Edmund Kemper

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Edmund Emil Kemper III
Edmund Kemper (mug shot - 1973).jpg
Altri nomi Ed Kemper, Big Ed
Soprannomi The Co-ed Killer
Nascita Burbank, 18 dicembre 1948
Vittime accertate 10
Periodo omicidi 27 agosto 1964-20 aprile 1973
Luoghi colpiti Santa Cruz (California)
Metodi uccisione Strangolamento, assalto con arma bianca (coltello, martello) e da fuoco
Altri crimini Atti di mutilazione, necrofilia e cannibalismo, incendio doloso
Arresto Santa Cruz, 20 aprile 1973
Provvedimenti Carcere a vita
Periodo detenzione 20 aprile 1973

Edmund Emil Kemper III (Burbank, 18 dicembre 1948) è un serial killer statunitense, autore di omicidi di numerose giovani donne negli Stati Uniti tra il 1972 ed il 1973.

Conosciuto anche semplicemente come "Ed Kemper"[1] o "Co-ed Killer", è uno dei serial killer più efferati della storia americana. Operò nei primi anni settanta. Iniziò la sua vita criminale sparando ad entrambi i suoi nonni quando aveva quindici anni. Successivamente Kemper uccise e smembrò sei autostoppiste nella zona di Santa Cruz. Infine assassinò sua madre e una delle amiche di lei, prima di costituirsi egli stesso alla polizia poche ore dopo gli omicidi.

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Kemper era l’unico figlio maschio nato dall'unione tra Edmund Emil Kemper Jr. e Clarnell Strandberg. Da bambino era estremamente brillante, ma manifestò sintomi di disturbi psichici fin dalla giovane età: si divertiva a torturare ed uccidere gli animali, faceva strani giochini sessuali con le bambole delle sorelle, era un piromane, e mostrava segni di necrofilia; una volta, quando sua sorella gli disse di dare un bacio ad una insegnante, ebbe una crisi di rabbia, e le rispose: «Per baciarla dovrei prima ucciderla».[2]

Kemper era molto attaccato al padre, e rimase devastato dal divorzio dei suoi genitori avvenuto nel 1957, essendo stato affidato alla madre che lo portò a vivere nel Montana. Aveva un rapporto pessimo con sua madre, Clarnell, una donna violenta che lo picchiava e lo umiliava di continuo. Clarnell faceva spesso dormire il figlio chiuso in cantina, perché temeva che potesse violentare la sorella più piccola. È ormai ampiamente assodato che fosse un soggetto borderline con grossi disturbi della personalità.[3]

Nell’estate del 1963, Kemper scappò di casa per andare a cercare il padre in California. Una volta lì, scoprì che il padre si era risposato e non voleva avere più niente a che fare con lui; Kemper padre piazzò il figlio dai nonni, Edmund e Maude Kemper, affinché si occupassero di lui. I nonni vivevano in un ranch sulle montagne nel North Fork, California. Kemper trovò deprimente vivere nel North Fork, specialmente perché detestava sua nonna.

Il 27 agosto 1964, Kemper sparò alla nonna mentre la donna era seduta al tavolo della cucina intenta a scrivere le pagine conclusive del suo libro di fiabe. Quando suo nonno rincasò, Kemper sparò anche a lui. Poi telefonò alla madre, che lo convinse a chiamare la polizia. Interrogato, disse che "voleva solo sentire cosa si provasse ad uccidere la nonna" e che uccise anche il nonno perché sapeva che si sarebbe arrabbiato con lui per quello che aveva fatto.[4]

Kemper fu internato nell’Ospedale Psichiatrico Criminale di Atascadero, dove divenne amico del suo psicologo e diventò persino suo assistente. Come risultato dei test su di lui effettuati, si scoprì che possedeva un quoziente d'intelligenza di 136, furbo abbastanza da guadagnarsi la fiducia dello psicologo per avere accesso ai risultati dei test degli altri prigionieri. Kemper fu rilasciato dalla prigione nel 1969, dopo aver scontato una pena di meno di cinque anni di detenzione. Contro il parere di molti dottori dell‘ospedale psichiatrico, venne riaffidato alla madre. Kemper riuscì a convincere gli psichiatri che ora stava bene e che i suoi problemi giovanili se li era lasciati alle spalle maturando.

Fece una serie di lavori estemporanei prima di trovare un impiego nel dipartimento dei lavori pubblici (sezione autostrade) dello Stato della California. All‘epoca, era alto più di due metri e pesava circa 136 kg.

Omicidi e vittime[modifica | modifica sorgente]

Tra il maggio 1972 e il febbraio del 1973, Kemper si imbarcò in una serie di omicidi, raccogliendo dalla strada giovani autostoppiste, portandole in zone rurali isolate e uccidendole. Accoltellava o strangolava le vittime per poi portarne i cadaveri nel suo appartamento dove abusava dei corpi e poi li sezionava. Uccise cinque studentesse (quattro della UC Santa Cruz e una del Cabrillo College). Spesso usciva a caccia di vittime quando litigava con sua madre.

Mary Ann Pesce e Anita Luchessa[modifica | modifica sorgente]

Il 7 maggio 1972, Kemper stava guidando nei pressi del campus universitario UC Santa Cruz, quando diede un passaggio a due studentesse diciottenni di nome Mary Ann Pesce e Anita Luchessa, che stavano facendo l’autostop per raggiungere la Stanford University. Dopo aver guidato per circa un'ora, si diresse in una zona di campagna vicino Alameda, dove fermò la macchina e strangolò entrambe le ragazze. Non contento accoltellò ripetutamente sia la Pesce che la Luchessa con un grosso coltello da cucina che aveva comprato in una ferramenta proprio per l'occasione.

Kemper portò i cadaveri a casa della madre, portò i corpi in camera sua e scattò macabre foto pornografiche delle ragazze. Quella stessa notte, Kemper fece a pezzi i cadaveri e infilò i resti della Pesce in una valigia, che poi abbandonò sul ciglio della strada vicino alle montagne. Si servì della testa decapitata della Luchessa per praticare sesso orale, prima di gettare i resti della ragazza in una scarpata.

Aiko Koo[modifica | modifica sorgente]

La notte del 14 settembre 1972, Kemper raccolse dalla strada la quindicenne Aiko Koo, che aveva deciso di fare l’autostop fino a casa per non dovere aspettare l’autobus. Minacciandola con una pistola, Kemper fermò l’auto a lato della strada e strangolò a morte la ragazza. Piazzò il corpo nel bagagliaio della sua auto e guidò indietro fino alla casa materna. Nella sua stanza, violentò e dissezionò il cadavere.

Cindy Schall[modifica | modifica sorgente]

Il 7 gennaio 1973, Kemper diede un passaggio alla studentessa diciannovenne Cindy Schall. Fermò l’auto in una zona isolata e le sparò con una pistola calibro 22, più precisamente una S&W Model 41 che Kemper aveva comprato sottobanco. Come sempre portò il corpo a casa della madre e lo smembrò. Rimosse anche il proiettile dal cranio della ragazza e, seppellì la testa della ragazza nel giardino della madre con il viso rivolto verso le sue finestre per farle uno scherzo. Successivamente, motivò il fatto compiuto, dicendo che la madre "voleva sempre che le persone la guardassero".[5]

Rosalind Thorpe e Alice Liu[modifica | modifica sorgente]

Il 5 febbraio, dopo una discussione con la madre, Kemper uscì di casa in cerca di potenziali vittime. Incontrò la ventiquattrenne Rosalind Thorpe e la ventitreenne Alice Liu. Secondo Kemper, la Thorpe entrò per prima nell’auto, convincendo la Liu a salire dopo di lei. Appena arrivato in una zona “sicura“, Kemper sparò ad entrambe le ragazze e dopo ripeté il solito rituale di portarsi le ragazze in camera, per poi violentarle e smembrarle.

Clarnell Strandberg Kemper e Sally Hallett[modifica | modifica sorgente]

Venerdì 20 aprile 1973, Kemper uccise la madre nel sonno colpendola con un martello. Successivamente la decapitò, ne violentò il corpo e mise la testa sulla mensola del caminetto dove la usò come bersaglio per le freccette[6], infine le strappò le corde vocali e le gettò nel trita rifiuti.[6] «Mi sembrava appropriato» commentò dopo il suo arresto, «dato che non aveva fatto altro che urlare, strillare e inveire contro di me per anni».[7] Non avendo ancora placato il suo istinto omicida, invitò per cena la migliore amica di sua madre, la 59enne Sally Hallett. Appena la donna arrivò, la strangolò e uscì di casa.

Kemper guidò verso est cercando di uscire dalla California, ma quando la notizia degli omicidi iniziò a circolare per radio si scoraggiò, fermò l‘auto, chiamò la polizia e confessò l’omicidio di sua madre.

Cannibalismo[modifica | modifica sorgente]

Interrogato in carcere, Kemper ammetterà di aver compiuto anche atti di cannibalismo su almeno una delle sue vittime, dichiarò infatti: «Effettivamente ho divorato in parte la mia terza vittima. Ho tagliato dei pezzetti di carne che avevo messo nel congelatore. Una volta scongelata, ho cotto la carne in un pentolino con delle cipolle. Poi ho aggiunto della pasta e del formaggio».[8]

Detenzione[modifica | modifica sorgente]

Al processo si dichiarò infermo di mente, ma venne giudicato colpevole di otto omicidi. Fu richiesta la pena di morte, ma essendo stata sospesa all’epoca, fu condannato all‘ergastolo. Kemper da parte sua, non ha mai mostrato nessun segno di rimorso e non ha mai chiesto scusa ai genitori e parenti delle sue vittime. Anzi è parso addirittura orgoglioso del suo acume criminale e del fatto che per arrestarlo, la polizia abbia dovuto attendere che fosse lui stesso a costituirsi. Dal 1973, anno della condanna, Ed Kemper si è laureato e insegna informatica in carcere e partecipa attivamente a un programma di trascrizione di opere letterarie in alfabeto Braille per i ciechi. Queste attività gli hanno procurato diversi premi dall'amministrazione carceraria americana.

Nonostante la buona condotta e l'aver scontato quarant'anni di detenzione, Edmund Kemper è tuttora imprigionato nella California State Prison, di Vacaville, California.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Edmund Kemper, known as the Coed Butcher — Time Bomb — Crime Library on truTV.com
  2. ^ Andrea G. Pinketts, L'Enciclopedia dei serial killers, Flamingo Edizioni, Milano, 1997, pag. 682
  3. ^ Lawson, Christine Ann (July 2002). Understanding the Borderline Mother -- Helping Her Children Transcend the Intense, Unpredictable, and Volatile Relationship. Jason Aronson. pp. 129–131,136,139,141,144,278
  4. ^ Michael Newton, Dizionario dei Serial Killer, Newton & Compton Editori, Roma, 2004, pag. 161, ISBN 88-541-0183-4
  5. ^ Michael Newton, Dizionario dei Serial Killer, Newton & Compton Editori, Roma, 2004, pag. 162, ISBN 88-541-0183-4
  6. ^ a b Andrea G. Pinketts, L'Enciclopedia dei serial killers, Flamingo Edizioni, Milano, 1997, pag. 685
  7. ^ Andrea G. Pinketts, L'Enciclopedia dei serial killers, Flamingo Edizioni, Milano, 1997, pag. 698
  8. ^ Andrea G. Pinketts, L'Enciclopedia dei serial killers, Flamingo Edizioni, Milano, 1997, pag. 688

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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