Giovanni Motisi

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Giovanni Motisi (Palermo, 1º gennaio 1959) è un mafioso italiano membro di Cosa nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il pentito Angelo Casano, era reggente del mandamento Pagliarelli, quando Nino Rotolo (3 gennaio 1946), ammesso agli arresti domiciliari, dando credito alle lamentele di alcuni affiliati, lo posò subentrando al suo posto. È succeduto allo zio Matteo Motisi come capo dell'omonimo clan; ora è considerato uno dei più potenti capi mafiosi di Palermo. È latitante dal 1998 ed è nell'elenco dei latitanti più pericolosi d'Italia del Ministero dell'Interno. È ricercato dal 1998 per omicidi, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage. Dal 10 dicembre 1999 è ricercato anche in campo internazionale. Deve scontare la pena dell'ergastolo. Killer di fiducia di Totò Riina; Secondo le dichiarazioni di Calogero Ganci, collaboratore di giustizia, Giovanni Motisi c'era quando, per la prima volta, dentro Cosa Nostra si è discusso di assassinare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: rammentava, tra le persone presenti quel giorno, quando si era parlato per la prima volta dell'uccisione del generale: Antonino Madonia, Raffaele Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giuseppe Giacomo Gambino, Pino Greco, Vincenzo Galatolo, Antonino Rotolo, Giuseppe Lucchese, un certo Salerno del quale non ricordava il nome di battesimo e infine Giovanni Motisi. Per gli inquirenti si sarebbe avvicinato all'ala moderata di Cosa nostra guidata da Bernardo Provenzano. È stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del commissario Giuseppe Montana, ucciso il 28 luglio 1985. Il 2 giugno del 1999 i carabinieri si presentano a casa di Giovanni Motisi, una villa all'Uditore costruita accanto a quella di Nino Rotolo e dei Sansone. Nel corso della perquisizione saltarono fuori una sfilza di bigliettini. Motisi e la moglie, Caterina Pecora, erano in costante contatto. A fare da tramite erano alcuni personaggi che oltre a smistare la posta, consegnavano denaro, vestiti e regali. Gli scritti più interessanti erano quelli che fanno riferimento a un fioraio e a un falegname. La caccia a 'u pacchiuni, non è stata dichiarata definitivamente chiusa. Carabinieri e poliziotti continuano a cercarlo. Il silenzio, però, ha finito per alimentare l'ipotesi che possa essere morto. L'ultimo segnale in direzione contraria è del 2007. Gianni Nicchi, 'u picciutteddu, il picciotto diventato capomafia a Pagliarelli, il regno dei Motisi, prima di finire in carcere, aveva dato mandato a qualcuno di trovargli un collegamento con il latitante. Lo voleva al suo fianco per frenare l'avanzata di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, i signori di San Lorenzo. Non sappiamo se la strada battuta da Nicchi sia stata fruttuosa. Resta il fatto che 'u picciutteddu aveva cercato 'u pacchiuni. E non si cerca qualcuno che è morto. Motisi è latitante da anni e sua moglie Caterina Pecora, giovane figlia di costruttori in odore di mafia, ormai esasperata dalla sostanziale vedovanza, vorrebbe potersi ritenere libera e divorziare: ma il permesso le viene a lungo negato. Nino Rotolo (era il vice di Matteo Motisi, divenuto capomandamento di Pagliarelli, dopo che Giovanni Motisi decise di abdicare e dedicarsi esclusivamente alla sua latitanza), uno dei capi mandamento più autorevoli a Palermo, in contatto diretto con Provenzano disse che nelle nostre famiglie queste cose non si usano. Rotolo però, a distanza di qualche anno, ci ripensa e fa questo ragionamento: “una sorella (di Caterina Pecora) ha buttato fuori il marito e si è messa il fidanzato dentro casa, e l’altra forse pure. Sono due sorelle che hanno sbagliato”. Dunque l’onore familiare è già gravemente compromesso, e a questo punto pure Caterina dovrà divorziare. Il disonore ormai conclamato legittima l’infrazione della regola» (Andrea Camilleri, in Voi non sapete, che veniva denunciato per diffamazione da Caterina Pecora per avere scritto che suo padre era in odore di mafia e perché il suo, invece, era un matrimonio felice). La famiglia di Giovanni Motisi, sposato con la figlia del costruttore palermitano Pecora, abita in una villa nei pressi di via Bernini, la stessa zona in cui ha trascorso gli ultimi anni di latitanza Totò Riina con la moglie e i figli. Nel 2016 è stato inserito nella lista dei criminali più ricercati d'Europa promossa dall’Europol.

Pista francese[modifica | modifica wikitesto]

Una delle ipotesi è che sia nascosto in Francia. Angelo Casano, che per un periodo è stato subalterno di Motisi, ha raccontato che nel 2002 il boss fu destituito dalla reggenza di Pagliarelli. Al suo posto tornò Nino Rotolo, trasferito ai domiciliari per motivi di salute. “Si mettono in contatto con lui e manifestano che Motisi aveva una gestione molto strana del mantenimento - raccontava Casano ai pm Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani –. Non si faceva mai vedere, non dava mai risposte. Al che Rotolo mandò a chiamare Motisi per avere spiegazioni”. Casano sapeva pure che Motisi accettò la destituzione, decise di occuparsi solo ed esclusivamente della latitanza, e venne accompagnato dalle parti di Agrigento dove si sarebbe nascosto nel 2004. Qui nasceva la pista francese. Nell'Agrigentino, fino al suo recente arresto, dettava legge Giuseppe Falsone. Tra Falsone e i mafiosi di Pagliarelli è sempre corso buon sangue. Falsone lo hanno beccato a Marsiglia. In terra francese.

Note[modifica | modifica wikitesto]


Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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