Rimini (Fabrizio De André)

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Rimini
ArtistaFabrizio De André
Tipo albumStudio
Pubblicazione2 maggio 1978
Durata40:29
Dischi1
Tracce10
GenereFolk
Musica d'autore
Folk rock
EtichettaDischi Ricordi
ArrangiamentiTony Mimms,
Gian Piero Reverberi[1]
RegistrazioneRegistrato e mixato negli Studi Fonorama di Milano
NoteArchi arrangiati e diretti da Gian Piero Reverberi
Fabrizio De André - cronologia
Album precedente
(1975)
Album successivo
(1981)

Rimini (1978) è il nono album registrato in studio di Fabrizio De André.

Il disco[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la collaborazione con Francesco De Gregori, con questo album De André comincia a lavorare con Massimo Bubola, coautore di tutti i brani.

L'album, che presenta musicalità più lontane dalla chanson francese e più vicine al folk europeo e americano e al pop, nasce dopo la delusione politica di De André per le vicende degli ultimi anni settanta, in particolare per la rottura con le idee del sindacato (a cui si fa riferimento in Coda di Lupo).

I testi sono più oscuri e lirici che nei precedenti album e sono presenti ben due brani esclusivamente strumentali: Folaghe e Tema di Rimini.

In Sally e Volta la carta tornano i personaggi cari da sempre a De André: prostitute, tossicodipendenti ed emarginati. Dietro l'aspetto favolistico, si intravedono temi politici, in maniera meno esplicita rispetto a Storia di un impiegato e la successiva La domenica delle salme, con la sconfitta del movimento del Sessantotto e il successivo terrorismo delle Brigate Rosse. In particolare si ritrovano riferimenti soprattutto in Coda di lupo (sul movimento del '77), ma anche, a detta di alcuni critici, in Rimini, Parlando del naufragio della London Valour e Andrea.[2]

Le canzoni[modifica | modifica wikitesto]

Rimini[modifica | modifica wikitesto]

È la storia di una ragazza riminese figlia di un droghiere, Teresa, che spazia nel tempo con la fantasia. La canzone affronta, in maniera poetica, non solo il tema dell'aborto, ma anche il tema di quella gioventù di provincia romagnola che viveva di turismo e di amori che durano solo un'estate, già descritta con eloquenza da Federico Fellini ne I vitelloni. È una canzone in cui realtà e sogno si intrecciano: Teresa evade con la mente dalla Rimini estiva e spazia nel mare, nel tempo e nello spazio fino ad incontrare Colombo. I due sono accomunati da uno spirito d'avventura che li fa sentire stretti nella cartina geografica tracciata loro intorno e l'uno naviga verso l'ignoto, l'altra guarda oltre l'orizzonte e sogna. Lo spirito d'avventura si materializza nel comunismo rivoluzionario, idealizzato da Teresa che lo compara alla monotonia della sua Rimini[3]

Volta la carta[modifica | modifica wikitesto]

Il brano affonda le sue radici in un filone di filastrocche di varie tradizioni italiane che accostano, verso dopo verso, concetti molto distanti tra loro (introdotti dalla frase «volta la carta»), ma spesso legati dalla rima, sfociando in quello che Bubola ha definito «un esempio di surrealismo popolare».[4][5] Tra le strofe c'è inoltre una citazione della canzone popolare Madamadorè.[6]

Il ritornello, che prende ispirazione contemporaneamente da una canzone popolare (Angiolina, bell'Angiolina) e dal neorealismo di Pane, amore e fantasia, racconta invece la storia di una ragazza di nome Angiolina, che inizialmente patisce delusioni d'amore a causa di un carabiniere, ma che infine riesce a sposarsi.[6]

Coda di lupo[modifica | modifica wikitesto]

« Un brano come Coda di lupo è una disperata disamina del fallimento della rivolta sessantottina e del riflusso della speranza della "fantasia al potere nell'area dei gruppi autonomisti", come gli indiani metropolitani. Non a caso l'illustrazione che, nel libretto che accompagna il disco, si accoppia alla canzone è quella del venditore di cocomeri: un modo di dire, è fallito tutto, andiamo a fare un mestiere qualsiasi, allora vendere cocomeri può valere come "andare a cacciare bisonti in Brianza", come recita un verso del brano. »

(Fabrizio De André)

« Introduce il mondo degli indiani, ed è la storia di un bambino che, diventato uomo, scegli il nome di Coda di lupo e fa il suo ingresso nel mondo dei grandi, prima rubando un cavallo, poi uccidendo uno smoking, forse per vendicare la morte del nonno crocefisso sulla chiesa nella notte della lunga stella con la coda. Da vecchio assiste all'arringa del generale (riferimento al sindacalista Luciano Lama, criticato per il suo moderatismo) agli universitari romani, ma si rifiuta di fumare con lui: "non era venuto in pace". Il brano annuncia la fine delle grandi contestazioni e delle rivendicazioni sindacali ed esorta a non credere mai al "Dio della Scala", a un "Dio a lieto fine", ma neanche a un "Dio fatti il culo". »

(Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 112)

La canzone è politica, poetica e fantasiosa. Attraverso la metafora di un ragazzo pellerossa che viene iniziato alla vita adulta e alle difficoltà della vita, parla della generazione dei ragazzi cresciuti negli anni settanta, nell'epoca della contestazione giovanile, dell'immaginazione al potere, durante gli anni di piombo. Molti sono i riferimenti all'attualità del tempo, come la cacciata di Luciano Lama dall'università di Roma da parte degli studenti contestatori, nel 1977: «vicino a Roma, a Little Big Horn / capelli corti generale ci parlò all'università / dei fratelli tute blu che seppellirono le asce / ma non fumammo con lui, non era venuto in pace». De André rimprovera, in questa canzone, la linea politica sottomessa dei sindacati ("i fratelli tute blu che seppellirono le asce")[3].

Le varie "divinità" citate, a cui il protagonista dice di non credere, sono i simboli di condizioni e fatti: i valori della borghesia industriale (dio degli inglesi), il lavoro che arricchisce i già ricchi (dio "fatti il culo"), la paura della ribellione dei giovani da parte delle istituzioni (dio perdente), la fine degli ultimi vecchi partigiani sognatori, inghiottiti dalla storia (dio goloso), i valori della borghesia (dio della Scala), la fine della contestazione studentesca, sancita dalla repressione e dal numero chiuso alle Università (dio a lieto fine che manca), le illusioni fragili che rimangono ai pochi superstiti (dio senza fiato). L'ultima strofa descrive la condizione attuale di chi dopo nove anni di contestazione si trova o a protestare in maniera solitaria e convulsiva, magari violentemente, o sfoga la sua repressione nell'arte, viene mitizzato dalle generazioni più giovani e prova a guardarsi indietro, nel suo percorso.

Il tema è prettamente politico. Tuttavia, rispetto all'album Storia di un impiegato, De André appare più distaccato e disincantato. Il testo scivola sull'ironico e gioca tutto sul parallelismo tra gli indiani d'America e gli Indiani metropolitani, per finire con la strofa conclusiva che racchiude anche un'autocritica per chi "scarica la sua rabbia in un teatro di posa".

Andrea[modifica | modifica wikitesto]

« Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i "figli della luna"; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene. »

(Fabrizio De André durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano il 19/12/1992)

In questo album viene per la prima volta registrata Andrea, canzone che diventerà, insieme a La guerra di Piero, una delle canzoni più fortemente antimilitariste non solo di De André, ma anche della musica italiana, sullo sfondo però di una storia di amore omosessuale durante la prima guerra mondiale. In tal senso Andrea è pure una canzone sulle diversità.

Dai versi finali "... il secchio gli disse signore il pozzo è profondo ... lui disse mi basta che sia più profondo di me" si può dedurre che il soldato Andrea, dopo aver perso l'innamorato al fronte, si suicidi gettandosi nel pozzo[7].

Avventura a Durango [Romance in Durango][modifica | modifica wikitesto]

Avventura a Durango, versione in italiano di Romance in Durango di Bob Dylan, è la storia di un messicano che fugge a cavallo verso il deserto, insieme alla sua ragazza, dopo aver ucciso un uomo. Non si sa se l'omicidio è avvenuto a torto o a ragione (egli si limita a ricordare durante la fuga "Sono stato proprio io all'osteria a premere le dita sul grilletto"), anche se si fa riferimento a un incubo e al denaro ricavato dal fatto di sangue (Ed egli ricorda che ormai "Quello che è fatto è fatto"). Si tratta probabilmente della storia di un bandito, combattuto tra il rimorso per un delitto e il suo sogno d'amore, che immagina un futuro di redenzione ("La strada è lunga ma ne vedo la fine").

Il bandito sogna di volersi redimere in "una missione" da un frate che "pregherà per il perdono" e che la sua ragazza riceva la comunione sotto la protezione di Dio "sulle colline". Il fuggiasco ama teneramente la donna e la incoraggia a tenere duro e a confidare in Dio, attraverso la strofa reiterata in spagnolo. Ma l'epilogo volge verso un'atmosfera tragica perché all'improvviso l'uomo viene colpito da un proiettile alla schiena.

Dylan lascia in sospeso il finale, senza chiarire se i due riescono o meno a salvarsi (e "Potremmo non vedere più Durango" canta alla fine lo stesso De André). De André e Bubola hanno traslato il ritornello di Dylan che mescolava parole in spagnolo e inglese ("No llores mi querida, soon the desert will be gone") con vivaci espressioni, ottenute mescolando all'italiano parole che ricordano i dialetti napoletano e abruzzese ("Nun chiagne Maddalena"; "Strigneme Maddalena, stu deserto finirà").

Sally[modifica | modifica wikitesto]

Sally racconta in chiave fiabesca il distacco di un giovane dalla propria famiglia e il suo ingresso nel mondo, dove entra a contatto con la droga, la violenza e la prostituzione. Si tratta forse di un brano autobiografico dello stesso De André[3].

Sally simboleggia la delusione di veder svaniti i propri sogni e le proprie illusioni, mostrando che chi non riesce ad adattarsi alla società finisce per esserne vittima. Il protagonista e voce narrante (che non è Sally) dapprima vive nell'autorità della madre, che gli raccomanda di non "giocare con gli zingari nel bosco". Con la trasgressione al divieto e l'incontro con Sally comincia la sua avventura, ed egli si avvia sprovveduto e senza le conoscenze necessarie ad affrontare tutto ciò che è il mondo.

Le prime strofe del brano e l'ultima, che riprende la prima, attingono ad una filastrocca britannica:

« My mother said that I never should
Play with the gypsies in the wood,
The wood was dark; the grass was green;
In came Sally with a tambourine.

I went to the sea - no ship to get across;
I paid ten shillings for a blind white horse;
I up on his back and was off in a crack,
Sally, tell my mother I shall never come back. »

mentre le successive, che presentano i personaggi di Pilar e del Re dei Topi, si ispirano rispettivamente a Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, di cui Pilar è uno dei personaggi femminili, e a El Topo di Alejandro Jodorowsky.[6]

Zirichiltaggia (Baddu tundu)[modifica | modifica wikitesto]

Zirichiltaggia è una veloce ballata in gallurese che testimonia la forza e la cultura sarda che stavano sempre più affascinando e coinvolgendo De André in quegli anni:

« Quattro anni di Sardegna vuol dire come minimo, se uno ci vive dentro, insieme, imparare il dialetto. Allora mi sono permesso di scrivere 'sta roba qua: si chiama Zirichiltaggia, che vuol dire lucertolaio. È un litigio fra due pastori per questioni di eredità. »

(Fabrizio De André, 1979, durante il concerto con la PFM)

Melodia e ritmica della canzone sono molto simili alla canzone Back Door (La Porte En Arrière) di D.L. Menard, hit degli anni sessanta in Louisiana, cantato in francese louisianais.

Parlando del naufragio della London Valour[modifica | modifica wikitesto]

Parlando del naufragio della London Valour è una canzone "difficile", con un testo volutamente slegato dalla musica e recitato; il tema del titolo, il naufragio della London Valour, è nascosto in una storia apparentemente "favolistica", costruita sulla libera associazione di idee, in un testo in cui si trovano anche riferimenti alla realtà politica degli anni settanta, i cosiddetti anni di piombo.[8][9]

Il naufragio della London Valour, evento reale accaduto a Genova nel 1970, in tal senso, potrebbe essere una metafora dell'intera società italiana di quel periodo. Tra l'altro, l'intenzione di De André era quella di descrivere i comportamenti della massa, rappresentati in questo caso dagli abitanti della zona portuale di Genova, che quando si imbatte in una sciagura altrui vi assiste spinta dal solo movente della curiosità.[10]

Il testo è volutamente criptico (a differenza di altri brani a sfondo politico dell'album), più in sintonia con lo stile di Bubola che quello di De André e maschera così le accuse più dirette al potere costituito, che avevano fruttato critiche al cantautore nel caso di Storia di un impiegato, che pure faceva ampio uso dell'ambientazione onirica e simbolica. Esso è da collegare anche alla precedente canzone Coda di lupo, della quale è l'ideale continuazione: dopo che il potere e le stragi hanno distrutto la contestazione pacifica degli studenti, quello che rimane è solo il terrorismo delle Brigate Rosse e gruppi affini che conduce al naufragio, accennato nella frase "i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli", e la droga, già accennata nel finale di Coda di lupo e anche in questa canzone: "i marinai foglie di coca digeriscono in coperta"[8][11][12].

Secondo l'interpretazione di alcuni critici tra cui Cesare G. Romana, non confermata dagli autori, il testo vorrebbe rappresentare simbolicamente la realtà di fine anni settanta. Lo smantellamento dei gruppi di lotta armata[8] e l'anno in cui i sogni rivoluzionari si scontrarono con la dura realtà (il sequestro Moro, le leggi speciali, ecc.) che nel giro di un decennio avrebbe portato alla pace terrificante di cui si parla ne La domenica delle salme, in cui De André ritorna sull'argomento del "colpo di Stato silenzioso". Vi è un possibile riferimento a Carlo Alberto Dalla Chiesa (o ad altre figure politiche e militari del periodo) e a una squadra di 9 assistenti, anche se in realtà il Nucleo Speciale Antiterrorismo era diretto da dieci ufficiali carabinieri, non da nove ("il macellaio mani di seta si è dato un nome da battaglia / tiene fasciate dentro il frigo nove mascelle[13] antiguerriglia / ha un grembiule antiproiettile tra il giornale e il gilè"; da ricordare che Dalla Chiesa venne accusato di far parte della loggia P2[14], e il grembiule è parte dell'abbigliamento dei massoni)[8]. Vi si troverebbero riferimenti a tutti i partecipanti della scena politica: "il pasticciere di via Roma" con la "frusta giocattolo sotto l'abito da tè", cioè la violenza di Stato sotto l'aspetto rispettabile e legale del potere (compreso quello dei partiti di sinistra, come il PCI) e che "ogni dozzina di gradini trova una mano da pestare" cioè un capro espiatorio; il "paralitico" con "l'uccellino blu cobalto" ed il "poeta metodista" che "ha spine di rosa nelle zampe" possono rappresentare gli ex rivoluzionari e gli intellettuali che dopo aver guardato la fine del capitano della nave, che si uccise dopo la morte della moglie annegata nel porto, si accordano tutti insieme contro «ogni sorta di naufragi o di altre rivoluzioni / e il macellaio mani di seta distribuì le munizioni». Questo è anche un ulteriore possibile riferimento ai membri della sinistra extraparlamentare, che criticavano da sempre De André perché "borghese", ma lentamente si spostarono invece su posizioni conservatrici, accanto ai nemici di un tempo; il tutto però, raffigurato allegoricamente nella vicenda del naufragio.[8] Nella lettura allegorica, la morte del capitano della nave è la fine della contestazione e anche della sua propaggine violenta; da ricordare che questo è il periodo dell'arresto del fondatore delle BR Renato Curcio[15], della morte in un conflitto a fuoco di sua moglie Margherita Cagol, della strategia della tensione e degli arresti di massa con le leggi speciali antiterrorismo. Il "poeta metodista" potrebbe però anche essere riferito a Riccardo Mannerini, poeta anarchico genovese, amico di De André, che era presente sul luogo del naufragio, infatti si dice che "la sua stella si è oscurata / da quando ha vinto la gara del sollevamento pesi". Mannerini si suicidò nel 1980, nella palestra di proprietà della moglie dove lavorava[16].

Come svelato da Cristiano De Andrè, la canzone contiene anche una velata frecciatina a Francesco Guccini nel verso "il paralitico tiene in tasca un uccellino blu cobalto / ride con gli occhi al circo Togni quando l'acrobata sbaglia il salto"; probabilmente vuol dire che gli artisti di talento nascondono le loro capacità per compiacere una parte politica, ma ridono per invidia quando gli artisti liberi sbagliano le loro mosse; Guccini viene quindi associato ai sostenitori intellettuali della sinistra extraparlamentare, rivoluzionaria solo a parole. Evidentemente è questa una risposta ai riferimenti critici fatti da Guccini agli altri cantautori, tra cui De Andrè, in alcune sue canzoni, quali Via Paolo Fabbri 43 e L'avvelenata ("Colleghi cantautori, eletta schiera, / che si vende alla sera / per un po' di milioni, / voi che siete capaci fate bene / aver le tasche piene / e non solo i coglioni").

Max Manfredi ne ha fatto una versione nel 2000, rendendola molto più melodica dell'originale. Il brano si trova nel disco Aia da respia, raccolta di canzoni di De André interpretate da altri autori, prodotta dal Comune di Genova.

Folaghe[modifica | modifica wikitesto]

È un brano solo strumentale, uno dei pochissimi di De André, messo a epilogo del disco, cui ha collaborato Tony Mimms, considerato da Faber un "grandissimo musicista". L'incontro con lui fu per il cantautore genovese una esperienza "da un punto di vista artistico estremamente positiva: lui nasceva come trombettista e scriveva le partiture d'archi come dei fiati, e venivano fuori queste cose straordinariamente belle, molto strane".[17]

Tracce[modifica | modifica wikitesto]

Testi e musiche di Fabrizio De André e Massimo Bubola, tranne dove diversamente indicato.

  1. Rimini — 4:08
  2. Volta la carta — 3:49
  3. Coda di lupo — 5:24
  4. Andrea — 5:31
  5. Tema di Rimini — 1:52
  6. Avventura a Durango [Romance in Durango] — 4:51 (testo e musica originali di Bob Dylan e Jacques Levy, traduzione e adattamento di F. De André e M. Bubola)
  7. Sally — 4:49
  8. Zirichiltaggia — 2:18
  9. Parlando del naufragio della London Valour — 4:41
  10. Folaghe — 2:58

Musicisti[modifica | modifica wikitesto]

Le tastiere sono suonate da Gian Piero Reverberi, che sostituisce Tony Mimms anche come curatore degli arrangiamenti finali per motivi mai ufficialmente chiariti. Alla chitarra solista Marco Zoccheddu, già frontman di Nuova Idea, Osage Tribe e Duello Madre, esegue i riff di Coda di lupo e Parlando del naufragio della London Valour ed il finale del brano Rimini con suoni distorti caratterizzati dall'uso dello wah-wah; alla sezione ritmica vi sono due session man come Tullio De Piscopo e Bruno Crovetto, già insieme in vari album e progetti (Orfeo 9, Cara Napoli di Iva Zanicchi, Libertà obbligatoria di Giorgio Gaber) a Sergio Farina, qui alla chitarra acustica assieme all'ex-New Dada nonché componente del gruppo di pop melodico I vicini di casa Gilberto Ziglioli e allo stesso De André. Da ricordare infine la presenza del grande fisarmonicista Mario Battaini (qui alla sua ultima presenza discografica prima del ritiro), particolarmente in evidenza soprattutto in Sally.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riccardo Bertoncelli, Intervista a Gian Piero Reverberi, in Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, 1ª ed., Giunti, 2003, ISBN 978-88-09-02853-1.
  2. ^ Enrico Galavotti (a cura di), La poetica di De André, dal sito Homolaicus
  3. ^ a b c Pierpaolo, 1978 Rimini, su www.viadelcampo.com. URL consultato il 15 maggio 2015.
  4. ^ maggiesfarm.it - Massimo Bubola: Il cavaliere elettrico
  5. ^ Varie versioni della canzone popolare Volta la carta
  6. ^ a b c Massimo Cotto, Doppio lungo addio. Fabrizio De André raccontato da Massimo Bubola, 1ª ed., Aliberti editore, 2006, ISBN 88-7424-182-8..
  7. ^ Wilco di "it.fan.musica.de-andre", Andrea, Canzoni contro la guerra. URL consultato il 15 maggio 2015.
  8. ^ a b c d e Parlando del naufragio della London Valour - antiwarsongs - Testo e commento critico di Franco Senia
  9. ^ Cesare G. Romana, Amico fragile, libro-intervista a Fabrizio De André
  10. ^ Riccardo Bertoncelli, Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, intervista a Massimo Bubola, pag. 100-102
  11. ^ La poetica di De André - Homolaicus)
  12. ^ Analisi della canzone sul sito Creuza de ma
  13. ^ tra l'altro nell'album precedente, Volume 8, nella canzone Le storie di ieri, scritta da Francesco De Gregori, "mascella" è il soprannome dato a Benito Mussolini
  14. ^ Dalla Chiesa: l'uomo e la carriera
  15. ^ a Curcio e alle BR De André fa riferimento anche in Andrea: "sui monti di Trento" e ne La domenica delle salme: "sulla strada di Trento" e "l'amputazione della gamba / di Renato Curcio, il carbonaro"
  16. ^ questa figura, del "poeta con le spine di rosa nelle zampe" ricorda anche quella del "poeta della Baggina" de La domenica delle salme, definito "un pettirosso da combattimento"
  17. ^ Michelone 2011, p. 56.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Michelone, Fabrizio De André - La storia dietro ogni canzone, Siena, Barbera editore, 2011. ISBN 978-88-7899-511-6

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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