Bad Boys (gruppo musicale)

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Bad Boys
Paese d'origineRegno Unito Regno Unito
GenereBeat[1]
Rock[1]
Periodo di attività musicale1964 – 1968[1]
Etichetta
Album pubblicati1
Studio1
Raccolte1

I Bad Boys sono stati un gruppo musicale britannico, attivi fra il 1964 e il 1968.

Dopo un esordio non molto fortunato in patria, la band si spostò in Italia dove ebbe maggiore successo. Il critico musicale Cesare Rizzi li ha definiti un gruppo di «piccoli scontrosi che fecero da subito la parte dei grandi arrabbiati»[2] e che, nonostante le doti musicali «non [...] trascendentali e il repertorio [...] piuttosto fragile», è stato «tra i più grintosi rocker arrivati in Italia» da Oltremanica lungo gli anni sessanta.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La band nacque alla Elliotts Green Grammar School, dall'incontro di Wally Scott, Ron Hanson, Tom Jordan e Bernie Martin. Nel 1964, nonostante non trovassero granché spazio, riuscirono comunque a pubblicare con la Piccadilly Records il loro primo singolo, The Owl and the Pussycat, grazie all'interessamento del manager Leo Wätcher. L'anno successivo, passarono dalla sussidiaria Piccadilly alla casa discografica madre Pye Records, incidendo altri due singoli: Satisfaction e Mr. Tambourine Man.[1]

Nel 1965, emigrarono in Italia ed ebbero l'occasione di esibirsi come "spalla" dei New Dada al concerto di inaugurazione del Piper a Milano. Da lì iniziò la loro più fortunata carriera "italiana": le loro successive esibizioni a Viareggio e Roma gli fecero guadagnare un contratto con la Style, che gli affidò la registrazione di un LP.[1] Il disco racchiudeva alcune cover in inglese di altri artisti (tra cui The Kinks, John Mayall e la coppia Barry Mann-Cynthia Weil), un paio di pezzi inediti e alcuni altri brani in italiano, fra cui Gol (una cover in italiano di Kicks di Paul Revere & the Raiders)[3] e Balliamo il jerk (cover sempre in italiano di The Jerk dei The Larks).[4] Rizzi ha definito in particolare questi ultimi «senz'altro più modesti» rispetto ai pezzi in lingua madre e «un'inevitabile concessione ai discografici italiani, che per qualche ragione trovavano irresistibile quello strano e precario ibrido linguistico».[5]

In seguito al successo del loro unico album, pubblicarono altri due singoli tratti da un repertorio «più melodico e decisamente mediocre»:[5] Il mio amore è un capellone (con il quale parteciparono al Festival delle rose 1966)[3] e Quel ragazzo triste sono io. Il successo di quest'ultimo pezzo li portò a essere ingaggiati per cantare la sigla di Settevoci, intitolata Shaly nº 1,[3] che risultò essere l'ultima canzone di successo del gruppo.[5] L'ultimo atto degno di nota del gruppo fu l'ingaggio di Hanson, Jordan e Martin come musicisti nel primo 45 giri di Francesco Guccini, pubblicato nel 1968, Un altro giorno è andato/Il bello.[5]

Nel 1996, venne ristampato il loro unico album, con l'aggiunta degli altri singoli realizzati dopo la pubblicazione dell'album originale.

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

  • Wally Scott – voce e chitarra (1964-1968)
  • Ron Hanson – voce e chitarra (1964-1968)
  • Tom Jordan – voce e basso (1964-1968)
  • Bernie Martin – batteria (1964-1968)

Discografia[modifica | modifica wikitesto]

33 giri[modifica | modifica wikitesto]

45 giri[modifica | modifica wikitesto]

CD[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Rizzi, p. 33.
  2. ^ Rizzi, p. 25.
  3. ^ a b c Pescetelli, p. 13.
  4. ^ Fulvio Beretta (a cura di), Piccolo dizionario delle cover del Bitt. in Rizzi
  5. ^ a b c d Rizzi, p. 34.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ursus (Salvo D'Urso), Manifesto beat, Torino, Juke Box all'Idrogeno, 1990, ISBN non esistente.
  • Cesare Rizzi (a cura di), Enciclopedia del Rock italiano, Milano, Arcana, 1993, ISBN 88-7966-022-5.
  • Claudio Pescetelli (a cura di), Una generazione piena di complessi, Arezzo, Zona, 2006, ISBN 88-89702-52-4.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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