Canone buddhista

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Antico stile usato per il Canone pāli.
Una copia del Sutra del Loto del Canone cinese attribuita al leggendario principe giapponese Shōtoku (573–621).
Il monaco buddhista Geshe Konchog Wangdu legge dei sutra da una vecchia edizione xilografica del Kanjur.


I testi sacri del Buddhismo (tradizionalmente indicati come Tripiṭaka) sono attualmente raccolti in tre canoni: il Canone pāli (o Pāli Tipiṭaka), il Canone cinese (大藏經, Dàzàng jīng), e il Canone tibetano (composto dal Kanjyur e dal Tenjyur) così denominati in base alla lingua degli scritti.

Il Canone pāli[modifica | modifica wikitesto]

Il Canone pāli è proprio del Buddhismo Theravāda, e si compone di tre piṭaka, o canestri: il Vinaya piṭaka, o canestro della disciplina, con le regole di vita dei monaci; il Sutta Piṭaka o canestro della dottrina, contenente gli insegnamenti impartiti dal Buddha; infine l'Abhidhamma Piṭaka o canestro della fenomenologia in ambito cosmologico, psicologico e metafisico, che raccoglie gli approfondimenti alla dottrina esposta nel Sutta Piṭaka. Questo canone possiede una celebre edizione, trascritta in alfabeto latino e tradotta in lingua inglese, pubblicata in 57 volumi dalla londinese Pali Text Society tra il 1877 e il 1927.

Il Canone cinese[modifica | modifica wikitesto]

Il Canone cinese si compone di 2.184 testi a cui vanno aggiunti 3.136 supplementi tutti raccolti, nell'ultima edizione, in 85 volumi di stile occidentale pubblicati in Giappone (Tokyo,1924-1929). Inaugurata durante l'era Taishō, questa edizione è detta comunemente Canone dell'Era Taishō (大正新脩大蔵經 Taishō Shinshū Daizōkyō) ed è divenuta lo standard di riferimento nei paesi di antica influenza cinese.


Il Canone tibetano[modifica | modifica wikitesto]

Il Canone tibetano si suddivide in due raccolte, il Kangyur (composto da 600 testi, in 98 volumi, riporta discorsi attribuiti al Buddha Shakyamuni) e il Tanjur (Raccolta, in 224 volumi, di 3.626 testi tra commentari e insegnamenti). Questo canone fu dato alle stampe in tibetano la prima volta a Pechino nel 1411, e solo nel 1742 in Tibet, questa edizione è in 333 volumi.


Parte dei Canoni cinese e tibetano si rifanno ad un precedente Canone tradotto in sanscrito ibrido sotto l'Impero Kushan e poi andato in buona parte perduto. Questi due Canoni furono adottati dalla tradizione Mahāyāna che prevalse sia in Cina che in Tibet. Il Canone sanscrito riportava tutti i testi delle differenti antiche scuole e dei differenti insegnamenti presenti nell'Impero Kushan. La traduzione di tutte queste opere dalle originali lingue pracritiche a quella sanscrita (una sorta di lingua dotta 'internazionale' come lo fu il latino nel Medioevo europeo) fu voluta dagli stessi imperatori kushan. Buona parte di questi testi furono successivamente trasferiti in Tibet e in Cina sia da missionari kushani (ma anche persiani e sogdiani), sia riportati in patria da pellegrini. Da segnalare che le regole monastiche (Vinaya) delle scuole presenti oggi in Tibet e in Cina derivano da due antichissime scuole indiane (vedi Buddhismo dei Nikāya), rispettivamente dalla Mulāsarvastivāda e dalla Dharmaguptaka.

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