José María Vargas Vila

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José María Vargas Vila

José María Vargas Vila (Bogotá, 23 giugno 1860Barcellona, 23 maggio 1933) fu uno scrittore colombiano. Fu anche giornalista, attivista politico e diplomatico. È considerato tra i più controversi scrittori della sua epoca, a causa della sua ostilità nei confronti del clero, della società conservatrice e dell'imperialismo praticato dagli Stati Uniti.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La giovinezza[modifica | modifica sorgente]

In gioventù si alterna tra il lavoro di maestro, che esercita in numerosi posti compresa la capitale Bogotà, e il mestiere del soldato, partecipando alle guerre civili sotto il comando di Santos Acosta e Daniel Hernández, comandanti delle truppe liberali radicali. Nel 1884 pubblica su una rivista il suo primo racconto breve, Recuerdos de mi primera communion (ricordi della mia prima comunione). Nel 1885 le truppe liberali radicali per cui parteggia attivamente vengono sconfitte. Nel 1886, temendo di essere arrestato e giustiziato, attraversa la frontiera con il Venezuela e si stabilisce in una cittadina nei pressi del confine, Rubio. Nel 1894 viene espulso anche dal Venezuela e si trasferisce a New York. Oltre alla carriera di letterato, intrapresa fin dal 1887 con la pubblicazione di Aura o las violetas, fonda o co-fonda numerose riviste, tra le quali spiccano l'Eco Andino e Los Refractarios.

In Europa[modifica | modifica sorgente]

Nel 1898 il presidente dell'Ecuador lo nomina Ambasciatore presso la Santa Sede vaticana, e lui si trasferisce a Roma. Nonostante abbia accettato l'incarico nutre un profondo rancore verso la chiesa romana. L'ostilità è ricambiata dalle autorità del Vaticano, a causa di alcune pubblicazioni in cui Vargas Vila assume posizioni estremamente critiche, se non direttamente offensive, nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche.

Uno degli atti più apertamente polemici compiuti durante il suo mandato a Roma avviene quando rifiuta di inginocchiarsi di fronte al Papa, giustificando il gesto con le parole "io non piego le ginocchia di fronte a nessun mortale". Nel 1900 pubblica a Roma la sua controversa novella Ibis e visita l'esposizione universale di Parigi; durante questo viaggio conosce il poeta nicaraguense Rubén Darío che, colpito, scriverà dell'incontro. Il suo incarico romano non dura a lungo; dal 1904 è prima a Parigi, quindi a Madrid e poi di nuovo a Parigi, fino a quando si trasferisce in pianta stabile in Spagna, a Barcellona. In Sudamerica tornerà molto raramente, perché si sente invecchiato, la terra natìa gli pare lontana nei fatti, anche se non nell'affetto e nell'ardore degli scritti; soprattutto, è sgradito a molti governi e denigrato dagli intellettuali vicini alle posizioni dei suoi nemici.

Gli ultimi anni, la morte e la sepoltura[modifica | modifica sorgente]

Nel 1923 compie l'ultimo viaggio in Sudamerica, trascrivendo le sue memorie in un diario che sarà pubblicato col titolo Odisea romántica. Diario de viaje a la República Argentina. Per un certo periodo, vive a Cuba assieme al figlio adottivo. Tornato in Spagna prosegue la sua attività di letterato, ma la salute precaria gli impedisce di viaggiare spesso. La consapevolezza della fine imminente lo accompagna per alcuni anni, finché la morte non arriva, nel 1933, a Barcellona, sua residenza spagnola. Nelle volontà testamentarie dichiara di voler essere sepolto in Spagna. Nel 1981 le sue ultime volontà saranno ignorate: in un impeto di orgoglio nazional-culturale, la sua salma viene traslata in Colombia e sepolta nel Cimitero Centrale di Bogotà: una celebrazione tardiva che avviene quando la sua figura di letterato, e soprattutto di uomo, è riabilitata dalla scomparsa del contesto storico che l'aveva messo al bando tramite l'ostilità del potere politico e delle élite culturali conservatrici. Eppure sarà di nuovo dimenticato:

(ES)
« Sus restos, si es que existen, viven en la indiferencia de una cárcava del Cementerio Central, o habrán ido a parar quién sabe dónde, entre los huesos desplazados por las políticas urbanísticas recientes, que vaciaron 18.000 sepulturas para levantar un parque emperifollado por una estatua, hueca, renacentista y ecuestre, de Fernando Botero. »
(IT)
« I suoi resti, se esistono ancora, riposano nell'indifferenza di una tomba del Cimitero Centrale (di Bogotà, ndr), o sono andati a finire chissà dove, tra le ossa disseppellite a causa delle politiche urbanistiche recenti, che sfrattarono 18.000 sepolture per costruire un parco arricchito con una statua, rinascimentale ed equestre, di Fernando Botero»
(Dalla rivista Ciudad Viva[1], giugno 2008)

L'uomo e il letterato[modifica | modifica sorgente]

(ES)
« Vargas Vila, señor de rayos y leones,

callado y solitario recorre las ciudades,
y ninguno alimenta rebaño de ilusiones,
como este luminoso pastor de tempestades. »

(IT)
« Vargas Vila, signore dei fulmini e dei leoni,

silenzioso e solitario attraversa le città,
e nessuno alimenta un crogiuolo di illusioni,
come questo luminoso pastore di tempeste. »

(Rubén Darío[1])

L'ostilità verso i conservatori, il clero e gli Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Vargas Vila cresce in una Bogotà ottocentesca molto diversa dalla popolosa metropoli dei giorni nostri. La città è un insieme disordinato di quartieri modesti e cenciosi, con le case accatastate a ridosso dei trenta campanili delle chiese coloniali[1], le strade sono popolate da contadini nullatenenti e vecchie donne rese vedove dalle guerre civili. È questo contesto ad alimentare l'odio di Vargas Vila nei confronti delle prepotenze quotidiane e del disinteresse dei conservatori benestanti; sempre in questo contesto matura l'avversione per un clero che, come capitato in altri luoghi e in altri tempi, si interessa ben poco delle questioni di fede, limitandosi ad utilizzarla per i propri scopi. Del resto, la povertà nella Bogotà dell'800 è molto diffusa e appartenere alla Chiesa è un modo per garantirsi un certo benessere, vocazione o non vocazione. Gli Stati Uniti, invece, con la loro invadenza politica, economica e militare sono colpevoli di condizionare, destabilizzare e mantenere in un ruolo subalterno, di conseguenza impoverendole, le nazioni ispanofone del continente americano.

Lo scrittore appassionato e l'uomo schivo e solitario[modifica | modifica sorgente]

A fronte della passione infusa nelle sue opere, Vargas Vila era un uomo schivo, taciturno, solitario. È difficile stabilire quanto fosse schivo per vocazione, quanto per l'isolamento culturale a cui era soggetto in Sudamerica e quanto, nel delineare la sua figura di uomo, abbiano inciso le descrizioni ripetutamente denigratorie dei suoi detrattori.

Ecco come lo descrisse il letterato Claudio de Alas dopo un incontro avvenuto a New York nel 1904:

(ES)
« Vestido de negro azabache, era tan taciturno como la misma sombra. Sus largas e inquietantes manos rebosantes de anillos de oro, lapislázuli y amatistas parecían talladas en mármol para cincelar largas frases dignas de Hugo y D’Annunzio. Un camafeo con una serpiente egipcia, obsequio del alejandrino Kavafis y el griego Kappatos, hace las veces de un alfiler de Wilde sobre su corbata de seda peinada. Un bastón de ébano con una cabeza de dragón chino, engastada en azules de Ling y platinos de Mei, sirven de apoyo a su mano izquierda. Pálido y moreno, un dedo sellaba sus labios indicando silencio, con los hirsutos cabellos más negros que grises delatando una gran testa, amplios los temporales y vivas las pupilas de halcón, dominadoras, semejantes al misterio que producen las olas de la mar en noches de alta lujuria. »
(IT)
« Vestito di nero, era tanto taciturno quanto la sua stessa ombra. Le sue larghe e inquietanti mani traboccanti di anelli d'oro, lapislazzuli e ametiste sembrano intagliate nel marmo per scolpire grandi frasi degne di Hugo e D'annunzio. Un cammeo con un serpente egizio, omaggio all'alessandrino Kavafis e al greco Kappatos, fa le veci di una spilla di Wilde sulla sua cravatta di seta. Un bastone d'ebano con una testa di serpente cinese, intarsiata con l'azzurro dei Ling e il platino dei Mei, serve da appogglio alla sua mano sinistra. Pallido e moro, un dito sigilla le sue labbra invitando al silenzio, con i folti capelli più neri che grigi ad ingigantire una grande testa e ravvivare i suoi occhi di falco, dominatori, somiglianti alle sensazioni che producono le onde del mar nelle notte di grande lussuria. »
(Claudio de Alas[1])

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d http://www.ciudadviva.gov.co/junio08/magazine/3/index.php Articolo commemorativo in lingua spagnola pubblicato su Ciudad Viva, rivista ufficiale dell'assessorato alla cultura del comune di Bogotà.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Risorse online su José María Vargas Vila:

Controllo di autorità VIAF: 39419512