Aulico siciliano

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Volgare siciliano)
Jump to navigation Jump to search

L'aulico siciliano è una lingua di tradizione cancelleresca ereditata in Sicilia[non chiaro] dagli imperi bizantino e svevo; essa[Essa chi?] sosteneva il primato del siciliano nella poesia e nella prosa, nella lirica e nel teatro[1].

Il cancelliere aulico (supremo) alla corte del mecenate Federico II, Re di Sicilia, presso il palazzo della Favara di Palermo dove soleva ricevere letterati, artisti e studiosi siciliani.

Utilizzata in poesia e prosa dai letterati siciliani e nelle trattazioni umanistiche siciliane del XIII sec. la cui omogeneità alla cultura europea contemporanea era certificata dalla loro attività fuori della Sicilia o dalla fama e dalla circolazione che fu riservata ai loro scritti. In essa le persistenze del latino o del siciliano non erano dovute alla scarsa diffusione di modelli alternativi, ma alla rivendicazione di una tradizione equiparabile, dal punto di vista linguistico, a quella toscana.

Un rifiorire si ebbe nel XVI sec. perché in Sicilia si usavano parecchie lingue contemporaneamente, secondo le diverse esigenze amministrative, letterarie, religiose[2]. Mentre lo spagnolo era solamente parlato a corte, nei palazzi vescovili e inquisitoriali, nelle caserme - l'uso del siciliano da parte della Chiesa si inerpicava nella comunicazione devozionale rivolta al popolo. Gli usi letterari dell'aulico siciliano si stabilizzano nell'ambito lirico e teatrale fino all'anno 1519[3], quando il toscano inizia ad essere usato per la prima volta. La battaglia della lingua è dunque vinta dal toscano ormai italiano che si affianca nella scrittura colta al latino e allo spagnolo cortigiano soprattutto con l'edizione di un vocabolario trilingue (latino-spagnolo-siciliano) edito dal canonico "Scobar"[4].

La Scuola aulica siciliana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scuola siciliana.

La Scuola aulica siciliana si sviluppò in Sicilia dopo il duecento presso la "Magna Curia" di Federico II. Tra il 1220 e il 1250 alcuni degli autori principali furono, Giacomo da Lentini, Cielo d'Alcamo, Guido delle Colonne, Giacomino Pugliese e Stefano Protonotaro.

La poesia[modifica | modifica wikitesto]

La poesia aulica dei siciliani era una poetica attenta ai caratteri tecnici e retorici del verso e anche alla forma metrica del testo; diversa dallo specifico mestiere del "trovar" provenzale toscano che mancava di un accompagnamento musicale ma che era imprescindibile nella lirica dell'ottava rima.

La poesia aulica siciliana era caratterizzata da tre tipologie metrico-tematiche:

- La "canzone", era il genere alto per eccellenza.
- La "canzonetta", che contiene parti dialogiche a tema amoroso.
- Il "sonetto", forma metrica creata dai poeti siciliani e impiegata per la descrizione.

Le prime rime in quartine avevano uno schema predefinito in A B, che si evolve verso la fine del Duecento con rime delle quartine con prevalente schema incrociato A B B A, A B B A, mentre per le terzine lo schema C D C, D C D. Un esempio è in questo sonetto di Jacopo da Lentini:

Amor è un o desio che ven da core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera n l'amore
e lo core li dà nutricamento.
Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so 'namoramento,
ma quell'amor che stringe con furore
da la vista de li occhi à nas ci mento.
Che li occhi rapresenta n a lo core
d'onni cosa che veden bono e rio,
com'è formata natural e mente;
e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina , e piace quel desio
e questo amore regna fra la gente.

Il contrasto fu invece utilizzato da Cielo d'Alcamo per la sua Rosa fresca aulentissima.

Nella poesia la tematica amorosa della scuola siciliana si espande soprattutto: nell'oggetto cioè la "dama"; nei tratti fisici della donna che rimandano a un tipo nordico per il "viso claro" e i "capelli blondi più ch'auro fino"; nella passione nel suo nascere e nelle conseguenze gratificanti e nobili per l'uomo; nella gelosia dell'amante o del marito; nella lontananza con le sofferenze che comporta e in fine nella paura di manifestare il proprio amore. Il recondito poeta è visto come amante e cavaliere ed ha la stessa fedeltà e devozione con cui il vassallo si pone al servizio del suo signore. Infatti le personalità poetiche auliche, Jacopo da Lentini e Guido delle Colonne hanno in comune tra loro una mera concezione feudale nel passaggio dalla Provenza alla Magna Curia di Federico II.

La lirica aulica presenta dei limiti dovuti alla lingua siciliana, canta prevalentemente l'amore in un Duecento di lotte feroci e di passioni forti, di grandi scoperte, di complessi problemi sociali e di nuovi orientamenti religiosi; era il secolo di Francesco d'Assisi e di Marco Polo. Le lotte di classe, le ideologie ereticali, l'ansia di conoscenza e il bisogno di una giustizia sociale non hanno alcune ripercussioni e le liriche siciliane non trovano consensi nelle riunioni mondane, negli svaghi quotidiani di corte e nell'attività ricreativa e nell'attività culturale.

I motivi aulici hanno uno stile nella forma e nel contenuto, sono senza riferimenti a luogo o tempo e non hanno scenario o paesaggio. Molte analogie motivano una realtà favolosa e leggendaria rappresentata con alcuni animali leggendari: la fenice, la salamandra che vive nel fuoco, la tigre che si incanta davanti allo specchio. Altri motivi aulici hanno una parvenza scientifica con occulte alchimie e misteriosi significati: "la calamita che attira il ferro paragonata al lume che attira la farfalla".

Il crepucolo[modifica | modifica wikitesto]

Presto la stanchezza atavica e la decadenza della poesia aulica siciliana si fece strada tra i poeti e i mecenati, sia per mancanza di idee che di talenti naturali. L'opera poetica peggiorava in qualità e in metrica.

Con la fine della Magna Curia dovuta alla morte di Federico II (1250) , la poesia aulica siciliana approdò in Toscana e venne rappresentata dai poeti siculo - toscani e dagli stilnovisti quali il Dante Alighieri con il “de vulgari eloquentia”, dove il poeta afferma la superiorità del volgare italiano come lingua naturale.

Infine con l'opera dei copisti toscani vennero eliminati molti passi poetici siciliani, sostituiti con delle “rime imperfette”.

Il XVI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1500 fino al 1519 lo stile aulico in poesia tiene ancora il passo, sia per l'ottava rima (lo schema preferito dal toscano Giovanni Boccaccio), sia con l'accompagnamento musicale che venne usato dai poeti napoletani fino agli inizi del XVI secolo. Un esempio in poche rime venne scritto da anonimo e riproposto nella trascrizione di Guglielmo Cottrau del 1860, in questa prima parte della canzonetta:

Fenesta vascia
Fenesta vascia 'e padrona crudele,
quanta suspire mm'haje fatto jettare!...
Mm'arde stu core, comm'a na cannela,
bella, quanno te sento annommenare!
Oje piglia la 'sperienza de la neve!
La neve è fredda e se fa maniare
e tu comme si' tanta aspra e crudele?!
Muorto mme vide e nun mme vuó' ajutare?!...

Si canta la storia di un amore senza speranza; l'amore di un giovane per una ragazza che abita dietro la finestra bassa, una finestra misera e sempre chiusa. Storia di un classico amore nei vicoli napoletani degli inizi del XVI secolo.

Autori[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni degli autori in Aulico siciliano del XVI sec. sono citati nell'elenco seguente:

  • Sigismondo Paoluzio: nobile messinese compose nel 1536 l'elogiatissimo poema "Notte d'Aphrica" sulla scia della fortuna di Ludovico Ariosto, dedicandolo a Eleonora Gonzaga duchessa d'Urbino e sorella del Viceré di Sicilia, don Ferrante.
  • Maurolico: egli fu autore anche di Rime di carattere epico-religioso;
  • Caggio: ne compose eleganti versi anche in toscano;
  • Giuseppe Cumia: solamente si ispirò a Francesco Petrarca nelle sue "Rime" dedicate alla moglie morta nel 1563[5];
  • Antonino Alfano: era a detta della critica "philosophus ac theologus doctissimus" e scrisse uno dei più interessanti poemi di questo periodo dal titolo " La battaglia celeste tra Michele e Lucifero" del 1568;
  • Scipione Lembo: che scrisse in Aulico siciliano le terzine "Trionfi della santisima lega et impresa di Levante" nel 1572;
  • Marco Filippi: l'autore mentre era detenuto a Castellamare scrisse in ottave toscane il poema religioso "Vita di Santa Caterina" del 1562.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Alfieri, Norma siciliana e osservanza toscana secondo C. M. Arezzo,da "Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani" , vol.15 , 1986 ; Claudio Maria Arezzo, nello scritto Osservantii di la lingua siciliana e canzuni in lo proprio idioma, sosteneva il primato del siciliano sulle altre lingue - consultati nel dicembre 2010
  2. ^ Giovanni Ventimiglia nel Seicentesco dibattito accademico sul primato dei vari dialetti sul bolognese, milanese, napoletano, siciliano - consultato nel dicembre 2010
  3. ^ R. Sardo , Modelli di scrittura nella Sicilia del Seicento, del Dipartimento di filologia moderna. Università degli Studi di Catania, 2002 ; M. Catalano Tirrito, citazione da L'istruzione ; F. Lo Piparo, Sicilia linguistica, in M. Aymard, G. Giarrizzo - Catania; M. Beretta Spampinato, citazione da "La prosa del Cinquecento" - consultati nel dicembre 2010
  4. ^ Lo Scobar era stato allievo di Elio Antonio de Nebrija, la cui grammatica - con commentari dello Scobar - ebbe alcune edizioni a Lione nel 1534 e 1538 - consultato nel dicembre 2010
  5. ^ Quanto riguarda il petrarchismo siciliano si ricorda l'influenza letteraria di Antonio Veneziano e i dei suoi seguaci Simone Rao Requesens e Galeano.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]