole »

(Giacomo Leopardi[3])

Contenutistica[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile della chiesa di Sant'Agostino a Recanati

Nella prima strofa Leopardi descrive un gioioso paesaggio bucolico in cui tutti gli esseri viventi esultano per il ritorno della primavera: i greggi di pecore belano, le mandrie muggiscono e, soprattutto, si scorgono stormi di uccelli che volano insieme nel cielo sereno. In questo quadretto idillico emerge la figura di un passero che, appollaiato sul campanile della chiesa recanatese di Sant’Agostino (vari biografi di Leopardi attestano che effettivamente quella torre era abitata da un «passero solitario»), «pensoso in disparte il tutto mira» (v. 12). L'uccello cui si riferisce il poeta non è il passero comune, ma proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una sorta di merlo dal piumaggio azzurrino che usa vivere proprio sui vecchi palazzi delle città, ripudiando la vita di gruppo. Quest'uccello non partecipa all'atmosfera di rinnovamento dovuta alla bella stagione, bensì guarda i propri simili in disparte, assorto nei propri pensieri, diffondendo il proprio canto melodioso per la campagna fino al tramonto.[4]

Nella seconda strofa Leopardi stabilisce un parallelismo tra la propria condizione e quella del passero solitario. Così come il volatile trascorre solitario la primavera, Leopardi si rifiuta di godere dei passatempi caratteristici della gioventù, sentendosi del tutto incompreso e diverso dagli altri ragazzi del villaggio. L'estraneità che Leopardi si è diagnosticato in questi versi, infatti, si contrappone all'immagine degli altri giovani recanatesi che, animati da un interno fervore, corrono per le strade del borgo a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga illusione di felicità. Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell'aria di divertimento così aliena, avviandosi verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati. Egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita, e il sole che tramonta e «par che dica / che la beata gioventù vien meno» (vv. 43-44) gli fa capire che, quando giungerà alla vecchiaia, rimpiangerà il mancato godimento degli anni migliori della giovinezza, perché «diletto e gioco / indugio in altro tempo» (vv. 38-39).[5]

Con la strofa finale ritorna l'immagine del passero. Leopardi si rivolge nuovamente al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce poiché vive seguendo il suo istinto, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità. Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici del vero: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che, rendendo il «dì presente più noioso e tetro» (v. 55), toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l'esistenza dell'uomo.[5]

Stile e modelli letterari[modifica | modifica wikitesto]

Il passero solitario presenta un'atmosfera lirica ed indeterminata e un lessico che evoca efficacemente quel senso di vago e indefinito tanto caro alla poetica leopardiana: vago è infatti il paesaggio in cui si trova il poeta («alla campagna ... vai», vv. 2-3), e analogamente la torre campanaria ove è appollaiato il passero è qualificata dall'aggettivo «antica» (v. 1), con il quale si ottiene un effetto di lontananza sia spaziale che temporale. Il ritmo, se all'inizio è più alacre e festivo, rallenta negli ultimi versi risolvendosi in una cadenza malinconica, accentuata anche dagli incisi e dal peso amaro dei versi («pentirommi», «volgerommi»). Il passero solitario, per il resto, è una canzone ripartita in tre strofe di sedici, ventotto e quindici versi, per un totale di cinquantanove versi.

Ne Il passero solitario, inoltre, sono rintracciabili numerosi modelli e riferimenti letterari. Nei primi versi del componimento troviamo due riferimenti a Francesco Petrarca (assai presente in molti testi leopardiani): il primo è al v. 1 («cantando vai» riprende il sonetto 353 del Canzoniere petrarchesco, Vago augelletto che cantando vai), mentre il secondo è v. 2 («solitario» rinvia all'incipit del sonetto 226 dei Rerum vulgarium fragmenta). L'«intenerisce il core» al settimo verso è una citazione dantesca dell'Inferno («Era già l'ra che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core»), mentre il verso «Odi greggi belar, muggire armenti» riprende letteralmente un passo della traduzione dell'Eneide di Annibal Caro.[6]

Secondo Maria Corti, in particolare, la fonte letteraria che più ha ispirato il poeta per la stesura de Il passero solitario è l'egloga VIII dell'Arcadia di Jacopo Sannazaro, affine sia stilisticamente che contenutisticamente al testo leopardiano.[5] Tale tesi è avallata dalle seguenti somiglianze tra Il passero solitario e il testo sannazariano, riassunte nella tabella qui proposta:

Egloga VIII, vv. 37-42, testo integrale Egloga VIII Il passero solitario

« Questa vita mortale al dì somigliasi,
il qual, poi che si vede giunto al termine,
pien di scorno all'occaso rinvermigliasi.
Così, quando vecchiezza avvien che termine
i mal spesi anni che sì ratti volano,
vergogna e duol convien c'al cor si germine »

«occaso [che provoca la similitudine
tra il giorno e la vita mortale]»
«il Sol…cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno»
«quando vecchiezza avvien che termine» «se di vecchiezza / la detestata soglia»
«i mal spesi anni che sì ratti volano» «Che di quest'anni miei?»
«vergogna e duol» «Ahi, pentirommi, e spesso, /
Ma sconsolato, volgerommi indietro»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Binni, p. 409.
  2. ^ Binni, p. 410.
  3. ^ Leopardi, Zibaldone, p. 2979, 2 dicembre 1828.
  4. ^ Luca Ghirimoldi, "Il passero solitario" di Leopardi: parafrasi e note, OilProject. URL consultato il 7 dicembre 2016.
  5. ^ a b c Alessandro Cane, Leopardi, "Il passero solitario": testo e analisi, OilProject. URL consultato il 7 dicembre 2016.
  6. ^ Sambugar, Salà, pp. 45-46.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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