La donna è mobile

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1leftarrow.pngVoce principale: Rigoletto.

La donna è mobile è la canzone che il Duca di Mantova (tenore) intona nel terzo ed ultimo atto del Rigoletto di Giuseppe Verdi (1851).

È uno dei brani operistici più popolari, grazie alla sua estrema orecchiabilità e al suo accompagnamento danzante. Si racconta che Verdi ne avesse proibito la diffusione prima dell'andata in scena dell'opera, al Teatro La Fenice di Venezia, per non rovinarne l'effetto.

Queste stesse caratteristiche di facilità ne fanno per altro uno dei bersagli favoriti dei detrattori di Verdi e dell'opera dell'Ottocento.

Le tre "versioni"[modifica | modifica sorgente]

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"La donna è mobile" (info file)
"La donna è mobile", canzone dall'opera lirica "Rigoletto" di Giuseppe Verdi, cantata dal tenore Enrico Caruso (1908).

In realtà, La donna è mobile è musica da ascoltare nel suo contesto drammaturgico. Il suo carattere triviale riflette il luogo - i bassifondi della città di Mantova - e la situazione in cui è cantata. Con la sua superficiale leggerezza, perfettamente incarnata dalla musica, il duca riflette sulla propria personale visione di vacuità e imperscrutabilità femminile, ove la donna è vista come piuma al vento, suscettibile di cambiamenti tanto nei pensieri quanto nelle parole al primo mutare dell'umore e del corso degli eventi. Di fatto, si prepara all'incontro con una donna di strada: Maddalena, sorella di Sparafucile, il sicario prezzolato da Rigoletto per fargli la festa.

Il senso della canzone non è dunque tanto nella sua prima esposizione, in forma completa e in due strofe, ma nei suoi due successivi ritorni.

Il primo ritorno avviene mentre il Duca sale le scale della casa di Sparafucile per andare a sonnecchiare nel granaio, in attesa che Maddalena lo raggiunga. Il brano viene solo canticchiato, rivelandosi realmente per quello che è, cioè una canzonetta che il Duca si diverte ad intonare (ossia quella che i musicologi definiscono musica di scena). I frammenti di melodia che il Duca omette qua e là sono intonati dal clarinetto, che in questo modo ci dà la chiave d'accesso al suo pensiero, dato che naturalmente il personaggio continua a pensare la melodia anche quando non la intona.

Ancora più interessante è l'ultima occorrenza, dopo che Sparafucile, su insistente richiesta di Maddalena, ha ucciso un viandante (di fatto la figlia di Rigoletto, in abiti maschili) in luogo del Duca. Né questi né Rigoletto sanno nulla di quanto è accaduto. Anzi, Rigoletto crede che il corpo che il sicario gli ha consegnato in un sacco sia quello del suo padrone e signore, e si appresta trionfante a gettarlo nel fiume Mincio. È proprio a questo punto che il protagonista sente la voce del Duca che, di lontano, intona la solita canzone. E La donna è mobile si rivela per quello che è: un capolavoro di ironia tragica, giacché solo il carattere triviale della musica le consente di stridere con tanta forza nel contesto drammaturgico.

Si noti che solo in quest'ultima occasione Verdi prescrive l'acuto finale ma piano, "perdendosi poco a poco in lontano", a rimarcare l'effetto della beffa.

I versi[modifica | modifica sorgente]

I versi di Francesco Maria Piave sono divisi in due strofe. Ogni strofa si articola in due terzine formate da due quinari e un quinario doppio: un'irregolarità che costituisce un vezzo metrico sotto il quale si nasconde una più semplice struttura in quattro doppi quinari.

La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d'accento - e di pensiero.

Sempre un amabile,
Leggiadro viso,
In pianto o in riso, - è menzognero.

È sempre misero
Chi a lei s'affida,
Chi le confida - mal cauto il core!

Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno - non liba amore!

Questi versi sono ispirati a una frase di Francesco I di Francia:
«Souvent femme varie, – Bien fol est qui s'y fie!»

A sua volta la frase fu ripresa da Victor Hugo nel dramma Le roi s'amuse, da cui è tratto Rigoletto. Hugo vi aggiunse il verso:
«Une femme souvent – N'est qu'une plume au vent!»

La musica[modifica | modifica sorgente]

La prima frase de La donna è mobile trasposta in sol maggiore.

La prima esposizione, in si maggiore, è in tempo di allegretto. Il movimento ternario (in 3/8) è sottolineato dall'articolazione della terzina d'accompagnamento, il cui battere coincide col basso affidato agli archi gravi.
Tale basso, a conferma della scelta del compositore di utilizzare un registro stilistico popolare, non si muove dalla tonica si per diciassette battute. Benché l'orchestra includa anche la sezione degli archi, la scrittura è di tipo bandistico: la melodia del tenore, con le sue caratteristiche ricadute, è annunciata in modo pesante (a dispetto dall'indicazione di "pianissimo") da tutti i legni, oltre che da violini e violoncelli.

Il carattere popolaresco, quasi di stornello, è ribadito dalla semplice cadenza che chiude la strofa "con forza". Segue una seconda strofa, identica alla prima tranne che per il testo, che in passato era frequentemente omessa nelle esecuzioni.

La seconda esposizione, mentre il Duca sale nel granaio, oltre che per gli interventi del clarinetto, differisce dalla prima per la condotta più legata, meno brillante della melodia. D'altronde, come la didascalia specifica, il personaggio termina il suo canto "addormentandosi a poco a poco".

Gli impertinenti staccati iniziali ("La - don - na è...") e gli accenti aggiunti sul secondo movimento di battuta, a mo' di mazurca ("mo - bìl" ... "ven - tò"), tornano invece nell'ultima esposizione, spezzata dal drammatico declamato di Rigoletto e conclusa sul Si acuto.

La presenza dell'acuto finale nelle precedenti esposizioni nasce da una tradizione che non tiene conto della volontà dell'autore.

Il primo tenore a cantarla è stato Raffaele Mirate nel 1851. Altri grandi tenori che l'hanno cantata sono stati Roberto Stagno, Fernando De Lucia, Giuseppe Cremonini Bianchi, Enrico Caruso, Alessandro Bonci, Beniamino Gigli, Giacomo Lauri-Volpi, Miguel Fleta, Nino Martini, Bruno Landi (tenore), Jan Kiepura, Jussi Björling, Jan Peerce, Mario Del Monaco, Giuseppe Di Stefano, Richard Tucker, Ferruccio Tagliavini, Eugenio Fernandi, Alfredo Kraus, Nicolai Gedda, Giacomo Aragall, Enrico Di Giuseppe, Plácido Domingo, Neil Shicoff, Luciano Pavarotti, Ramón Vargas, Vincenzo La Scola, Rolando Villazón, Giuseppe Filianoti, Francesco Meli, Joseph Calleja e Piotr Beczala.

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File audio[modifica | modifica sorgente]

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