Proprietà collettiva

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Per proprietà collettiva delle terre si intendono tutte le forme alternative alla piena proprietà privata di esse. In particolare comprendono sia i beni demaniali dello stato e degli altri enti pubblici, sia i beni che sono rimasti in qualche formula tradizionale preesistente alla grande fase di privatizzazione che ha interessato l'Europa tra la fine del Settecento e il Novecento.

Notava il Cattaneo (C. Cattaneo, Su la bonificazione del Piano di Magadino, in Scritti economici a cura di A. Bertolino, Firenze 1956, vol. III, pag. 187 s.), che “questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un'altra legislazione, un altro ordine sociale, che, inosservato, discese da remotissimi secoli sino a noi” (sull'argomento, vedi l'insuperabile volume di Paolo Grossi, Un altro modo di possedere, in Per la storia del pensiero giuridico moderno, Milano,1977).

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

Gli usi civici[modifica | modifica wikitesto]

Il complesso dei beni rimasti di proprietà collettiva o gravati tuttora da usi civici ammonta ad alcuni milioni di ettari [1]

Il corpus normativo di riferimento è costituito, principalmente, dalla Legge dello Stato 16/06/1927, n. 1766 e dal relativo Regolamento di attuazione RD 26/02/1928, n. 332; inoltre, dalle successive norme (nazionali e regionali) in materia di usi civici, nonché dalle precedenti leggi di eversione della feudalità (Legge 01/09/1806, RD 08/06/1807, RD 03/12/1808, Legge 12/12/1816, RD 06/12/1852, RD 03/07/1861, Ministeriale 19/09/1861 ed altre).

Per la Basilicata, è attualmente in vigore la L.R. 57/2000 come successivamente modificata dalla L.R. 25/2002 e dalla L.R. 15/2008.

Già all'epoca romana uno dei temi sociali più importanti e irrisolto era l'immenso patrimonio immobiliare del populus romanus, usurpato dalla classe dominante, e di cui i tribuni della plebe periodicamente richiedevano una distribuzione ai plebei o comunque di sottrarli ai patrizi e ai cavalieri che li avevano usurpati. [2] La stessa società feudale medioevale aveva concesso ai servi della gleba l'utilizzo sia pure in forma marginale delle terre con una serie di possibilità di fruire di alcuni utilizzi: pascolo, legnatico, spigolatura. Molte volte gli usi civici, oltre che sulle terre demaniali, gravavano sui beni ecclesiastici [3]

La donazione di terre ai conventi e alle diocesi era spesso accompagnata dalla costituzione di usi civici a favore della popolazione locale. In altri casi, come a Nonantola, i beni stessi erano concessi in enfiteusi alla popolazione locale. Il dominio eminente era del monastero, ma il dominio utile era dei cittadini, riuniti in una partecipanza

Fu la rivoluzione francese a far affermare la decadenza di tutto questo complesso sistema, per favorire la piena proprietà privata. Spingeva in questa direzione la necessità di aumentare le produzioni agrarie sotto la spinta dell'aumento della produzione e si era sentito, in tutti i settori, che il sistema ereditato dal vecchio regime presentava sacche di inefficienza e di immobilismo agrario.

La legge del 1927[modifica | modifica wikitesto]

Il legislatore nel 1927 era propenso a liquidare gli usi civici mediante un meccanismo di affrancazione per passare a quello della piena proprietà individuale. È tuttavia rimasto al Commissariato agli usi civici, a fianco dell'affrancazione degli usi civici minori, quello dell'indicazione dei terreni su quali l'uso civico costituisce una vera proprietà collettiva: sia quelli per uso esclusivo di pascolo e legnatico sia di quelli utilizzabili anche per culture agrarie ed anche sdemaniazzabili

La competenza regionale[modifica | modifica wikitesto]

La legge 616 del 1977 ha trasferito gli accertamenti sugli usi civici alla competenza regionale, con un passaggio dall’ambito giurisdizionale a quello amministrativo. La tendenza di molte amministrazioni locali è di continuare l'opera di eliminazione di fatto dei residui usi civici specialmente su aree prima pastorali ed ora con vocazione turistica.

Il tentativo di un rilancio dell'istituto[modifica | modifica wikitesto]

Un tentativo di rilancio dell'istituto parte dalla constatazione che la fame di terra da destinare all'agricoltura è cessata da tempo mentre è sorta una nuova coscienza ecologica: Una forma pregnante di proprietà collettiva può permettere una migliore tutela del patrimonio.

In Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

In Svizzera un istituto simile alla tradizione lombarda delle vicinia è sopravvissuto con il patriziato

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedi Manuel Olivares Beni civici: patrimonio della collettiva locale
  2. ^ Tiberio Gracco, eletto tribuno della plebe nel 133 a.C. propose una legge per la redistribuzione delle terre del suolo italico, usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione (legge agraria). La legge limitava l'occupazione delle terre dello stato a 125 ettari e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina. Una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni figlio, ma non più di 1000; I terreni confiscati furono distribuiti in modo che ogni famiglia della plebe contadina avesse 37 iugeri
  3. ^ Del resto una forte corrente di pensiero vedeva i beni ecclesiastici soprattutto destinati agli usi dei poveri, in particolare sulla base dell'istituto della quarta pauperum

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]