Esposizione (fotografia)

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In fotografia, il termine esposizione indica il tempo durante il quale l'elemento sensibile (pellicola fotografica, per la fotografia tradizionale o sensore elettronico, per quella digitale), resta esposto alla luce che passa attraverso il sistema ottico (obiettivo) (vedi: tempo di esposizione); più spesso, in gergo tecnico, la stessa parola indica la quantità totale di luce che nel suddetto periodo passa attraverso il sistema ottico. L'esposizione si misura in EV (valore di esposizione) ed è determinata con l'ausilio dell'esposimetro.[1]

Fotografia con un'esposizione di 25 secondi
Fotografia con esposizione di 8 secondi

Definizione[modifica | modifica sorgente]

L'esposizione è definita come:

esposizione = intensità luminosa × tempo[2]

e pertanto dipende dalla combinazione tra le impostazioni del diaframma, che regola l'intensità luminosa, e del tempo di esposizione.La relazione che intercorre tra questi due elementi è definita quindi come reciprocità. A parità di condizioni di luce, si ottiene la stessa esposizione se aumentando un termine se ne diminuisce un altro dello stesso fattore. In particolare, fissata una data esposizione, diaframma e tempo sono inversamente proporzionali, ossia sono l'uno il reciproco dell'altro.

Bisogna però tenere presente che, mentre per i tempi si usa una scala in cui ogni termine è la metà del precedente (es. 1 sec, 1/2 sec, 1/4, 1/8, 1/16 ecc...) per i diaframmi la scala ha una progressione pari alla radice quadrata di 2: f/1,4, f/2, f/2,8 f/4, f/5,6 f/8, f/11, f/16, f/22, f/32 nella quale il primo termine rappresenta l'apertura maggiore. Essendo il diaframma in funzione del diametro della pupilla di ingresso (o meglio del suo reciproco), questa scala fa sì che al ogni intervallo (detto stop) corrisponda un raddoppio della superficie e quindi della luce.

Il mezzo sensibile, poi, ha una sua caratteristica di "impressionabilità", detta velocità o sensibilità: più alta la sensibilità, minore l'esposizione necessaria per lo stesso risultato finale. Anche in questo caso, la relazione è inversamente proporzionale: a parità di luminosità rappresentata nell'immagine finale, sensibilità ed esposizione sono l'una il reciproco dell'altra.

Ne consegue che, modificando uno dei tre parametri (diaframma, tempo, sensibilità) si dovrà correggere uno degli altri due in modo da compensare la variazione. Quindi se si vuole dimezzare il tempo occorre aprire di uno stop il diaframma o raddoppiare la sensibilità. Se si vuole chiudere di uno stop il diaframma occorre raddoppiare o il tempo o la sensibilità. Se si vuole usare una sensibilità pari alla metà occorre raddoppiare il tempo o aprire di uno stop.

Ad esempio, portando il tempo da 1/250 a 1/500, quindi dimezzando l'esposizione (fattore = 1/2), si può scegliere se aprire il diaframma (in questo caso fattore 1,4), oppure raddoppiare la sensibilità della pellicola o del sensore elettronico (fattore = 2, reciproco di 1/2). Nel primo caso la quantità totale di luce che colpirà la pellicola (l'esposizione) sarà la stessa; nel secondo, la quantità di luce sarà dimezzata, ma la pellicola avrà una sensibilità doppia, e necessiterà quindi di metà della luce per lo stesso risultato. Ad esempio la terna di valori ISO 100-f/5,6-1/60 dal punto di vista dell'esposizione è equivalente alle seguenti:

  • ISO 100-f/8-1/30
  • ISO 100-f/4-1/125
  • ISO 100-f/11-1/15
  • ISO 100-f/2,8-1/250
  • ISO 200-f/8-1/60
  • ISO 200-f/11-1/30
  • ISO 200-f/4-1/250
  • ISO 400-f/8-1/125
  • ISO 400-f/5,6-1/250
  • ISO 3200-f/11-1/500[3]

Questa caratteristica permette un elevato controllo sul risultato fotografico. Infatti, l'uso di una o dell'altra terna, pur garantendo la stessa esposizione equivalente, per quanto riguarda altri aspetti non dà gli stessi risultati fotografici: infatti all'aumentare dell'apertura del diaframma diminuisce la profondità di campo della foto, mentre all'aumentare dei tempi di esposizione aumenta il rischio dell'effetto mosso, e all'aumentare della sensibilità, aumenta la granularità dell'immagine (per effetto della grana nel caso della pellicola, e del rumore elettronico nel caso del sensore di una macchina digitale).

Variando il tempo, cambia l'esposizione. Nell'esempio: 1,3 → 2,5 → 4 → 8 → 15 secondi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fin dalla nascita della fotografia, l'esposizione fu l'elemento fondamentale per ottenere un fotogramma ottimale in ogni singola condizione luminosa. Un tempo era necessario fotografare con esposizioni molto lunghe, poiché il materiale su cui veniva impressa la fotografia era poco sensibile e quindi doveva rimanere per ore alla luce per assumere un aspetto simile alla realtà. Nella prima fotografia della storia, Joseph Nicéphore Niépce dovette esporre un foglio di carta imbevuto di cloruro d'argento per circa 8 ore prima di ottenere un'immagine abbastanza luminosa e nitida.[4] Con il tempo il materiale fotografico divenne sempre più sensibile, fino ad arrivare alle classiche pellicole contemporanee, che sono fabbricate su scale di sensibilità decisamente maggiore ai materiali di un tempo. Nonostante ciò esistono ancora fotografi che si divertono ad utilizzare esposizioni da record, per creare fotogrammi molto interessanti, che spesso divengono vere e proprie opere artistiche.

L'esempio più celebre è il fotografo tedesco Michael Wesely, famoso appunto per aver scattato la fotografia con l'esposizione più lunga della storia.[5] Egli ha realizzato nell'ultimo decennio fotografie con esposizioni annuali, utilizzando una slit camera, ovvero una fotocamera dotata di una piccolissima fessura al posto del diaframma, in modo da permettere alla pellicola esposizioni lunghissime senza ottenere fotogrammi troppo luminosi.[6] Michael Wesely ha prodotto prevalentemente fotografie di edilizia in architettura, con l'intento di riprendere in una sola fotografia tutti i cambiamenti degli edifici che si hanno nel corso degli anni. Tra le sue opere più conosciute vi sono i cantieri della famosa Potsdamer Platz a Berlino, con un'esposizione di 2 anni (dal 04/04/1997 al 04/06/1999). Ciò che lo rese celebre è però la fotografia del museo dell'arte contemporanea di New york[7] durante le operazioni di ricostruzione. La fotografia ha infatti ottenuto il record per un'esposizione di circa 3 anni (dal 09/08/2001 al 07/06/2004), la più lunga esposizione fotografica mai ottenuta.[8]

Difetto di reciprocità[modifica | modifica sorgente]

Il rapporto di reciprocità è sempre lineare tranne che nelle situazioni in cui il tempo di esposizione è particolarmente breve o molto lungo. In questi casi gli elementi sensibili presenti sulla pellicola non reagiscono allo stesso modo e possono provocare delle dominanti di colore o una risposta alla luce insufficiente. Questo problema, chiamato difetto di reciprocità (effetto Schwarzschild), può essere corretto con l'utilizzo di filtri colorati nel primo caso, oppure aumentando l'esposizione nel secondo di una quantità precisa (che varia con il tipo di emulsione usata).[9]

Determinare l'esposizione[modifica | modifica sorgente]

Scegliere l'esposizione corretta era tradizionalmente il compito più impegnativo, insieme alla composizione, per il fotografo.[senza fonte] La disponibilità di ausili tecnologici ha in parte attenuato questa difficoltà.

Misurazione[modifica | modifica sorgente]

Lo strumento utilizzato per misurare la luce è l'esposimetro, che può essere esterno o interno. Un esposimetro può essere a luce riflessa, misurando così la luce che effettivamente proviene dal soggetto, oppure a luce incidente, che viene posto in prossimità del soggetto e ne misura l'illuminazione.[10]

Un esposimetro a luce riflessa ha a disposizione lo stesso tipo di informazione che arriva alla pellicola, e fornisce così una misura direttamente utilizzabile. Per contro, se il suo angolo (campo) non è molto ristretto, non è possibile determinare se tale illuminazione proviene dal soggetto, oppure è prevalentemente luce ambientale, per esempio il cielo o uno sfondo molto chiaro. In questo caso, bisogna considerare anche la natura della scena ripresa ed effettuare le opportune compensazioni.

Nel caso dell'esposimetro a luce incidente, invece, si ha una misurazione molto più precisa: l'esposimetro si trova esattamente nel punto di interesse. Tuttavia, soggetti diversi rispondono alla stessa illuminazione in modi molto differenti (pensiamo ad esempio a un animale a pelo folto e scuro, rispetto a un edificio bianco), per cui anche in questo caso occorre effettuare una compensazione.

Naturalmente l'esposimetro interno alle macchine fotografiche può essere solo del tipo a luce riflessa, perché non può essere posizionato in corrispondenza del soggetto.

L'esposimetro misura la luce su una scala calibrata in valori di esposizione, già pronti, senza necessità di alcuna conversione, per essere utilizzati nelle formule per il calcolo di diaframma e tempo.[11]

Calcolo dell'esposizione[modifica | modifica sorgente]

Lo sviluppo della tecnologia degli esposimetri interni ha permesso di limitare l'intervento umano utilizzando più sensori all'interno della fotocamera. La misura dell'esposizione può essere, ancora oggi, fatta con modalità esposimetriche tradizionali: misura in un punto centrale (spot) o in un'area centrale (pesata centrale) dell'immagine. Sono però disponibili anche modalità intelligenti, che misurano una matrice di più punti, determinando la natura della scena inquadrata e di conseguenza l'esposizione più appropriata. Questi metodi intelligenti possono tenere conto della distanza del soggetto messo a fuoco, del suo colore, di indizi della presenza di particolari condizioni di illuminazione (presenza del cielo, controluce...). Si ottengono così risultati che si avvicinano molto a quelli che otterrebbe un fotografo operando manualmente.[12]

Le fotocamere elettroniche o digitali utilizzano dei programmi (vari-program) che, una volta calcolata l'esposizione corretta, scelgono la coppia tempo/diaframma più adeguata per la scena inquadrata. Esistono anche due programmi che permettono un utilizzo più creativo e determinano automaticamente un tempo adeguato in base al diaframma scelto dal fotografo (priorità di diaframmi), oppure il diaframma migliore una volta scelto il tempo (priorità di tempi). Infine, il valore scelto dall'automatismo può in ciascuno di questi casi essere modificato manualmente attraverso il controllo della compensazione dell'esposizione -- oppure completamente ignorato, attraverso il programma manuale.

Cosa è l'esposizione corretta?[modifica | modifica sorgente]

L'uso della compensazione dell'esposizione e delle modalità manuali, anche in presenza di sofisticati automatismi, è motivato dal fatto che l'esposizione è un concetto relativo. Sappiamo infatti quali coppie di valori di diaframma e tempo diano luogo a una determinata esposizione, ma questo non ci dice quale sia l'esposizione corretta per una determinata scena. Certamente ci saranno soggetti che vanno "resi" con toni chiari, come (tipicamente) il cielo in un paesaggio, e altri che devono essere scuri, come il pelo di un cane nero. Però questa conoscenza è disponibile solo al fotografo che vede, capisce e interpreta la scena, non all'esposimetro, che si limita a una misurazione oggettiva.

Per convenzione, quindi, il calcolo dell'esposizione (il valore letto sull'esposimetro) viene fatto in modo tale che la zona di riferimento, per esempio il centro nella modalità spot, sia reso con un livello luminoso intermedio. Tale valore è quello del grigio 18%, cioè quello di una superficie con riflettanza pari al 18%. Esistono in commercio appositi cartoncini che presentano tale livello convenzionale di riferimento. Il valore esposimetrico misurato, per questo motivo, è da intendersi come un punto di partenza su cui effettuare le proprie scelte, più che come una prescrizione.

A queste considerazioni fanno eccezione i metodi a matrice o multizona, che applicano criteri basati sull'analisi di casi reali per cercare di determinare l'esposizione più corretta, non solo quella intermedia, "indovinando" la natura della scena e dei soggetti presenti. Tali metodi sono stati introdotti dalla Nikon, con il modello FA, che produce attualmente il sistema più sofisticato (il recente modello D7000 ha introdotto una matrice a più di 2000 zone, che usa informazioni tridimensionali e a colori). Tuttavia il preciso metodo impiegato resta un segreto industriale di ciascuna ditta produttrice.

Situazioni particolari[modifica | modifica sorgente]

In alcune situazioni è opportuno prestare particolare attenzione ai valori restituiti dall'esposimetro, interpretandoli per ottenere il corretto risultato. In special modo gli esposimetri per luce riflessa possono essere ingannati dalla riflettenza dei materiali, ovvero della capacità dei materiali di riflettere la luce in maniera diversa. Ad esempio una superficie di colore bianco o molto chiara restituisce gran parte della luce ricevuta, viceversa una superficie scura assorbe la luce. Questo influisce sull'esposimetro che interpreta la superficie chiara come una luce intensa, e la superficie scura come ombra. In queste situazioni è necessario compensare la lettura scegliendo un'esposizione maggiore nel caso del soggetto chiaro oppure minore con un soggetto scuro. In questi casi è d'aiuto l'utilizzo della tecnica del bracketing o di un cartoncino grigio medio, che possiede una riflettenza del 18%. L'esposimetro a luce incidente non richiede compensazioni per determinare la corretta esposizione. Alcune fotocamere, in particolare reflex, più recenti hanno un sistema esposimetrico in grado di tenere conto del colore del soggetto, per cui leggono correttamente l'esposizione anche se nella scena dominano colori molto chiari o molto scuri. In molte fotocamere compatte sono presenti programmi di esposizione che possono essere selezionati per tenere conto delle particolarità della scena inquadrata (es. controluce, tramonti, paesaggi innevati ecc...).

Paesaggio innevato[modifica | modifica sorgente]

La neve può ingannare l'esposimetro a luce riflessa

Fotografare uno scenario coperto di neve richiede un'esposizione maggiore di ⅓ o ½ rispetto alla lettura dell'esposimetro a luce riflessa, specialmente se in pieno sole.[13]

Controluce[modifica | modifica sorgente]

Un soggetto posto in controluce è un caso particolare che può risultare in due diverse interpretazioni. Se desideriamo esporre correttamente il soggetto, è necessario leggere la luce riflessa o incidente sulla superficie dello stesso, ad esempio il volto di una persona. Lo sfondo apparirà però molto chiaro.

Se desideriamo un effetto di silhouette del soggetto, è necessario esporre per lo sfondo, leggendo la luce alle spalle del soggetto. Quest'ultimo risulterà scuro se non completamente nero, mentre lo sfondo sarà correttamente esposto.

In alternativa è possibile esporre correttamente lo sfondo e il soggetto in primo piano utilizzando il flash e leggendo la luce sullo sfondo.

La notte[modifica | modifica sorgente]

Fotografare di notte presenta problemi particolari a seconda delle circostanza in cui ci si trova. Per la fotografia di persone a distanza ravvicinata si usa spesso il flash, che, consentendo di esporre correttamente il primo piano, causa però una sottoesposizione dello sfondo fino a farlo risultare completamente nero. Alcune fotocamere consentono la cosiddetta sincronizzazione lenta, per cui espongono per un tempo sufficiente ad evidenziare lo sfondo e contemporaneamente schiariscono il primo piano con il flash. In questo caso è consigliabile il cavalletto. Se non vi sono elementi importanti in movimento (o che sono in movimento, ma non sono soggetto della foto) è bene ricorrere all'uso del cavalletto, anche se l'elevata sensibilità di alcuni sensori consente di scattare a mano libera. Usando il cavalletto si possono impostare sensibilità basse e tempi lunghi, ottenendo una rappresentazione più realistica della scena. Dato che possono esserci forti differenze di luminosità fra le aree illuminate e quelle oscure, è consigliabile usare misurazioni a luce incidente o di tipo spot sulle aree di maggiore interesse per essere sicuri della loro resa corretta. Sistemi esposimetrici che tengono conto di tutta l'area inquadrata, tentando di esporre correttamente anche le parti più scure, possono portare ad una resa eccessivamente chiara della scena, per cui in questi casi è necessario sottoesporre di almeno un diaframma.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ http://www.5terreacademy.com/imagines/Corso3.pdf definizione
  2. ^ http://www.corriereinformatico.it/corriereinformatico+it/categorie+notizie/guide+e+tutorial/fotografia/-hcDocumento/id/2064/l-otturatore.html definizione esposizione
  3. ^ http://fotografia-reflex.blogspot.com/2009/11/lezione-4-lesposizione-parte-2.html scala esposizione
  4. ^ http://www.fotochepassione.com/Storia/prima-foto.htm l'esposizione di 8 ore di Joseph Nicéphore Niépce
  5. ^ http://www.tiziano.caviglia.name/blog/post.php?post=4131michael wesely la fotografia con l'esposizione più lunga della storia
  6. ^ http://weme.info/wp2/?p=3249 i tempi più lunghi della storia, la slit camera
  7. ^ http://www.moma.org/visit/calendar/exhibitions/119 fotografia al museo dell'arte di New york, Wesely
  8. ^ http://itchyi.squarespace.com/thelatest/2010/7/20/the-longest-photographic-exposures-in-history.html Le fotografie di Wesely
  9. ^ http://www.nital.it/experience/rumore2.php Difetto di reciprocità
  10. ^ http://www.francofasciolo.com/InteressiFotografiaMiniCorsoEsposizione.html l'esposimetro (guida online)
  11. ^ http://www.centoiso.com/guide/1.4.asp l'esposimetro
  12. ^ sensori esposimetro
  13. ^ come fotografare la neve (inverno, neve e ghiaccio/esposizione)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Corso avanzato di fotografia, Bryan Peterson - Editrice Reflex

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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