Cacciata di Lama

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L'espressione "Cacciata di Lama" fa riferimento alla contestazione rivolta il 17 febbraio 1977 dal movimento degli studenti, in particolare da indiani metropolitani e militanti di Autonomia Operaia,[1][2] all'allora segretario della CGIL Luciano Lama, durante un comizio sindacale che questi stava tenendo presso l'Università La Sapienza di Roma, allora occupata dagli studenti stessi. Fu uno degli eventi più rappresentativi del fermento politico poi passato alla storia come movimento del '77.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Il 1 febbraio 1977 all'Università la Sapienza di Roma un gruppo di circa settanta militanti di estrema destra aderenti al FUAN irruppe nelle facoltà di Statistica, Legge, Scienze Politiche e Lettere (in quest'ultima era riunito il Comitato di lotta contro la circolare Malfatti, vicino ai collettivi autonomi) lanciando bottiglie incendiarie e sparando numerosi colpi di pistola. Tra i militanti di sinistra intervenuti a contrastare l'azione neofascista, lo studente di 22 anni Guido Bellachioma fu colpito alla nuca da un proiettile sparato dagli assalitori e fu ricoverato in fin di vita al Policlinico Umberto I; un altro studente, Paolo Mangone, fu anch'egli ferito negli scontri. In reazione a tali avvenimenti, nel pomeriggio circa un migliaio di studenti, dopo un corteo cittadino, occupò la facoltà di Lettere alla quale Bellachioma era iscritto.[3]

Il giorno seguente L'Unità pubblicò un articolo a firma del senatore del PCI Ugo Pecchioli, il quale definiva gli autonomi «squadristi» e chiedeva alle forze dell’ordine di chiudere i loro «covi»; i Comitati Autonomi Operai di Roma risposero con una lettera aperta a tali accuse, qualificandole come infamanti ed equiparandole a quelle che solitamente ricevevano dal Movimento Sociale Italiano e dalla Democrazia Cristiana. Le proteste universitarie contro la legge Malfatti di fatto crebbero, arrivando sino all'occupazione delle università di Torino, Pisa, Cagliari, Sassari, Bologna, Milano, Padova e Firenze[4].

Lo stesso giorno, a Roma venne dapprima assalita la sezione del Fronte della Gioventù in via Sommacampagna; quindi mentre il corteo studentesco si dirigeva alla facoltà di Magistero, da una Fiat 127 bianca accodatasi al corteo all'altezza di Piazza dell'Indipendenza uscirono due agenti in borghese[5] che spararono contro i manifestanti; dalla piazza fu risposto al fuoco, ferendo gravemente alla testa l'agente Domenico Arboletti; gli studenti Paolo Tomassini e Leonardo "Daddo" Fortuna, anch'essi rimasti feriti nello scontro, furono in seguito imputati per tentato omicidio ai danni dell'agente; anche un vigile urbano e l’autista di un pullman furono feriti in modo lieve. Nel pomeriggio si verificarono altri scontri nella sezione missina di via Assarotti, a Monte Mario, per protesta contro un vicino comizio di Giorgio Almirante e, nel quartiere Garbatella, un'altra sezione del MSI fu data alle fiamme.[6]

Il comizio e gli scontri[modifica | modifica wikitesto]

Il comizio di Lama dentro l'università occupata fu deciso dai massimi livelli del PCI assieme ai vertici della CGIL, motivandolo con la necessità di ripristinare le libertà sindacali e politiche entro l'università senza il ricorso alle forze di polizia, con l'intento di allonanare i simpatizzanti di Autonomia Operaia presenti e attivi nell'ateneo, isolandoli dagli altri studenti.[7]

Per garantire l'ingresso di Lama nell'università fu mobilitato un centinaio di operai delle fabbriche della Tiburtina; nel cortile universitario venne allestito un palco per comizio sistemato su piccolo camion posizionato tra la facoltà di Legge e la fontana della Minerva. Nel frattempo il cortile si riempiva man mano anche di studenti[8] i quali poco lontano appesero simbolicamente ad una forca un pupazzo raffigurante il leader sindacale.

Dopo un inizio relativamente tranquillo durante il quale la parte creativa del movimento rispondeva ironicamente alle parole di Lama con slogan adattati sulle note di Guantanamera , lo scontro si fece più violento fino a sfociare in una sassaiola verso il palco e in una rissa fra studenti e operai. Lama riuscì a uscire dall'ateneo, protetto dal servizio d'ordine della CGIL, mentre gli studenti scandivano: "via, via la nuova polizia!"[7] e subito dopo travolgevano il servizio d'ordine impadronendosi del palco.

Le reazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 febbraio Enrico Berlinguer, commentando il fatto e dandone una valutazione politica, accusò il movimento degli studenti di diciannovismo;[9] più in generale il PCI si attestò su una linea di criminalizzazione di tutto il movimento, mentre alcuni intellettuali cercavano di cogliervi altri aspetti: Umberto Eco ad esempio scrisse di volersi porre "sulla linea di confine" per cercare di capire.[7]

Il 26 e 27 febbraio il movimento degli studenti, suddiviso in diversi gruppi come indiani metropolitani, femministe e autonomi, fino ad allora in frequente reciproco rapporto conflittuale, indisse una prima assemblea nazionale nell'università occupata. Nella tarda sera, nell'Aula 1 fu approvata una mozione, proposta da settori dell’«area dell’autonomia» romana e milanese, con la quale si rivendicavano gli scontri di Piazza Indipendenza del 2 febbraio e la "cacciata di Lama", e si indiceva una manifestazione nazionale per il 12 marzo.[10]

Il cantautore genovese Fabrizio De André, nel testo della canzone Coda di Lupo dall'album Rimini, pubblicato nel maggio 1978, inserì un'allusione all'episodio del 17 febbraio:

« Ed ero già vecchio quando vicino Roma, al Little Big Horn
Capelli corti generale ci parlò all'università
Dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace.
E a un dio "fatti il culo" non credere mai. »

(Fabrizio De André - Coda di lupo, 1978)

Il ritorno di Lama alla Sapienza[modifica | modifica wikitesto]

Il 13 febbraio 1980[11] Lama tornò sul luogo dell'aspra contestazione da lui subita tre anni prima, per intervenire alla manifestazione che istituzioni locali e nazionali - nonché varie organizzazioni sindacali e studentesche[11] - organizzarono alla Sapienza in memoria del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, assassinato il giorno prima dalle Brigate Rosse presso la facoltà di Scienze Politiche, e più in generale come espressione di ferma condanna del terrorismo rosso.[11] Il sindacalista sul palco si alternò ad altri oratori, tra i quali: l'allora segretario della Cisl Pierre Carniti, il giudice Marco Ramat (uno dei fondatori di Magistratura democratica)[12] nonché Antonio Ruberti e Luigi Petroselli,[11] all'epoca rispettivamente rettore della Sapienza e sindaco di Roma.

Analisi dell'episodio[modifica | modifica wikitesto]

Nel tempo, la "cacciata di Lama" è stata valutata e considerata nel suo contesto storico, con diversi punti di vista.

Secondo Alberto Asor Rosa, uno degli organizzatori del comizio di Lama, quest'ultimo fu «un colossale errore politico, forse il più clamoroso che io abbia commesso in vita mia. [...] Si creò un baratro. E fu enfatizzata la possibilità, da parte dei gruppi più estremi, di fare una battaglia violenta contro il sistema».[7] Lo scontro aveva reso obsolete le vecchie categorizzazioni marxiste che Asor Rosa conosceva: «Da una parte c'erano i "garantiti", operai, consigli di fabbrica, insegnanti, lavoratori del terziario, insomma la prima società. Dall'altra gli studenti, il precariato intellettuale, l'area degli emarginati, la seconda società dei "non garantiti" che il PCI non era stato in grado di intercettare e rappresentare».[7] Asor Rosa pubblicherà la sua analisi politica alla fine dello stesso anno, nel libro Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana.[13]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «Tutti alla Sapienza» Trent' anni dopo la cacciata di Lama
  2. ^ "È ora di alzare la guardia nelle fabbriche del Nord" - cronaca - Repubblica.it
  3. ^ martedì 1 febbraio 1977
  4. ^ Pacifici, 8
  5. ^ Si trattò della prima azione pubblica delle squadre di agenti in borghese di Cossiga
  6. ^ MARTEDÌ 1 FEBBRAIO 1977 | Rifondazione Comunista - Circolo di Primavalle "Valerio Panzironi", su www.primavalle.rifondazioneroma.org. URL consultato il 22 aprile 2018.
  7. ^ a b c d e Alberto Asor Rosa: "Che errore nel '77 Lama in ateneo", in Repubblica.it, 12 febbraio 2017. URL consultato il 22 aprile 2018.
  8. ^ http://www.repubblica.it/cultura/2017/02/12/news/alberto_asor_rosa_che_errore_lama_in_ateneo_-158130484/]
  9. ^ vedi Breve cronologia del 1977 in Concetto Vecchio, Ali di piombo, BUR Rizzoli, 2007
  10. ^ Vedi pag. 26 febbraio, in AA.VV., Agenda rossa, Savelli, Roma, 1977
  11. ^ a b c d articolo di Flavio Fusi, pagg.1 e 19 de l'Unità del 14/2/1980, vd. Archivio Storico Unità.
  12. ^ articolo È morto Marco Ramat fondatore di 'MD' da la Repubblica del 10/12/1985, vd. Archivio la Repubblica.it [1].
  13. ^ Einaudi, Torino, 1977

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giulia Pacifici, Il PCI, Autonomia Operaia e l’emergenza terrorismo: il caso 7 aprile 1979 (PDF), in STORICAMENTE.ORG Laboratorio di Storia, nº 12, Bologna, BraDypUS (Università di Bologna), Febbraio 2016, pp. 1-38, ISSN 1825-411X (WC · ACNP). URL consultato il 21 dic 2017.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]