Guillaume Poyet

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Guillaume Poyet (1473 circa – aprile 1548) è stato un giurista e politico francese.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Guillaume Poyet fu un magistrato e avvocato francese che esercitò la sua professione a Angers e a Parigi. Nel 1521 venne incaricato da Luisa di Savoia, madre di re Francesco, di difendere i suoi diritti ereditari in una causa che la vedeva contrapposta a Carlo III duca di Borbone.

Guillaume vinse la causa e il dominio reale si annesse il ducato: l'influenza della regina madre gli valse il posto di avvocato generale (1530), poi di presidente del Parlamento di Parigi (1534) e infine quello di cancelliere (1538).

Nel suo ruolo di cancelliere, prossimo a quello di ministro della Giustizia, venne incaricato di redigere l'ordinanza di Villers-Cotterêts. Questa ordinanza, a lungo chiamata Guglielmina in onore del suo redattore e intitolata esattamente «Ordonnance générale sur le fait de la justice, police et finances», oltre ad introdurre nuove norme giuridiche, rendeva obbligatoria la tenuta dei registri di battesimo e decesso e soprattutto affermava il primato esclusivo della lingua francese sul latino nella stesura dei documenti amministrativi.

Verso la fine della sua carriera si trovò implicato in un affare di corruzione: il duca di Montmorency e il cardinale Giovanni di Lorena invidiosi dei favori concessi all'ammiraglio Chabot, tramavano contro di lui e lo accusarono di malversazione. Poyet venne designato a presiedere la corte giudicatrice e nel 1541 pronunciò la condanna di Chabot. Tuttavia, dopo la grazia concessa all'ammiraglio, vennero alla luce le responsabilità di Poyet che venne incarcerato e condannato per concussione ad un'ammenda di 100 000 lire[1].

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Marchisello, «Abréviation des proces»: le strategie dell’ordonnance di Villers-Cotterêts (1539) per la riforma dell’amministrazione della giustizia, in G. Rossi (a cura di), Il rinascimento giuridico in Francia: diritto, politica, storia, Roma, Viella, 2008, pp. 135-156.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si tratta di una cifra notevole per l'epoca: a titolo di paragone Chabot, oltre al carcere, venne condannato a pagare un'ammenda di 70 000 scudi, ovvero 210 000 lire, che bastarono a gettare sul lastrico un uomo dalla fortuna ingentissima.

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