Paralipomeni della Batracomiomachia

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Opere di Giacomo Leopardi.

Paralipomeni della Batracomiomachia
Leopardi lolli.jpg
Leopardi
Autore Giacomo Leopardi
1ª ed. originale 1831
Genere poema
Sottogenere eroicomico
Lingua originale italiano
Omero, a cui si suole attribuire, nonostante alcune opinioni contrarie, la paternità della Batracomiomachia

I Paralipomeni della Batracomiomachia sono un ampio poemetto satirico in ottave scritto da Giacomo Leopardi a partire dal 1831 durante il suo soggiorno napoletano. Si presenta come continuazione: paralipomeni viene usato, come già in ambito biblico, per indicare un'aggiunta di cose precedentemente tralasciate (dal greco paraleipómena, a sua volta da paralèipô, appunto omettere, tralasciare[1]) alla Batracomiomachia (Battaglia dei topi e delle rane, dal greco bátrachos (rana), mys (topo) e máche (battaglia), poemetto ellenistico erroneamente attribuito a Omero - di qui l'uso di chiamarlo Batracomiomachia pseudomerica - e già tradotto anni prima da Leopardi.

Intento satirico[modifica | modifica wikitesto]

Il poemetto leopardiano discute, sotto la veste favolistica, gli avvenimenti politici del 1820-21 e il fallimento dei moti rivoluzionari, satireggiando austriaci (rappresentati dai granchi, alleati delle rane), Borbone (rane), e gli insorti liberali napoletani (i topi).

La trama[modifica | modifica wikitesto]

I liberali-topi, sconfitti dalle rane-pontificie e dai granchi-austriaci, eleggono su base costituzionale il re Rodipane, di cui diventa primo ministro il conte Leccafondi, intellettuale progressista e impegnato in politica; i granchi intervengono per reprimere questo regime, di cui non possono tollerare l'esistenza, mettendo in rovinosa fuga i topi. Il conte Leccafondi allora va in esilio per cercare aiuto per la sua patria oppressa, incontra Dedalo, e scende persino nel regno dei morti a chiedere consiglio ai topi defunti, che però rispondono alle sue domande con una fragorosa risata. Alla fine essi gli consigliano di rientrare in patria e rivolgersi al generale Assaggiatore. Leccafondi riesce a ritornare a Topaia e dopo mille insistenze ad ottenere l'aiuto di Assaggiatore. Il poemetto si interrompe qui, perché come spiega Leopardi, al manoscritto da cui aveva tratto la storia manca la parte finale.

I temi[modifica | modifica wikitesto]

Tra le opere satiriche degli ultimi anni della vita di Leopardi, i Paralipomeni è la più estrosa e divertita, ed è anche quella in cui i riferimenti alla storia e alla politica del suo tempo si fanno più puntuali:

  • il giudizio più negativo colpisce l'assolutismo borbonico, condannato senza appello per il suo oscurantismo e la sua violenza repressiva[senza fonte] In un punto del poema i granchi (che rappresentano gli austriaci) sono definiti "birri d'Europa / e boia".
  • un'ironia più bonaria investe il conte Leccafondi, simbolo dell'intellettuale progressista, deriso per il suo conformarsi alle voghe culturali del secolo e per il suo ingenuo ottimismo "topocentrico", di cui vengono però salvate la sincerità e le buone intenzioni
  • restando nel campo dei liberali, un trattamento particolarmente pungente è riservato ai carbonari, visti come una congrega di giovinastri chiacchieroni, pusillanimi, succubi delle mode e totalmente inoffensivi per il potere austriaco

Le forme[modifica | modifica wikitesto]

Specialmente nella descrizione del conte Leccafondi, l'ironia scaturisce dalle invenzioni verbali e dagli accostamenti straniati che derivano dalla trasposizione di caratteristiche del mondo umano in quello animale, con gli effetti di spiazzamento e di "abbassamento" che ne conseguono.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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