Giacomo Raffaelli (mosaicista)

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Giacomo Raffaelli (Roma, 2 febbraio 1753Roma, 11 ottobre 1836) è stato un artista e mosaicista italiano.

Giacomo Raffaelli, micromosaico con cardellino, 1790-95 ca

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giacomo Raffaelli era figlio di Paolo (1731-1790) e di Margherita Solimani. Fu battezzato nella chiesa di San Lorenzo in Damaso.[1]

Camino con inserti in micromosaico, (part.) Firenze, Palazzo Corsi-Tornabuoni

I Raffaelli erano fornaciari[2] romani e nella seconda metà del Seicento fornivano al Vaticano materia vitrea, sotto forma di tessere quadrate a colori, per fare mosaici. Nelle loro fornaci i Raffaelli producevano dunque robba che serve per fare li mosaichi, cioè smalti vitrei tagliati a piastrella bianca o colorata, come il lattimio bianco, il minio e i fogli d'oro. Alla morte di Paolo Raffaelli, la fornace fu ereditata dai suoi tre figli: Francesco, Antonio e Giacomo - il primogenito - che la dirigeva. «Ordino ancora – si legge nel testamento di Paolo – e comando, che tutti li Lavori di Musaico, che dovranno farsi tanto per le Paste che si servono in d° negozio che per l'altre che possano sopravvenire debbano farsi nel Negozio med° sotto la direzione di d° Giacomo.»

Giacomo Raffaelli trasferì la bottega, prima in Piazza di Spagna, poi in via del Babuino, 92. Con l'aiuto di Cesare Aguatti, intorno al 1775 ideò il mosaico a microtessere, detto filato o romano, ricavandolo da un composto siliceo che, reso incandescente, poteva essere filato e poi tagliato in segmenti minuscoli. Il micromosaico era un'idea per costruire una grande illusione, cioè rendere stabili i capolavori, anche i più deperibili, e ridurli di dimensione a tal punto, da renderli opere d'arte da indossare o da portare in tasca. Egli realizzava a micromosaico minuscole placchette con paesaggi, con monumenti romani (a volte in forma di capriccio), con fiori, con uccelli, con soggetti religiosi o mitologici. Queste placchette, montate entro cassettine di metallo, o di vetro o di marmo o di legno o di pietra dura, venivano poi applicate su tabacchiere o montate su spille, su elementi per collane, su anelli, su cofanetti, su bottoni: diventavano costosi souvenirs, per i viaggiatori del Grand Tour. Giacomo Raffaelli espose per la prima volta micromosaici nel suo atelier di piazza di Spagna, in occasione dell'Anno Santo 1775. Tipico era il motivo di cornice, da lui usato per rifinire i suoi micromosaici: una catenella di tessere bianche con all'interno tessere blu, tra due file di tessere rosse. L'invenzione ebbe molti seguaci e fra il 1824 e il 1830 l'area tra piazza di Spagna e piazza del Popolo conteneva 68 attività commerciali legate al micromosaico.

La sua placca circolare con Le colombe di Plinio, datata 1778, è al British Museum e un altro esemplare si trova a Roma, al Museo Napoleonico: il tema fu da lui ripetuto più volte. Un Cardellino, medaglione in micromosaico, del 1778, si conserva nel Museo di Santa Giulia, a Brescia.

Nel 1787 Stanislao II Augusto Poniatowski, ultimo re di Polonia, lo nominò nobile polacco e suo consigliere per le Arti Liberali. Fervente repubblicano, Giacomo fu coinvolto a Milano, nel 1808, in moti politici anti-napoleonici e fu arrestato, ma subito rilasciato.[3]

Dettaglio dell'Ultima cena di Leonardo da Vinci, Vienna

L'affresco di Leonardo a mosaico[modifica | modifica wikitesto]

Gran parte degli smalti vitrei prodotti della fornace Raffaelli, a partire dal 1804 furono esportati a Milano, dove Giacomo aveva aperto una scuola di arte musiva nell'ex convento di San Vincenzino, collegata all'Accademia di Brera, allora diretta da Giuseppe Bossi. Con decreto del 24 aprile 1807 il viceré Eugenio Beauharnais gli ordinò una copia del Cenacolo di Leonardo da Vinci, a grandezza naturale. Il lavoro, cui collaborarono il figlio Vincenzo e i mosaicisti Giuseppe Roccheggiani e Gaetano Ruspi, durò molti anni e fu possibile grazie alle tessere di mosaico, prodotte dalle fornaci Raffaelli e venute da Roma. Questa scritta, posta ai piedi del mosaico, celebrò sia l'arte del mosaicista, sia le intenzioni del committente di preservare, in un'opera musiva stabile, l'immagine dell'affresco di Leonardo che già allora era ridotto in pessime condizioni:

MVSIVVM OPUS IACOBI RAFFAELLI QUO IN COENA DOMINI A LEONARDO VINCIO MEDIOLANI MIRIFICE PICTA MCDXCVII TEMPORVM HOMINVMQVE INIVRA PAENE DELETA POSTERITATI SERVARETVR

L'opera era destinata al Louvre, ma dopo la caduta di Napoleone fu rivendicata dagli Asburgo, che l'11 agosto 1818 la portarono a Vienna. Gli italiani ivi residenti chiesero che il mosaico dell'opera leonardesca fosse posto nella chiesa dei Minoriti di Vienna, sopra un altare realizzato dall'architetto Friedrich August von Stache. Il mosaico fu trasferito nella nuova sede il 26 marzo del 1847.

A Brera, nel 1814, fu esposta una scelta di oggetti d'arte, prodotti da Giacomo Raffaelli e dai suoi allieviː un orologio decorato con marmi, pietre dure, mosaici e bronzi; piani di tavolini in marmo bianco, con incastonati elementi a mosaico e in agata, lapislazzulo, corniola e malachite; quadri a mosaico rappresentanti uccelli.[4]

Ritorno in patria[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1815 Giacomo Raffaelli tornò a Roma. Lo zar di Russia lo nominò suo consigliere e da lui acquistò quadri a mosaico e tavoli con piano in mosaico che oggi sono al Museo dell'Hermitage. Giacomo operò il distacco del mosaico della basilica di San Paolo fuori le mura, per restaurarlo, dopo l'incendio del 1823 che aveva devastato la basilica.

Fu eletto accademico di San Luca e fu sepolto a Roma, nella chiesa di San Stanislao della Nazione polacca, in via delle Botteghe Oscure. La fornace dei Raffaelli continuò a produrre micromosaici per la gioielleria e smalti per la Fabbrica di San Pietro, fino al 1864, sotto la direzione di Vincenzo Raffaelli, figlio di Giacomo.

Carte d'archivio[modifica | modifica wikitesto]

Documentazione sulla famiglia Raffaelli è conservata nel "Fondo Ceccarius" della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, acquisito dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1972, alla morte di Giuseppe Ceccarelli (1889-1972), in arte Ceccarius, che era figlio di Clelia Raffaelli. La maggior parte dell'Archivio della famiglia Raffaelli è custodito a Roma, alla Fondazione Negro: comprende documenti su Giacomo Raffaelli e su suo figlio Vincenzo. Per la sua rilevanza, l'Archivio è stato notificato, dal 2007, da parte del Ministero dei Beni Culturali.

Nel "Fondo Ceccarius" si conserva una lettera di Vincenzo Raffaelli, indirizzata il 28 novembre 1846 all'economo mons. Lorenzo Lucidi,[5] in cui ricorda di essere stato «assiduo collaboratore» di suo padre, «avendovi eseguite varie figure compresa la principale, il Redentore». Vincenzo parla anche degli smalti utilizzati: «ivi erano infinita le varietà; tanto delle Carnaggioni delle 13 figure, quanto dei panneggiamenti, ed accessori». Informa anche come suo padre realizzava questi smalti, purificando «gli antichi processi di tutte le superfluità e superstizioni Alchimistiche, semplificando li metodi, combinandoli con la possibile economia; e per quanto è possibile in fuochi sì intensi, seppe ridurre a sistemi, ciò che per lo innanzi si praticava a tentone, e non si ripeteva che dal Caso».

Il Museo Napoleonico di Roma ha organizzato una mostra di micromosaici di vario formato (25 giugno 2016-7 maggio 2017), esposti insieme a vedute romane, dipinte ad acquarello o ad olio.

Albero genealogico[modifica | modifica wikitesto]

Giacomo Raffaelli
Giovanni Raffaelli
Vincenzo Raffaelli
Carolina Raffaelli
Francesco Simonetti
Michelangelo Simonetti
Attilio Simonetti
Scipione Simonetti
Ettore Simonetti
Amedeo Simonetti
Aldo Simonetti
Dino Terra
pseudonimo di Armando Simonetti
Virgilio Simonetti

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il certificato di battesimo si conserva alla Fondazione Negro.
  2. ^ Il fornaciaio, (in romanesco fornaciaro), proprietario di fornace, cuoceva mattoni, laterizi, terrecotte. La produzione di tessere per mosaico rappresentava una specializzazione di alta qualità.
  3. ^ Lettera di Melzi d'Eril del 10 giugno 1808 a Giacomo Raffaelli, conservata alla Fondazione Negro.
  4. ^ Documentazione della mostra alla Fondazione Negro.
  5. ^ Collocazione A.R.C. 15, B. II, 41.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ceccarius, A Vienna nella Minoritenkirchen una grandiosa opera del romano Giacomo Raffaelli (1753-1836), in Strenna dei Romanisti. Natale di Roma 1962, nº 23, Staderini, 1962, pp. 84-87, SBN IT\ICCU\LO1\0522120.
  • Simonetta Buttò, I Raffaelli, mosaicisti romani fra Sette e Ottocento, in Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II. I fondi, le procedure le storie. Raccolta di studi della Biblioteca, Roma, Tip. della Biblioteca nazionale centrale, 1993, pp. 45-61, SBN IT\ICCU\BVE\0045722.
  • Roberto Valeriani, L'inventario del 1836 di Giacomo Raffaelli, in Antologia di belle arti, vol. 43, nº 47, Roma, F. Apolloni e M. Tazzoli, 1993, pp. 71-87, SBN IT\ICCU\PAL\0068477.
  • Roberto Valeriani, I Raffaelli: una dinastia di vetrai romani del Settecento, in Bollettino dei Musei Comunali di Roma, VII, Istituto grafico Tiberino, 1993, pp. 36-42, SBN IT\ICCU\CFI\0161960.
  • Francesca Di Castro, L'Ill.mo Sig. Giacomo Raffaelli mosaicista in Via del Babuino 93, in Strenna dei Romanisti. Natale di Roma 1999, vol. 60, Editrice Roma Amor 1980, 1999, pp. 159-171, SBN IT\ICCU\RML\0077472.
  • (EN) Massimo Alfieri, New notes on Giacomo Raffaelli e Michelangelo Barberi, in Micromosaics, London, Philip Wilson publishers in association with the Gilbert Collection, 2000, pp. 263-279, SBN IT\ICCU\BVE\0230855. Autori degli altri interventi: Jeanette Gabriel Hanisee, Anna Maria Massinelli, Judy Rudoe.
  • Chiara Bertaccini, Cesare Fiori, Micromosaico. Storia, tecnica, arte del mosaico minuto romano, Ravenna, Girasole, 2009, p. 86, SBN IT\ICCU\UBO\3734748. Presentazione di Antonio Carile.

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