Matador (film)

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Matador
Matador (1986).png
Titoli di testa
Titolo originale Matador
Paese di produzione Spagna
Anno 1986
Durata 114 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere thriller, drammatico
Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Pedro Almodóvar, Jesús Ferrero
Sceneggiatura Pedro Almodóvar, Jesús Ferrero
Produttore Andrés Vincente Gómez
Casa di produzione Compañía Iberoamericana de TV, Televisión Española (TVE)
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Fotografia Ángel Luis Fernández
Montaggio Josè Salcedo
Musiche Bernardo Bonezzi
Scenografia Román Arango, Pin Morales, Josep Rosell
Costumi Francis Montesinos, José María De Cossío, Antonio Alvarado
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Matador è un film del 1986 diretto da Pedro Almodóvar e scritto dallo stesso regista con lo scrittore Jesús Ferrero.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Diego Montes, famoso ex torero che adesso da lezioni di tauromachia, chiede ad Ángel, un suo giovane allievo, se lui è omosessuale, notando che non è esperto con le donne. Ángel dice che non lo è e giura di dimostrarlo. Quella sera Ángel tenta di stuprare Eva, un modella che è sua vicina di casa nonché fidanzata di Diego. Mentre Eva cerca di allontanarsi, inciampa nel fango e si taglia sulla guancia. Alla vista del suo sangue, Ángel sviene.

Il giorno dopo, la madre di Ángel lo costringe ad andare in chiesa come condizione necessaria per vivere nella sua casa. Dopo la messa, lei insiste che lui vada a confessarsi, ma invece di confessarsi al sacerdote, si reca al commissariato di polizia a confessare lo stupro. Quando Eva viene condotta al commissariato, dice che lui ha eiaculato prima di penetrarla e si rifiuta di denunciarlo. Da solo con il commissario di polizia, Ángel vede le foto di alcune persone morte con la stessa ferita inflitta dalla donna vista durante la sua precedente visione. Lui confessa di averli uccisi. Il commissario chiede poi di due donne scomparse, studentesse di Diego, e Ángel confessa anche la loro uccisione.

Anche se Ángel è in grado di condurre la polizia ai corpi delle due donne scomparse, sepolte nel giardino della casa di Diego, l'abile commissario non si convince: si domanda come Ángel le avrebbe sepolte senza che Diego l'avesse notato, poi scopre che Ángel ha un alibi per l'omicidio di uno degli uomini. Infine, scopre che Ángel sviene alla vista del sangue.

Nel frattempo, l'avvocato di Ángel, María Cardenal, che è la stessa donna che Ángel ha visto uccidere uno degli uomini nel corso di un attacco di vertigine, comincia a sospettare che Diego abbia ucciso le due studentesse. Lei porta Diego in una casa fuori mano, dove ha raccolto cimeli su di lui da quando lo vide per la prima volta uccidere un toro. I due tornano a casa di Diego ed Eva, che vuole convincere Diego a non rompere con lei, sente abbastanza per rendersi conto che essi sono gli assassini. Quando María esce, Eva dice a Diego che deve tornare con lei, perché lei sa tutto. Lui l'asseconda, ma Eva va anche da María per dirle che deve stare lontano da Diego, dato che conosce i suoi segreti. La reazione di María non rassicura Eva, che quindi si reca alla polizia.

Mentre Eva sta dicendo al commissario ciò che ha sentito, la psichiatra di Ángel chiama lo stesso per dirgli che Ángel ha visto Diego e María in una trance di vertigini e che questi sono in pericolo. Ángel è in grado di guidarli alla casa fuori mano di María. Proprio mentre la polizia, Ángel, la psichiatra, ed Eva giungono alla casa, inizia una eclissi, e si sente un colpo di pistola. María ha accoltellato Diego tra le scapole e si è sparata in bocca mentre facevano l'amore. Guardando la scena, il commissario dice che è meglio così e che non ha mai visto nessuno più felice.

Sceneggiatura[modifica | modifica sorgente]

Da un canovaccio scritto da Almodovar in continuità con la “deliberata insistenza sul brutto fine a se stesso” che caratterizza i primi film del regista iberico[1] si sviluppa il suo film più “astratto”, più “fantastico”, quasi una “leggenda”[2].

La bozza tratta di un'attrice nana di 38 anni rimasta disoccupata in quanto non trova più registi disposti ad affidarle i ruoli di bambina nei quali si era specializzata e di un regista a corto di denaro per finanziare i suoi progetti. Tramite inserzione su giornale i due si incontrano promuovendo una proficua joint-venture: lei fornirà il denaro – si tratta solo di staccare i fili della macchina che tiene in vita il ricco padre; lui ha già pronta una sceneggiatura, virante sull'hardcore, in cui la protagonista è per l'appunto una bambina. Ma la nana ha anche un amico d'infanzia afflitto da un problemino: gli capita di portarsi a letto dei giovani compagni e di trovarseli morti a fianco, al risveglio, senza ricordare di averli uccisi...[2]

È su quest'ultimo personaggio che alla fine si concentra l'attenzione di Almodovar. Lo interessa il tema della morte, in particolare, come atto supremo di libertà di fronte alla inevitabile decadenza della bellezza e della passione, imposta dalla sanzione sociale.[2] In ciò attinge a piene mani a Georges Bataille e Yukio Mishima.[1] La figura del torero, il Matador , si prestava alla perfezione nell'incarnare la prossimità alla morte e al sangue. Un contributo determinante alla decantazione del materiale romantico e passionale, legato ai riferimenti alla cultura spagnola, viene poi dalla collaborazione alla sceneggiatura dello scrittore Jesùs Ferrero.

È la prima collaborazione di qualcuno allo script di un suo film e il regista attribuisce a questo intervento la “freddezza”[3] il rigore quasi hitchcockiano, la capacità di “rendere universale e atemporale” un materiale tanto rovente e geograficamente connotato.[4]. Inoltre, egli pretese dagli attori assoluta fedeltà al copione, senza le licenze interpretative, accordate nei film precedenti. A Ferrero si deve anche quella frase pronunciata, in prossimità dell'eclissi, che rappresenta forse la metafora più chiara di quanto sta per avvenire:

« Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente »

Produzione[modifica | modifica sorgente]

A seguito del successo dei film precedenti, il produttore Andrés Vicente Gomes, non incontrò alcun problema a raggranellare i 120 milioni di pesetas, necessari per un progetto molto più ambizioso. Metà della somma venne infatti dal governo spagnolo, che dopo la vittoria dei socialisti, aveva avviato, con la regista Pilar Mirò a capo del settore cinema del Ministero della cultura, un programma di sovvenzioni al cinema. Questo nuovo clima culturale non mancò di avere effetto sull'orientamento dei fratelli Almodovar, che, dal film successivo (la legge del desiderio) presero in mano le scelte in tema di produzione e distribuzione dei propri film, fondando la El Deseo[3].

Fotografia e set[modifica | modifica sorgente]

« ...Tanto le parole, quanto i gesti, gli scenari e la luce sono luoghi metaforici che hanno una doppia valenza, naturalistica e a volte simbolica. »

[4]

In un film tanto controllato, anche gli “eccessi cromatici”[3], della fotografia di Ángel Luis Fernández rispondono alle istruzioni del regista che gli aveva chiesto di ispirarsi ad opere precedenti, segnate dal binomio passione-morte: Pandora, di Albert Lewin, melodramma surrealista, gravitante anch'esso attorno al mondo della corrida, all' “aggressività del primo Technicolor, (Duello al sole, in particolare)”[2] e alla filmografia di Douglas Sirk.

Anche alla scelta dei set, tutti di Madrid, si legavano esigenze simboliche; così per il Viadotto, luogo famoso, nella città, per i suicidi, dove Maria racconta a Diego di come, avendo casualmente assistito alla morte di una persona, si fosse sentita librare al di fuori del proprio corpo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Vicente Molina Foix in, a cura di Paul Duncan e Barbara Peirò, “Pedro Almodovar. Gli archivi.” Taschen, Milano,
  2. ^ a b c d Pedro Almodovar, “Press-book di Matador”, Iberoamericana, 1986
  3. ^ a b c Thomas Sotinel, “Pedro Almodovar”, Cahiers du cinéma Sarl, Parigi, 2010
  4. ^ a b Nuria Vidal, “Intervista a Pedro Almodovar”, in “The Films of Pedro Almodovar”, Ministerio de Cultura (ICAA), Madrid 1988

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