Candelabro

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Candelabro di ottone

Il candelabro è un oggetto con la funzione di reggere le candele. È dotato di due o più bracci e solitamente ha un aspetto artistico o decorativo. Spesso è utilizzato durante riti e presente in luoghi di culto; un esempio è la Menorah ebraica, candelabro a sette bracci.

Per quanto oggigiorno abbia spesso un uso marginale o nullo, a causa dellaluce elettrica, i candelabri ed i candelieri sono spesso inseriti come accessori d'arredamento anche nelle case moderne.

Dall' inizio della diffusione della luce elettrica il termine candelabro è diventato un termine di uso comune per indicare anche gli apparecchi di illuminazione di locali, installati sul soffitto o sulle pareti, che danno luce con lampadine ad incandescenza, neon o altre fonti di luce.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Il candelabro era già noto presso gli etruschi e gli antichi romani. A Roma si diffusero due tipi di candelabri: uno bronzeo costituito da un fusto sagomato e quattro piedi a zampa di animale per un uso prettamente casalingo; l'altro, più grande, in marmo o in bronzo ricco di decorazioni, installato nei luoghi di culto e negli edifici pubblici.

Intorno all'VIII secolo si imposero nei luoghi di culto cristiani e non furono rari quelli prodotti con oro e argento. Durante il periodo romanico l'oggetto subì alcune varianti, come quella dei candelabri a foggia di colonna e poggianti su basi decorate. Nel periodo Gotico fiorì la produzione religiosa inglese, francese e germanica che solamente nel tardo barocco tese ad esaurirsi.[1]

Nel Novecento, si è diffusa sia la ricerca dei pezzi di antiquariato riguardanti candelabri di vari paesi europei, sia la tendenza ad imitare alcuni modelli del passato, tra i quali si annoverano le appliques ("candelabri") francesi dei tempi di Luigi XVI, in bronzo dorato, e quelli veneziani in vetro con cristallo tagliato a goccia.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Le Muse", De Agostini, Novara, 1964, Vol. III, pag.35
  2. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, Vol. I, pag.302

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