Buddhismo dei Nikāya

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Buddhismo
dei Nikāya
Canone buddhista
Āgama-Nikāya, Āhánbù
Vinaya, Sutta
Abhidharma


contenuti nei canoni:
pāli, cinese, tibetano

Concili buddhisti
Buddhismo dei Nikāya
Il Buddhadharma

 Mahāsāṃghika
     Lokottaravāda
     Caitika
     Gokulika
     Prajñaptivāda
     Bahuśrutīya
 Vatsīputrīya
     Sammitīya
         Avantaka
         Kurukulla
     Dharmôttarīya
     Bhadrayānīyāḥ
     Saṇṇagārika
 Sthaviravāda
     Sarvāstivāda
         Sautrāntika
         Mūlasarvâstivāda
     Vibhajyavāda
         Theravāda
         Dharmaguptaka
         Mahīśāsaka
         Kāśyapīya

Il termine sanscrito e pāli nikāya significa “raggruppamento” e viene in questo caso tradotto come “scuola”, non va confuso con lo stesso termine utilizzato nel Sutta Piṭaka del Canone pāli per dividere i suoi cinque raggruppamenti testuali.

Origini della definizione e sue problematiche[modifica | modifica sorgente]

Per Buddhismo dei Nikāya la storiografia contemporanea[1] intende quindi un insieme di scuole buddhiste sorte nei primi secoli dopo la morte del Buddha Śakyamuni (vedi anche Concili buddhisti) che non riconoscevano la canonicità degli insegnamenti riportati nei Prajñāpāramitā Sūtra e nel Sutra del Loto, scritture successivamente denominate come sutra Mahāyāna e che oggi compaiono nel Canone cinese e nel Canone tibetano. Un termine sinonimo, più spesso usato nella manualistica italiana e non solo, è quello di Buddhismo Hīnayāna. Va tenuto presente che quest'ultimo termine, Hīnayāna (Veicolo inferiore), è invalso nel suo utilizzo storiografico perdendo i contenuti dispregiativi con cui era stato utilizzato dai seguaci del Buddhismo Mahāyāna per indicare i seguaci di quegli insegnamenti buddhisti che non riconoscevano la canonicità degli insegnamenti riportati nei Prajñāpāramitā Sūtra e nel Sutra del Loto, in particolar modo riferito ai seguaci della scuola Sarvāstivāda. Come altri termini sorti con significato dispregiativo oggi ha perso quel significato nell'uso comune, basti pensare ai nomi di: cristiano, quacchero o mormone[2], pur non avendo questi termini il significato etimologico di "inferiore" o analogo[3]. D'altronde, utilizzare per queste scuole la definizione di 'Primo Buddhismo' non rende ragione della nascita al loro interno delle correnti che poi si denomineranno Mahāyāna. L'utilizzo del termine Mahāyāna si è diffuso a partire dal II secolo d.C. circa e si ritiene che la prima letteratura di riferimento possa forse avere avuto origine nel I secolo a.C., ma non si sa quando si siano formati i primi gruppi di monaci che sottolineavano l'importanza e l'urgenza dell'insegnamento dello śunyātā e della prajñā, tratti caratteristici della dottrina mahāyāna. Di certo vi è stato fin dai primi concili ampia discordia su quali fossero gli effettivi insegnamenti del Buddha Śakyamuni[4], ma nei testi buddhisti più antichi pervenuti, risalenti al I secolo d.C. e rinvenuti nella regione del Gandhara, non c'è traccia di alcuna dottrina riconducibile a quelle mahāyāna il che dimostrerebbe, secondo Salomon, che il mahayana non ha avuto il suo fulcro nella regione del Gandhara nel I secolo d.C.[5].

Philippe Cornu azzarda una soluzione interpretativa della nascita del Buddhismo Mahāyāna considerando come possibile che il Buddha Śakyamuni:

« insegnò la Prajnaparamita e altri argomenti del grande veicolo a un gruppo ristretto e particolarmente maturo, i cui discepoli rimasero una minoranza durante i primi secoli; le loro file si ingrossarono verso il primo secolo dell'era cristiana, rendendo possibile la diffusione del Mahāyāna alla luce del giorno tanto nel saṅgha monastico come tra i laici. »
(Philippe Cornu, op. cit. pag.358)

Questo varrebbe come tesi speculativa, non esistendo testimonianze letterarie, litografiche o archeologiche né dirette né indirette a sostegno e scontrandosi invece con quanto risulta nel canone pāli, il quale tuttavia secondo diversi autori risale in una edizione del V secolo d.C. il quale riferisce il Buddha negare al monaco e attendente personale Ānanda l'aver mai tenuto insegnamenti segreti o ristretti a monaci privilegiati[6]. Inoltre autorevoli studiosi ritengono i Prajñāpāramitā Sūtra delle opere tardive rispetto a quelle delle scuole più antiche, dette pratyekabuddhayāna[7].

Gli studiosi R. H. Robinson e W. L. Johnson ritengono infatti il Mahayana il frutto successivo dell'evoluzione delle prime scuole dottrinali buddhiste, dette del nikaya, e considerano il Mahayana frutto anche dell'assorbimento di diverse dottrine, riti e culti buddhisti diffusi in India al tempo della sua formazione dottrinale[8].

Nell'introduzione a "Storia del Buddhismo indiano" lo studioso Paolo Taroni scrive che[9]:

« Come è noto, il Mahāyāna venne contrapposto all'Hīnayāna, il Piccolo Veicolo, dagli esponenti del Mahāsāṃghikā, più riformatori e progressisti al problema del come si potesse conseguire la Buddhità, in contrapposizione agli anziani (Sthavirāḥ), i quali sostenevano invece che fosse necessario osservare le regole e la disciplina (vinaya) per raggiungere l'illuminazione. [...] I Mahāsāṃghikā - originari del centro-sud dell'India - furono sconfitti; tennero quindi un concilio separato, così da venire a delineare ormai la demarcazione tra Mahāyāna e Hīnayāna. [...]

All'incirca tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. iniziò dunque ad affermarsi - soprattutto grazie ai laici [...] - il buddhismo Mahāyāna, in aperta opposizione alla rigidità e all'arroganza dei monaci, che ormai avevano snaturato il pensiero del buddhismo originario e ne avevano dissolta tutta la carica rivoluzionaria, dissacrante e antiteoretica »

Il pellegrino cinese mahāyāna Yìjìng (義淨, 635-713) registra ancora nel VII secolo che varie scuole allora esistenti con cui era entrato in contatto (Mahāsāṃghika, Vatsīputrīya, Sarvāstivāda e Vibhajyavāda) avevano ancora tutte al loro interno monaci Mahāyāna[10]. Secondo alcuni studiosi ciò indicherebbe che le divisioni tra monasteri, almeno fino al VII secolo, inerivano quindi ancora alla disciplina monastica (Vinaya)[11] piuttosto che alle dottrine di riferimento[12]. Altri studiosi rilevano invece come i codici della disciplina monastica (Vinaya) che ci sono giunti siano invece molto simili tra di loro, almeno per quanto riguarda le controversie dei concili in cui le comunità si scontrarono tra loro[13], e che fu proprio grazie a ciò che le comunità antiche, nonostante fossero divise dalle loro interpretazioni della dottrina (in primo luogo dell'Abhidharma), potevano convivere negli stessi monasteri. Infatti anche gli studiosi R. H. Robinson e W. L. Johnson fanno risalire la spaccatura tra le scuole del nikāya e il Mahāyāna alle reciproche divergenze non disciplinari, ma relative all'Abhidharma[14].

Ritornerebbe quindi opportuno l'utilizzo[15], come sostenuto da Richard H. Robinson e Williard L. Johnson, del termine Hīnayāna, ma esso continua a suonare offensivo per molti aderenti al Buddhismo Theravāda, anche se il termine fu coniato dal Mahāyāna per "insultare" essenzialmente la scuola Sarvāstivāda ed oggi ha perso qualsivoglia caratteristica denigrativa. In questo ambito tuttavia occorre ribadire che si intende come Buddhismo dei Nikāya quelle scuole, e quei monaci di quelle scuole, che non si riconoscevano negli insegnamenti dei Prajñāpāramitā Sūtra e nel Sutra del Loto, essendo inoltre tra loro divisi da differenti Vinaya e differenti Abhidharma.

Occorre poi precisare che l'attuale scuola Theravāda non può essere considerata a pieno titolo una scuola del Buddhismo dei Nikāya, o Hīnayāna, avendo essa stessa subìto, nel corso dei secoli, degli sviluppi dottrinali che l'hanno portata ad accogliere persino alcuni insegnamenti provenienti da altri ambiti buddhisti e brahmanici[16].

Canonicità delle scritture[modifica | modifica sorgente]

Dal punto di vista storiografico è difficile stabilire la "canonicità" di questa o di quella scrittura buddhista. Di certo sia gli Āgama-Nikāya (testi a cui fanno riferimento le scuole del Buddhismo dei Nikāya) che alcuni Prajñāpāramitā Sūtra, come presumibilmente alcuni capitoli del Sutra del Loto, sono stati messi per iscritto nello stesso periodo, ovvero nel I secolo a.C., anche se studiosi fanno comunque risalire l'origine delle Prajñāpāramitā ad un'epoca posteriore a quella della formazione degli Āgama-Nikāya[17]. Parte dei Nikāya del Canone pali è fatto risalire, secondo alcuni autori e grazie a testimonianze indirette e studi letterari comparativi, al IV secolo a.C.[18], nonostante quello noto sia il frutto di una edizione del V secolo d.C. La situazione complessiva è tuttavia tale dal far ritenere la ricostruzione dell'evoluzione storica dei testi buddhisti pressoché impossibile[19]. Tutte, o alcune, delle dottrine riportate erano state precedentemente, e per secoli, trasmesse oralmente (e forse, almeno in parte, anche per iscritto a partire dall'epoca del sovrano Aśoka[20]) da monaci chiamati bāṇaka. Non si ha contezza di quale sia l'effettivo insegnamento del Buddha Śakyamuni lì contenuto.

Generalmente si ritiene che gli Āgama-Nikāya contengano molti degli insegnamenti del Buddha storico, ma ciò secondo alcuni studiosi non esclude la stessa cosa riguardo ai Prajñāpāramitā Sūtra più antichi, nonostante di questi ultimi non si abbiano testimonianze, dirette o indirette, precedenti il I secolo a.C., contrariamente a numerosi testi oggi presenti nel Canone pāli[19]. È certo invece che sia gli Abhidharma della scuola Theravāda e delle scuole Buddhismo dei Nikāya che gli altri sūtra Mahāyāna siano successivi all'insegnamento del Buddha storico e che non siano in alcun modo riferibili ad esso, come invece la tradizione di queste scuole sostiene[21].

Ciononostante va precisato che già durante la vita del Buddha Śakyamuni esisteva la figura del Buddhavācana, ovvero di colui che, realizzata l'"illuminazione", poteva parlare con la "voce" del Buddha, altrimenti detta il "ruggito del leone", avendone avuto l'autorizzazione o l'invito a farlo. Seguendo questa antica tradizione è comprensibile come, nel corso dei secoli, sia le scuole del Buddhismo dei Nikāya e del Buddhismo Theravāda che del Buddhismo Mahāyāna abbiano attribuito al Buddha storico degli insegnamenti (come gli Abhidharma o i sutra Mahāyāna) di "illuminati" contemporanei. Tutto questo alla luce di una ulteriore considerazione che fa riferimento, ad esempio, al Nettippakaraṇa (122-4), antica guida extracanonica all'Abhidhamma del Canone pāli. In questo testo si stabilisce così la canonicità di un insegnamento: «Con che cosa il sutra deve concordare? Con le Quattro nobili verità. Con che cosa il vinaya deve concordare? Con il controllo della cupidigia, della avversione e dell'illusione. Con che cosa il Dharma deve concordare? Con l'insegnamento della coproduzione condizionata». Ne segue che ciò che rispetta queste caratteristiche può essere considerato canonico. Analoghe considerazioni si trovano nella letteratura buddhista sanscrita del Mahāpadesasūtra, come nel rispettivo Mahāpadesasutta (Digha-nikāya, 123) del Canone pāli. Questa lettura, più filosofica che storica della canonicità di un testo, ha consentito l'ingresso in tutti i canoni buddhisti di testi che non possono essere riferiti "storicamente" al Buddha Śakyamuni. Anche se certamente la scuola Theravāda (come le scomparse scuole del Buddhismo dei Nikāya) ha cercato di attenersi maggiormente, rispetto alle scuole Mahāyāna, ad una interpretazione storica del criterio piuttosto che a quella filosofica.

Divisione delle scuole[modifica | modifica sorgente]

Dopo la morte (parinirvāṇa) del Buddha Śakyamuni il monachesimo buddhista si diffuse presto per tutto il subcontinente indiano. A questa diffusione corrispose anche una lenta ma graduale differenziazione nella interpretazione degli insegnamenti, all'epoca riportati oralmente, attribuiti allo stesso Buddha Śakyamuni.

La prima divisione registrata all'interno della comunità buddhista (saṅgha) risale alla metà del IV secolo a.C. quando la maggioranza della comunità denominatasi Mahāsāṃghika si divise dagli Sthaviravāda, una minoranza che si autodenominò come gli anziani, fedeli all'insegnamento autentico del Buddha. Il gruppo degli Sthaviravāda rimase unito fino al III secolo a.C. quando da esso si separò un gruppo denominato Vatsīputrīya che sosteneva l'esistenza di un pudgala (persona; e per questo conosciuti anche come Pudgalavāda) all'interno di ciascuno di noi, dottrina che evidentemente contraddiceva, per i suoi oppositori, l'anatman insegnato dallo stesso Buddha Śakyamuni. Alcuni decenni dopo questo scisma, se ne produsse uno nuovo e la comunità Sthaviravāda si suddivise in due: Vibhajyavāda e Sarvāstivāda. All'inizio del II secolo a.C. dalla comunità Vibhajyavāda sorsero due ulteriori scuole: i Dharmaguptaka e i Mahīśāsaka. Mentre nello stesso periodo dalla scuola Sarvāstivāda sorse la scuola Sautrantika. Poco si sa di una ulteriore scuola, i Kāśyapīya, che sembra sintetizzare le posizioni dottrinali dei Sarvāstivāda con quelle Vibhajyavāda.

Intorno III secolo a.C. alcuni gruppi di Sthaviravāda-Vibhajyavāda si stabilirono nell'India meridionale giungendo da qui nello Sri Lanka. Essi adottarono come lingua canonica il dialetto pracritico pāli e convissero accanto a comunità Mahīśāsaka che possedevano un vinaya simile. Si denominarono Theravāda che è la traduzione in pāli del sanscrito Sthaviravāda. Anche questa comunità si divise sul suolo cingalese in due monasteri che adottarono diversi canoni: il Mahāvihāra (che promosse la scuola Theravāda) e l'Abhayagiri (che invece accolse gli insegnamenti riportati nei sutra Mahāyāna e Vajrayāna). Una terza corrente sorse intorno al IV secolo d.C. presso il monastero Jetavana.

Secondo le cronache redatte all'epoca da monaci theravāda[22], gli Abhayagirivasa e gli Jetavanyasa scomparvero nel XII sec. a causa di una controversia tra esponenti dei monasteri interessati che fu vinta dal monaco theravada Jotipāla, del monastero di Mahāvihāra. In seguito a tale sconfitta, sempre secondo le cronache theravada, le scuole che facevano capo ai monasteri Abhayagiri e Jetavanagiri persero la loro popolarità e i monaci di questi due monasteri «desistettero dal loro orgoglio e vissero in sottomissione al Mahāvihāra[23].». Secondo gli storici del Buddhismo, invece, tale scomparsa fu dovuta all'imposizione di una riforma del saṅgha da parte del re cingalese Parakkamabahu I, il quale avrebbe costretto tutti i monaci dell'isola ad aderire alle dottrine del Mahāvihāra (Theravāda) pena l'allontanamento dai monasteri[24]. Tale atto di riforma ecclesiastica portato avanti con l'appoggio del sovrano non impedì tuttavia che culti Mahāyāna continuasse ad essere praticato nello Sri Lanka, tanto che sono note fonti che evidenziano come la devozione alla divinità Natha, che è stata identificata con Avalokitesvara, fiorisse nel XV secolo e che godette del pieno appoggio e protezione di diversi sovrani singalesi[25].

Tuttavia anche questo culto fu incorporato nel sistema di credenze della scuola Theravāda singalese e considerato come altre divinità popolari[26] assimilabile dalla sua tradizione[27]. È difficile stabilire con contezza la distribuzione geografica di tutte queste antiche scuole. Le iscrizioni ci dicono poco sulla presenza di quella o dell'altra scuola, perché una iscrizione di una scuola non esclude la presenza di un'altra che non ha lasciato iscrizioni. Tuttavia sulla distribuzione geografica di queste scuole possediamo la preziosa testimonianza dei pellegrini cinesi Xuánzàng (玄奘, 602-664) e Yìjìng che viaggiarono lungo il sub-continente indiano intorno al VII sec. Queste testimonianze ci dicono che non vi era una distribuzione omogenea, ma certamente tutte le scuole sembrano essere state presenti nel bacino del Gange dove si situavano i più importanti siti di pellegrinaggio. Anche nell'India orientale (Bengala) convivevano due grandi gruppi di scuole: Mahāsāṃghika e Sthaviravāda. Nel VII sec. la scuola Vibhajyavāda prossima se non identica al Theravāda controllava tutta la regione Tamil dell'India meridionale ed era presente anche sulla costa a Nord di Bombay. I Mahīśāsaka sono a Nord-Ovest sulle rive del Fiume Kṛṣṇa ma anche in Sri Lanka; i Dharmaguptaka sembrano essere presenti sono nell'India nord-occidentale come i Kāśyapīya; i Sarvāstivāda dominano invece tutta l'India settentrionale dal III secolo a.C. fino ad almeno il VII sec.

Tutte le scuole buddhiste oggi esistenti derivano da queste scuole antiche ma con degli specifici sviluppi dottrinali.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il termine fu coniato, negli anni '80, dal professor Masatoshi Nagatomi, studioso del Buddhismo Mahāyāna della Harvard University, per indicare le scuole pre-Mahāyāna del Buddhismo indiano, evitando l'utilizzo del termine Hīnayāna che poteva risultare offensivo per i buddhisti Theravāda.
  2. ^ Richard H. Robinson e Williard L. Johnson op.cit. pag.108
  3. ^ Di questi termini è offerta l'etimologia seguente:
    • cristiano, dal lat. tardo Christiānus, che è dal gr. Christianòs;
    • quàcchero, ingl. quaker «tremante»; propr. «che trema di fronte alla volontà di Dio»;
    • mormone, dal nome di Mormone, cristiano del IV secolo, a cui vennero attribuite le lastre d'oro contenenti il testo di questa religione, che Joseph Smith (1805-1844) pretese di aver trovato
    Da: Il Dizionario della lingua italiana, DeAgostini, p. 2294. ISBN 88-415-1990-8.
  4. ^
    « Perfino tradizioni che ritengono che il canone fu redatto e chiuso durante il primo concilio di Rajaghra, poco dopo la morte del Buddha, ammettono che non tutti gli anziani buddhisti furono presenti a quella assemblea e che almeno un gruppo di "cinquecento monaci" insistette nel mantenere la propria versione degli insegnamenti come essi se la ricordavano. Tutta la documentazione disponibile indica che la maggior parte dei canoni non fu mai chiusa. La scuola Theravāda orgogliosa del suo conservatorismo in questioni scritturali ancora nel V secolo d.C. dibatteva sul contenuto del proprio canone. Perfino oggi non vi è concordia completa tra i theravādin riguardo alla sezione del Khuddaka Nikāya del proprio canone. Pertanto non è sempre possibile distinguere chiaramente fra letteratura buddhista canonica, postcanonica e paracanonica. Tutte le scuole ritengono che almeno alcuni testi siano stati perduti, troncati od alterati, e che un certo numero di testi posteriori o falsi siano stati incorporati nei canoni di varie scuole. Sebbene occasionalmente queste affermazioni siano state utilizzate per sostenere le posizioni di una scuola contro quella dell'altra, probabilmente esse rappresentano una accurata descrizione dello stato generale delle cose nel tempo in cui furono costituite formalmente le prime raccolte scritturistiche. ... I canoni buddhisti furono il risultato di un lungo processo di redazione e compilazione che non siamo più in grado di ricostruire. »
    (Luis O. Gómez, op. cit. 2006 pag.357)

    E anche:

    « Sin dalle prime comunità di monaci itineranti c'è stato un ampio ambito di discordia e di dissenso. Ma alcune forze hanno contribuito al mantenimento dell'unità: il potere secolare, ad esempio, aveva una forte posta in gioco nel preservare l'armonia nel sangha, specialmente se poteva esercitarvi una qualche forma di controllo. »
    (Luis O. Gómez, op. cit. 2005 pag. 1108)

    Secondo Hans W. Schumann:

    « Vale la pena di citare anche la spiegazione del bikkhu Purana, che dopo il Primo concilio osservò: «Gli anziani dell'ordine hanno ben recitato (e) canonizzato la dottrina er la disciplina monastica, io voglio tuttavia rammentarle come le ho udite e ricevute dal Sublime» (Cv11,1,11). Questa affermazione esprime sia una lode alla canonizzazione sia una certa diffidenza nei suoi confronti. »
    (Hans W. Schumann, Op. cit., 2008 pag. 302-3)
  5. ^
    « Cospicuamente assente nel nuovo materiale è un qualsiasi riferimento significativo a, oppure indizi di, concetti e ideali Mahāyāna. Le origini – storiche, geografiche e dottrinali - del Mahāyāna sono state per lungo tempo oggetto di un'attenzione intensa e di un'accesa controversia negli studi buddhisti, ed è ritenuto da molti che la regione del Gandhāra abbia ricoperto un ruolo cruciale nel suo sviluppo. Ma si direbbe che se questi documenti debbano contribuire un qualsiasi apporto al riguardo, questo debba essere negativo o al più indiretto. »
    (R. Salomon, op. cit., pag. 13)
  6. ^
    « Ma Ānanda, cos'altro può chiedermi la comunità dei monaci? Io, Ānanda, ho insegnato il Dhamma evitando di creare una dottrina esoterica ed una essoterica:[nota 31] il Tathāgata è ben lungi dall'essere un maestro dal "pugno chiuso" (ācariyamuṭṭhi) per quanto riguarda gli insegnamenti! »
    (Mahāparinibbāna sutta, Dīgha Nikāya, 16, II 32)
    Nota 31:
    « Leggiamo nel commento: «Non ho mai fatto di questo Dhamma né una questione interna, privata, pensando "Non insegnerò questo Dhamma ad altri", né una questione esterna, pubblica, pensando "Insegnerò questo Dhamma ad altri"» »
    Raniero Gnoli, op. cit., pag. 1140. Mario Piantelli Op. cit. pag. 108 ritiene questo insegnamento di Gautama Buddha sia in realtà una risposta dei tradizionalisti "posta in bocca" al Buddha per controbattere la pretesa mahayanista di conservare insegnamenti esoterici a loro riservati dal Buddha storico.
  7. ^
    « Gli antichi testi non erano più sufficienti a questo nuovo atteggiamento spirituale. Accanto ad essi, che non furono, s'intende, affatto rifiutati, cominciarono ad apparire, verso il I secolo a.C., nuove opere, attribuite allo Svegliato. Son queste i cosiddetti testi della Prajñā Pāramitā (Perfezione della Gnosi), la massima delle «virtù». »
    (R. Gnoli, Testi Buddhisti, pagg.10-11)
  8. ^
    « A ogni modo, dato che i monaci buddhisti giravano l'India in lungo e largo, i partigiani dell'anti-Abhidharma unirono infine le loro forze a quelle dei nuovi culti di salvazione buddhisti e ad altre fazioni con idee analoghe, per evolversi in un esteso movimento che si definì 'Mahāyāna' (la 'Grande Via' o 'Grande Veicolo' - yāna: andare, via, viaggio, veicolo). »
    (R. H. Robinson e W. L. Johnson, op. cit., pag. 108)
    « La definizione di 'buddhismo del nikāya, a[d] esempio, si può applicare correttamente alle scuole precedenti la nascita del Mahāyāna, ma non a quelle che seguirono, poiché il Mahāyāna formava un sottogruppo entro ciascuna di loro. »
    (Ivi, pag. 108)
    « Sembra che il Mahāyāna abbia avuto origine nelle sette mahāsāṅghika, che fin dall'inizio avevano denigrato l'arahant e sostenuto innovazioni dottrinali e insegnamenti che più tardi saranno tipici del Mahāyāna, come l'affermazione che il Buddha storico è una mera apparizione del vero buddha, in realtà oltremondano »
    (Ivi, pag. 109)
  9. ^ I. Vecchiotti, Storia del Buddhismo indiano, Introduzione, pagg. 9-10
  10. ^ Richard H. Robinson e Williard L. Johnson, pag.108.
  11. ^ Le differenze sul vinaya non dovevano essere così preoccupanti in quanto come ricordano Richard H. Robinson e Williard L. Johnson «Può darsi che questo riflettesse il commento del Buddha, fatto verso la fine della sua vita (D.29) quando, a proposito delle differenze nel vinaya, disse che dopo la sua morte non avrebbero dovuto preoccupare quanto quelle del dharma», pag. 72.
  12. ^ Così Richard H. Robinson e Williard L. Johnson «Monaci appartenenti a scuole diverse vivevano spesso in armonia entro i confini dello stesso monastero. [...] Se un gruppo qualsiasi avesse ritenuto le sue differenze rispetto agli altri così forti da non poter vivere insieme si sarebbe ritirato altrove e si sarebbe stabilito in un altro monastero.», pag.77.
  13. ^ B. Sujato, pag. 4
  14. ^
    « Gli studiosi dell'abhidharma riuscirono a far accettare i loro testi come parte di questo corpus stabilito, sullo stesso piano del Sūtrapiṭaka e del Vinayapiṭaka, ma si sviluppò gradualmente una reazione [...] fra coloro i quali ritenevano che l'analisi dell'Abhidharma non avesse afferrato il cuore dell'insegnamento. Essi si trovarono a fronteggiare la convinzione che l'Abhidharma fosse, direttamente o no, la parola del Buddha e dunque iniziarono a comporre di propria mano nuovi sūtra, ponendo i loro argomenti contro l'abhidharma in bocca al Buddha e ai grandi arahant, e li giustificarono come testi scoperti di recente che erano stati nascosti all'epoca del Buddha. Il disaccordo sull'accettare o no questi nuovi sūtra come normativi sembra aver generato la prima incrinatura che avrebbe condotto poi alla scissione più grande. »
    (R. H. Robinson e W. L. Johnson, op. cit., pag. 107)
  15. ^ Nakamura Hajime si risolve utilizzando la definizione di Buddhismo dei Nikāya dello Hinayana (in: Buddhism, Schools of: Mahayana, The Encyclopedia of Religion, Mc Millan, NY 1986). Mentre Collett Cox utilizza Mainstream stream buddhist schools (in Encyclopedia of Buddhism, New York, McMillan, 2004, pag. 501). Luis O. Gomez utilizza invece early sect a anche di Hinayana schools in: Buddhism: Buddhism in India, The Encyclopedia of Religion, New York, Mc Millan, 2005. Andre Bareau invece spiega che «Sarebbe più corretto dare il nome di "primo buddhismo" al cosiddetto Hinayana, denotando il termine l'intera raccolta delle più antiche forme di buddhismo: quelle che precedono il sorgere del Mahāyāna e quelle che condividono la loro stessa ispirazione e nutrono lo stesso ideale, ossia l'arhat.» Tradotto da: Buddhism schools of: early doctrinal school of Buddhism in The Encyclopedia of Religion, New York, Mc Millan, 2005.
  16. ^ Philippe Cornu Dizionario del Buddhismo Milano, Bruno Mondadori, 2003, pag.662; R. H. Robinson e W. L. Johnson,Op. cit., pagg. 180-1
  17. ^
    « Gli antichi testi non erano più sufficienti a questo nuovo atteggiamento spirituale. Accanto ad essi, che non furono, s'intende, affatto rifiutati, cominciarono ad apparire, verso il I secolo a.C., nuove opere, attribuite allo Svegliato. Son queste i cosiddetti testi della Prajñā Pāramitā (Perfezione della Gnosi), la massima delle «virtù». »
    (Raniero Gnoli. Testi Buddhisti, pagg.10-11)
  18. ^ Barua, pag. 4
  19. ^ a b Per un'ulteriore trattazione della datazione dei testi del canone pāli si rimanda a: Datazione dei Nikāya del Canone pāli
  20. ^ Così Amulyachandra Sen in Asoka's edicts, Calcutta, 1956, citato in: K. Lal Hazra, BBLEIE, pag. 107
  21. ^ Cfr., a titolo esemplificativo: Richard H. Robinson e Willard L. Johnson. La religione buddhista. Ubaldini editore. Roma, 1998, pag. 74-5; Luis O. Gòmez. Encyclopedia of Religion vol.2. NY, Macmillan, 2005, pag. 1112
  22. ^ Cūlavaṁsa, cap. XLII, v. 35, cit. in Lal Hazra, pag. 52
  23. ^ Nikāyasaṅgraha, pag. 15, cit. in Lal Hazra, pag. 52
  24. ^ Piantelli, pagg. 78 e segg., Bareau, pagg. 265 e segg., Robinson e Johnson, pagg. 182 e segg., H. Bechert, pag. 286.
  25. ^ Riferisce in proposito il Lal Hazra (BSL, pag. 101):
    « Il culto di Natha o Avalokitesvara divenne molto popolare nel XV secolo in Sri Lanka durante il regno di Parākramabāhu VI di Koṭṭe (1412-1467 dC) (Paramavitana, 230). Totagamuwa ne fu il principale centro di culto. Sri Rāhula, il poeta, prete e grammatico, era un seguace dei Bodhisattva Mahāyāna. A Pepiliyana la divinità riceveva un culto quotidiano e per questa ragione erano elargite donazioni regali. È stata trovata un'iscrizione del re Bhuvanaikabāhu o Bhuvanakabāhu V del ⅩⅣ secolo dC nella provincia centrale di Sagama che cita la divinità. L'iscrizione Vegiriya del XV secolo dC tratta della dedica di certi campi per l'offerta quotidiana da rendersi a Lokesvara Nātha (ibid., 230). Un'iscrizione diffusa a Gadaladeniya nella provincia centrale (metà del ⅩⅣ secolo) cita insieme Natha e Matteyya (Maitreya) mentre anche i capitoli ottantasettesimo e centesimo del Mahāvaṃsa descrivono Natha (ibid., 230). Durante l'era delle dinastie kandiane il Natha Devale occupava un posto di primo piano a Kandy. Nella festività annuale "ora condotta in relazione al Tempio della Reliquia del Dente, procede accanto alla Reliquia del Dente" (ibid., 230). A Natha Devale si teneva un'importante cerimonia che si celebrava in occasione dell'incoronazione dei re singalesi. "Questo era il rito della scelta del nome e dell'investitura della spada reale. Siccome la maggior parte delle istituzioni kandiane manteneva le antiche tradizioni ed era un articolo di fede dei monaci dell'Abhayagiri (X secolo) che ogni re di Ceylon (Sri Lanka) fosse un Bodhisattva e che l'epiteto di "Bodhisattvavatara" (incarnazione di Bodhisattva) fosse riferito ai re dell'era tarda, è probabile che la cerimonia stessa per i capi dei Bodhisattva Avalokitesvara fosse una tradizione antica" (ibid., 231). »
  26. ^ «Natha was fast being incorporated into the Theravada ethos and was treated very much like the other major gods in the manner discussed chapter 2.»Gananath Obeyesekere. The cult of the goddess Pattini. University of Chicago Press, 1984, pag. 290. «Moreover, the gods as bodhisattvas are made to fit in with the larger tradition of Theravada Buddhism.» Gananath Obeyesekere. Op. cit. pag. 60.
  27. ^ Gananath Obeyesekere. Op. cit. pag. 60. Cfr. anche A.G.S. Kariyawasam. Buddhist Ceremonies and Rituals of Sri Lanka. Access to insight edition, 1996

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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