Banca Nazionale nel Regno d'Italia

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La Banca Nazionale nel Regno d'Italia è la denominazione che assume nel 1867 la Banca Nazionale degli Stati Sardi che ingloba sia la Banca di Parma[1] sia la Banca delle quattro legazioni.[2]
In questo modo diventava la più importante banca del nuovo Stato, il Regno d'Italia, ormai unificato. Aperta subito una sede a Milano, in seguito aprì sue sedi in tutte le regioni italiane. Nel 1893 si unì alla Banca Nazionale Toscana, alla Banca Nazionale di Credito e alla liquidata Banca Romana dando vita alla Banca d'Italia.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'attività principale della Banca Nazionale e dei più piccoli istituti di emissione regionali, era di raccogliere depositi, emettere titoli, effettuare anticipazioni e scontare le tratte che venivano presentate dai banchieri e dalle piccole banche locali o da imprese importanti, nonché, fissando il tassi di questo sconto, di influenzare il costo del denaro in generale; alla Banca Nazionale ricorse poi anche lo Stato.

La diffusione delle sedi della Banca Nazionale contribuì a rafforzare significativamente il sistema bancario volto a sostenere le imprese, già presente a Genova, Milano, Torino, Firenze e Livorno, ma piuttosto debolmente articolato in molte città italiane.

Il nuovo Stato, in una fase di debolezza monetaria, anche per far fronte alle spese di ammodernamento sia militari che civili, ricorse all'istituzione del "corso forzoso", concesso a tutti gli istituti di emissione. Le banche di emissione, a fronte dei prestiti concessi allo stato erano esonerate dall'obbligo di convertire in moneta metallica i biglietti, che taluno disse venivano ad assumere la veste di una sorta di prestito forzoso senza interessi. La banca, entro dei limiti massimi fissati dalla legge, poteva stampare banconote senza aver l'onere tradizionale a quei tempi, di dover far fronte alla conversione in oro. Un uso eccessivo del circolante poteva esporre i cittadini ai rischi di svalutazione; perché l'aumento del circolante senza una corrispondente incremento di beni reali porta alla perdita del "potere di acquisto".[3] Tra il corso della moneta metallica e quella delle banconote si creò subito una differenza, chiamata aggio che raggiunse anche valori non trascurabili.

Il corso forzoso delle banconote degli istituti bancari di emissione, obbligato dagli equilibri monetari precari, era volto a favorire sia gli interessi di queste banche, sia anche attuato con l'intento di sostenere gli interessi generali di espansione economica, industriale, commerciale, agraria; realizzato con forte sostegno internazionale, tuttavia portò anche un forte incremento del volume del numerario e del credito disponibile, con fenomeni di effervescenza di investimenti, specie immobiliari, e anche di facile speculazione eccessiva.

Per limitare i possibili abusi, nel 1874 fu costituito il Consorzio obbligatorio degli istituti di emissione. Veniva determinato il tetto massimo del volume di banconote che ciascuno dei sei istituti di emissione poteva emettere, così come i rapporti tra le riserve metalliche e i biglietti in circolazione. La Banca Nazionale continuava ad essere di diritto privato, ma i controlli ministeriali erano rafforzati. Nel frattempo il governo aveva raggiunto il pareggio del bilancio e nel nuovo clima di fiducia il corso forzoso fu abolito nel 1881, anche grazie ad un importante prestito di sostegno organizzato con il determinante concorso delle maggiori banche europee: ciò determinò una favorevole situazione di liquidità.

I fatti dimostrarono la validità della teoria degli economisti che sostenevano che la moneta, in condizioni normali, aveva, sostanzialmente un corso fiduciario, parzialmente svincolato dal rigido rapporto con la riserva metallica.[4]

La crisi del sistema bancario[modifica | modifica sorgente]

Una grave crisi nel periodo 1888-93 percorse il sistema bancario italiano.[5] Il grave scandalo della Banca Romana che aveva emesso banconote oltre i limiti prefissati[6]rese urgente la riforma. Fu istituita la Banca d'Italia che assorbì la Banca Nazionale nel Regno d'Italia e le due piccole banche di emissione toscane .[7]

Cronologia dei governatori[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Era l'istituto di emissione del ducato di Parma e Piacenza.
  2. ^ era l'istituto di emissione a Bologna e in Romagna.
  3. ^ La Banca Nazionale nel Regno d'Italia venne obbligata a concedere al Tesoro un mutuo di 250 milioni di lire al tasso agevolato dell'1,5% in cambio del riconoscimento del corso forzoso per biglietti emessi dalla banca stessa. Agli altri minori istituti di emissione solo regionali il corso forzoso venne concesso per evitare che i loro biglietti, ancora convertibili, avessero un maggior apprezzamento rispetto a quelli a corso forzoso
  4. ^ Su un circolante superiore al il miliardo, le richieste di conversione si limitarono a solo 250 milioni
  5. ^ Quasi tutte le banche subirono grosse difficoltà, a causa degli eccessivi finanziamenti al settore immobiliare il cui movimento era rallentato (Roma e Napoli), tra esse le maggiori: il Credito mobiliare e la Banca Generale.
  6. ^ lo scandalo per le gravi connessioni con il mondo politico che aveva ricevuto finanziamenti, portò alle dimissioni del governo Giolitti
  7. ^ Un limitato potere di emissione fu lasciato al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]