Diplocaulus

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Diplocaulus
Diplocaulus magnicornis Exhibit Museum of Natural History.JPG
Scheletro fossile e ricostruzione museale di D. magnicornis
Stato di conservazione
Fossile
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Amphibia
Sottoclasse † Lepospondyli
Ordine † Nectridea
Famiglia † Diplocaulidae
Genere Diplocaulus
Cope, 1877
Nomenclatura binomiale
† Diplocaulus salamandroides
Cope, 1877
Sinonimi
  • Diplocaulus limbatus Cope, 1895
  • Diplocaulus copei Broili, 1902
  • Diplocaulus pusillus Broili, 1904
  • Permoplatyops parvus (Williston, 1918 [originariamente Platyops parvus])
  • Diplocaulus parvus Olson, 1972
Specie
  • D. salamandroides Cope, 1877
  • D. magnicornis Cope, 1882
  • D. brevirostris? Olson, 1951
  • D. recurvatus? Olson, 1952
  • D. minimus? Dutuit, 1988

Diplocaulus (il cui nome significa "doppio omento") è un genere estinto di anfibio lepospondylo vissuto nel Permiano, circa 299–251 milioni di anni fa (Artinskiano-Wuchiapingiano), in Nord America. Nonostante le ridotte dimensioni si tratta di uno dei più grandi lepospondyli mai vissuti, oltre che uno dei più caratteristici grazie alla grande testa dalla forma vagamente simile a quella di un boomerang. Alcuni resti attribuiti a Diplocaulus, sono stati ritrovati anche in Marocco, risalenti al Permiano superiore, rappresentando il più recente lepospondylo noto.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il Diplocaulus aveva l'aspetto di una grossa salamandra, dal corpo tarchiato, e lungo fino ad 1 metro (3,3 piedi). La sua caratteristica più distintiva era senza dubbio la forma della testa: il cranio era infatti fornito di due enormi processi laterali simili a corna incurvate e appiattite sono state le lunghe sporgenze sui lati del suo cranio.[1] A giudicare dalle membra deboli e dalla coda relativamente breve, si presume che l'animale nuotasse ondulando il corpo in un movimento su e giù, come le moderne balene e delfini. Si pensa che l'ampia struttura della testa agisse come un aliscafo, aiutando l'animale mentre scivolava nell'acqua. Un'altra possibilità è che tale forma della testa fosse a scopo difensivo, dal momento che anche un grande predatore avrebbe avuto difficoltà cercando di ingoiare una creatura con una testa così grande.[2] Alcune rare tracce fossili di Diplocaulus dimostrerebbero che dalle punte sulla testa dell'animale si attaccassero dei lunghi lembi di pelle che si attaccavano al dorso dell'animale fino alla coda dandogli l'aspetto superficiale di un razza o di una manta, dotata di zampe nella parte inferiore del corpo.[3][4]

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Cranio fossile di D. magnicornis, esemplare AMNH 23175, all'American Museum of Natural History

Il Diplocaulus è un anfibio lepospondylo, in particolare esso è classificato come appartenente alla famiglia dei Diplocaulidae, uno famiglia estinta evolutasi durante il Carbonifero superiore per poi estinguersi nel Permiano superiore.[5] Tra tutti, il più stretto parente del Diplocaulus sembrerebbe essere il Diploceraspis.

Di seguito è riportato un cladogramma, modificato da Germain (2010):[5]

Nectridea 

Ptyonius


Urocordylidae

Sauropleura


Urocordylus



Scincosaurus


Diplocaulidae

Keraterpeton


Diceratosaurus


Batrachiderpeton


Peronedon


Diplocaulus magnicornis


Diploceraspis


Diplocaulus minimus











Paleobiologia[modifica | modifica wikitesto]

Ciclo vitale[modifica | modifica wikitesto]

Come tutti gli anfibi, probabilmente, anche il Diplocaulus aveva un proprio ciclo vitale, da girino ad adulto. Come salamandre e tritoni moderni, forse, in età giovanile questi animali erano muniti di branchie esterne, che durante la crescita sparivano pian piano permettendo all'animale di respirare aria ed, eventualmente, avventurarsi sulla terra ferma (sebbene la bizzarra forma del corpo e i fragili arti non era proprio adatti alla locomozione terrestre). È possibile che gli esemplari più giovani restassero nell'acqua bassa vicino alle rive in gran numero per proteggersi dai predatori come Xenacanthus, per poi spostarsi in acque più profonde quando diventavano adulti.[6]

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Vista la scarsa apertura buccale del Diplocaulus e la sua somiglianza con le salamandre moderne è possibile che le prede preferite di questo strano animale fossero piccoli pesci, crostacei e insetti che popolavano gli acquitrini e i laghi dell'epoca, rimanendo perfettamente immobile sul fondale aspettando che il pasto fosse a portata per poi scattare e ingoiare l'animale intero.

Palecologia[modifica | modifica wikitesto]

Alternativa ricostruzione di Diplocaulus, con la testa libera e il corpo da salamandra

I fossili di Diplocaulus sono stati ritrovati negli Stati Uniti (Texas, Oklahoma e Nuovo Messico).[7] Molti di questi fossili sono stati ritrovati in quello che nel Permiano era un ecosistema palustre dominato da immense ed intricate paludi. In particolare, nelle Red Beds del Texas vi è un'area di grande biodiversità nei fossili dei tetrapodi, o vertebrati a quattro zampe. In quell'ambiente il predatore dominante più comune era il Dimetrodon, mentre i tetrapodi più comuni sono appunto gli anfibi: oltre a Diplocaulus la fauna anfibia si compone di Archeria, Eryops e Trimerorhachis. Vi erano inoltre il reptiliomorpho Seymouria, il rettile Captorhinus e i sinapsidi Dimetrodon, Ophiacodon e Edaphosaurus. La fauna di cui faceva parte il Diplocaulus è stata chiamata dal paleontologo Everett C. Olson, la "chronofauna del Permo-Carbonifero", una fauna che dominò l'ecosistema Euramericano per milioni di anni.[8] In base alla geologia dei depositi rinvenuti nei Red Beds, questa fauna abitava in una pianura alluvionata con molta vegetazione in un ecosistema di delta.[9]

I presunti esemplari di Diplocaulus rinvenuti in Marocco e risalenti Permiano superiore, vivevano in'habitat simile ma più arido. La fauna della Formazione Ikakern, comprende anche il pareiasauridae Bunostegos, un grande captorhinide senza nome e il pareiasauridae Arganaceras.[10]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Il Diplocaulus è un animale facilmente riconoscibile per la sua insolita anatomia ed uno degli anfibi lepospondyli meglio conosciuti e ben documentati, comparendo in varie mostre ed esposizioni nei musei. Alcuni esempi sono:

  • Uno scheletro fossilizzato di Diplocaulus in esposizione al Museo di Storia Naturale dell'Università del Michigan, in Ann Arbor. L'esemplare mostra uno scheletro parziale e gli arti di Diplocaulus e l'impressione di pelle che collegava le escrescenze del cranio al resto del corpo, fino alla coda;
  • Uno scheletro fossile di Diplocaulus è in esposizione allo Houston Museum of Natural Science, a Houston;
  • Tre ricostruzioni di Diplocaulus sono presenti al Parco Natura Viva;

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A. R. I. Cruickshank e B. W. Skews, The Functional Significance of Nectridean Tabular Horns (Amphibia: Lepospondyli), in Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, vol. 209, nº 1177, 1980, pp. 513–537, DOI:10.1098/rspb.1980.0110.
  2. ^ D. Palmer (a cura di), The Marshall Illustrated Encyclopedia of Dinosaurs and Prehistoric Animals, London, Marshall Editions, 1999, p. 55, ISBN 1-84028-152-9.
  3. ^ H. von Walter e R. Werneberg, Über liegespuren (Cubichnia) aquatischer Tetrapoden (Diplocauliden, Nectridea) aus den Rotteroder Schichten (Rotliegendes, Thüringer Wald/DDR), in Freiberger Forschungshefte (Leipzig), C419, 1988, pp. 96–106.
  4. ^ J. L. Wright e I. J. Samson, The earliest known terrestrial tetrapod skin impressions (Upper Carboniferous, Shropshire, UK), in Journal of Vertebrate Paleontology, 18 (suppl.), 1998, p. 88A.
  5. ^ a b D. Germain, The Moroccan diplocaulid: the last lepospondyl, the single one on Gondwana, in Historical Biology, vol. 22, 1-3, 2010, pp. 4–39, DOI:10.1080/08912961003779678.
  6. ^ Colbert 1969
  7. ^ S.G. Lucas, Spielmann, J.A., Rinehart, L.F. e Martens, T., Dimetrodon (Amniota: Synapsida: Sphenacodontidae) from the Lower Permian Abo Formation, Socorro County, New Mexico (PDF), New Mexico Geological Society Guidebook, vol. 60, New Mexico Geological Society, 2009, pp. 281–284.
  8. ^ C. Sullivan, Reisz, R.R. e May, W.J., Large dissorophoid skeletal elements from the Lower Permian Richards Spur fissures, Oklahoma, and their paleoecological implications, in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 20, nº 3, 2000, pp. 456–461, DOI:10.1671/0272-4634(2000)020[0456:LDSEFT]2.0.CO;2, JSTOR 4524117.
  9. ^ E.C. Olson, Community evolution and the origin of mammals, in Ecology, vol. 47, nº 2, 1966, pp. 291–302, DOI:10.2307/1933776, JSTOR 1933776.
  10. ^ L. A. Tsuji, C. A. Sidor, J. - S. B. Steyer, R. M. H. Smith, N. J. Tabor e O. Ide, The vertebrate fauna of the Upper Permian of Niger—VII. Cranial anatomy and relationships of Bunostegos akokanensis (Pareiasauria), in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 33, nº 4, 2013, pp. 747, DOI:10.1080/02724634.2013.739537.

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