Elzeviro

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Frontespizio di Postuma, raccolta di poesie di Lorenzo Stecchetti (1877), stampato in elzeviro.

L'elzevìro è un carattere tipografico, nitido ed elegante, creato nel XVII secolo dall'incisore Christoffel van Dyck (1605 ca. - 1670) per una famiglia di tipografi ed editori olandesi, gli Elzevier, da cui ha derivato la propria denominazione l'attuale casa editrice Elsevier.

Nella tipografia[modifica | modifica wikitesto]

La tipografia degli Elzevier venne fondata nel Cinquecento da Lodewijk (1540-1617), un protestante emigrato dalle Fiandre stabilitosi a Leida durante la rivolta olandese. Per tutto il Seicento l'azienda fu diretta dai suoi figli e nipoti, diventando una delle tipografie più rinomate d'Europa.

Christoffel van Dyck, a cui si deve la creazione del tipo, ebbe l'idea di riprodurre i caratteri delle antiche tipografie italiane. L'elzeviro è curviforme, con occhio chiaro e risulta facilmente leggibile.[1]

Il nome degli stampatori olandesi Elzevier viene continuato oggi da una casa editrice tuttora esistente in Olanda, la Elsevier, specializzata in testi scientifici.

Nell'editoria italiana[modifica | modifica wikitesto]

Nella stampa italiana del Novecento, il termine ha preso a indicare l'articolo di apertura della Terza pagina dei quotidiani. Solitamente era un pezzo di critica letteraria o teatrale, oppure una riflessione erudita su un tema di attualità o di costume.

L'elzeviro fu ripreso nella seconda metà dell'Ottocento per contrastare la decadenza dei caratteri romani, cominciata nella seconda metà del Settecento[2]. Il suo esordio avvenne, prima ancora che nei quotidiani, nell'editoria libraria. Nel giugno 1877 l'editore Zanichelli di Bologna pubblicò una raccolta di poesie di Lorenzo Stecchetti, Postuma, utilizzando il carattere Elzevier. In luglio Zanichelli diede alle stampe le Odi barbare di Giosue Carducci. In poco tempo il tipo elzeviro divenne il carattere più ricercato, specialmente tra i poeti, tanto che i tipografi lo misero rapidamente a disposizione degli autori[3].

Nel 1900 un quotidiano nazionale iniziò a stampare l'articolo letterario in elzeviro: fu il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini. Il carattere tipografico Elzevier, avendo un modello triangolare, conferiva più leggerezza alla pagina e permetteva inoltre di utilizzare un corpo più ridotto pur mantenendo una grande leggibilità. L'esempio fu presto imitato dagli altri quotidiani.

Negli anni seguenti l'articolo letterario fu trasferito dapprima nella seconda pagina (di spalla) e, infine, nella terza. Approdò nella terza pagina come articolo di apertura sul «Corriere della Sera» nel 1905. Nel passaggio dalla prima alla terza pagina "l'articolo scritto in elzeviro ebbe modo di nobilitare e regolare l'intera pagina"[2]. Tra gli anni venti e gli anni trenta del secolo XX l'apertura della terza pagina si identificò con il carattere elzeviro. Divenne talmente riconoscibile che finì per essere identificata con esso. Da allora tutti gli articoli di apertura delle Terze pagine dei quotidiani furono chiamati Elzeviri.

L'elzeviro contribuì in modo decisivo a diffondere in Italia il gusto per la "prosa d'arte": la scrittura era caratterizzata dall'uso di figure retoriche e dalla ricchezza stilistica. L'elzeviro divenne il carattere utilizzato nella Terza pagina di tutti i quotidiani, specialmente per le grandi recensioni teatrali d'autore. Uno dei maestri riconosciuti del genere fu Emilio Cecchi[4]. Per il prestigio della sua collocazione nella Terza pagina, gli autori degli elzeviri erano esclusivamente scrittori affermati: non potevano scrivere elzeviri i giornalisti. Per questo, l'elzeviro rappresentò per molte generazioni di scrittori un punto d'arrivo, la dimostrazione del raggiungimento di un livello di eccellenza.

Nel dopoguerra l'elzeviro perse il suo carattere di "vertice della cultura": la Terza pagina doveva diventare interessante anche per un pubblico non intellettuale. I direttori quindi aprirono l'elzeviro ai giornalisti di professione. Su alcuni quotidiani l'elzeviro divenne anche una rubrica fissa, affidata a uno o più giornalisti in rotazione. Non era infrequente, poi, che alcuni di loro raccogliessero i propri elzeviri in volume: è il caso ad esempio di Farfalla di Dinard e Auto da fé, due opere che raccolgono gli elzeviri composti da Eugenio Montale, per il «Corriere della Sera».

Nel XXI secolo, scomparsa la Terza pagina, il termine elzeviro sopravvive come titolo di rubrica in alcuni quotidiani:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Le Muse", De Agostini, Novara, 1965, Vol.IV, pag.344
  2. ^ a b Enrico Falqui, Nostra Terza pagina, Roma: Canesi, 1969.
  3. ^ Antonio Baldini, Cinquantenario della battaglia degli elzeviri, Corriere della Sera, 21 giugno 1927.
  4. ^ Emilio Cecchi scriveva sotto lo pseudonimo “Il tarlo”.
  5. ^ Nell'edizione del «Corriere» del giovedì le due pagine di Cultura sono denominate "Terza pagina".

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