Umberto Segre

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Umberto Segre (Cuneo, 30 settembre 1908Milano, 13 dicembre 1969) è stato ebreo laico e antifascista italiano.

Fu attivo in diversi campi dall'insegnamento alla pubblicistica, dalla riflessione filosofica alla critica letteraria: sempre con un tratto forte di indipendenza e di libertà intellettuale. Fin da giovanissimo fu un interlocutore diretto di importanti protagonisti del mondo culturale dell'Italia: da Croce a Giovanni Gentile, da Carlo Rosselli a Delio Cantimori, da Aldo Capitini a Augusto Del Noce.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni venti[modifica | modifica wikitesto]

Umberto Segre nasce a Cuneo il 30 settembre 1908 da una famiglia ebraica, figlio di Giuseppe Segre e Ida Luzzatti. L'epigrafista Mario Segre è suo fratello maggiore.

Umberto consegue la maturità classica a Genova nel 1925. Sempre quell'anno si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Genova. A Genova è allievo, ma non discepolo, di Giuseppe Rensi. Umberto Segre in quel periodo traduce dal francese L' évolution créatrice di Henry Bergson.

Gli anni genovesi sono importanti perché è allora che comincia a formarsi la sua coscienza politica. Infatti, Segre inizia la collaborazione con “Pietre”, la rivista antifascista dei giovani universitari genovesi. Su di essa, fra il 1926 e 1927, interverrà con quattro articoli[1]. A Genova, Segre si avvicina a Carlo Rosselli, picchiato dagli squadristi nel maggio 1926 a causa della sua manifesta contrarietà al regime.

Nell'autunno 1926 Umberto Segre vince il concorso per accedere alla Scuola Normale Superiore di Pisa. In questo periodo, inoltre, stringe amicizia con Vittorio Enzo Alfieri. L'ambiente pisano fa riferimento soprattutto alla figura di Aldo Capitini e alla sua idea della non violenza, che lo stesso Segre anni dopo, nel 1965, descriverà così: “La novità della loro impostazione [di Capitini e del suo gruppo] veniva dal sollevare in primo luogo, con i compagni, la questione della 'non menzogna' e della 'non violenza'. […] Prima di dirimere se siamo fascisti o antifascisti, dobbiamo stabilire se possiamo vivere nella menzogna: ma se non possiamo, allora il principio del dialogo è un principio religioso"[2]. Nel 1927, inoltre, Segre pubblica, sul “Giornale critico della filosofia italiana”, diretto da Giovanni Gentile, il saggio: "Il pensiero e la natura, lettere inedite di Sebastiano Maturi". Tuttavia, per le conseguenze che avrà sulla propria vita, lo scritto più importante di questo periodo è una lettera alla fidanzata, Elena Cortellessa, datata 25 settembre 1927, nella quale Segre si proclama nettamente contrario al fascismo con queste parole: “è inutile ripeterle che il fascismo è anacronistico, è medievale, è oscurantismo…[Mussolini] è uomo ambizioso e prepotente”. La lettera sarà sequestrata durante una perquisizione in casa della fidanzata. Da quel momento in poi il Casellario Politico Centrale seguirà con frequenza quasi quotidiana la vita di Segre[3]. La lettera gli costerà l'arresto il 26 aprile 1928 e la condanna per diffamazione al Capo del Governo a otto mesi di confino in luglio, anche se già il 17 agosto Segre tornerà a casa, in quanto la pena gli viene condonata, ma sarà espulso dalla Normale assieme a Vittorio Enzo Alfieri. Intanto, nonostante le difficoltà e le mille vicissitudini a cui la sua vita da antifascista lo conducevano, i suoi studi proseguono con successo. Infatti, nel 1929 si laurea all'Università di Torino con una tesi su Maurice Blondel: "Aspetti e problemi della filosofia dell'azione" (relatore Erminio Juvalta, correlatori Adolfo Paggi e Annibale Pastore)[4]. In questo periodo, inoltre, nasce l'amicizia di Segre con Augusto Del Noce. Contemporaneamente la sua attività politica non viene meno. Infatti, nel maggio 1929 a Torino Segre sottoscrive, assieme a Paolo Treves, Ludovico Geymonat, al professor Umberto Cosmo e altri, una lettera di solidarietà a Benedetto Croce, il quale in Senato nel maggio 1929, dopo un discorso di opposizione ai Patti Lateranensi, era stato attaccato pesantemente da Mussolini che lo aveva definito “imboscato della storia”[5].

La lettera rivela altresì l'ammirazione intellettuale nei confronti di Benedetto Croce. In Croce, infatti, Segre e tanti altri antifascisti come lui, vedevano l'uomo di cultura che non si piega al regime e che, nonostante le angherie subite, continua la lotta alla fascismo. Croce appariva un maestro di libertà e di coerenza morale perché, con la sua opposizione al fascismo, rappresentava per quei giovani, pur legati a differenti idee politiche e filosofiche, un'alta guida morale. Come ammetterà lo stesso Segre, durante il fascismo chi si opponeva al regime non poteva in fondo non dirsi crociano: "In particolare, non voglio qui assolutamente discutere il contenuto e la funzione del crocianesimo come fondamento della cultura antifascista in Italia; ma mi sembra che per gli antifascisti fosse assai difficile sottrarsi all'essere crociani, allora;…"[6]. La lettera a Croce costerà a Segre un nuovo arresto (giugno 1929) e la condanna a tre anni di confino,[7] condonati poi per intervento di Mussolini.

Gli anni trenta[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la laurea, nel 1930 Segre, a cui viene concesso il passaporto in seguito a una sua lettera "riparatrice"[8] scritta a Mussolini, si reca in Francia e incontra Maurice Blondel. In Francia Segre vince un concorso per il lettorato di lingua italiana all'Università di Aix-en-Provence, collabora a varie rivista letterarie, scrive saggi in francese sulla letteratura italiana, insegna la lingua italiana all'Ecole Fenélon di Parigi. Anche in Francia, ovviamente, Umberto Segre sarà costantemente sorvegliato dalla polizia fascista, nonostante il mantenimento della promessa, fatta nella lettera a Mussolini, di non occuparsi di politica.

Nel 1932 Segre torna in Italia, si trasferisce a Cagliari per insegnare al Regio Liceo Ginnasio Dettori, e sposa Elena Cortellessa. Il rifiuto di prendere la tessera del PNF, oltre a problemi di salute, gli impediranno nel 1933 la possibilità di partecipare ai concorsi per diventare professore di ruolo nelle scuole statali. Per Segre e per molti altri antifascisti la vita in questi anni diventa sempre più difficile. Il regime, negli anni della conquista dell'Impero, sembra avere un consenso sempre più forte[9]. La pressione della polizia, in questo clima d'isolamento, si fa sempre più pesante, sia per Segre che per gli altri antifascisti. Tuttavia, nonostante la drammaticità del momento, Umberto Segre non rinuncia alla sua lotta rigorosa al fascismo: “A volte gli antifascisti non tornavano, morivano in carcere, o in esilio, dov'erano fortunosamente giunti. La cosa più sorprendente è che facessero tutto questo, sopportassero tutto questo ignorati o vilipesi e per lo più senza risultati politici tangibili; poteva sorreggerli solo la convinzione che il fascismo era il male, e che il male non può vincere”[10]. Dopo un soggiorno a Bressanone per problemi di salute, dal 1936 Segre è a Milano, dove vive dando lezioni private e scrivendo saggi che non pubblica. Intanto nel 1938 nasce la figlia Vera e, nello stesso anno, Segre si iscrive al Partito d'Azione clandestino[11]. Si tratta di una netta scelta politica in coerenza col suo antifascismo, ma è soprattutto l'adesione a un gruppo politico eterogeneo, nel quale confluiscono i seguaci di Carlo Rosselli, i liberasocialisti di Guido Calogero e Capitini, e i gobettiani. Al di là delle differenze, tuttavia, il P.d'A. si caratterizzerà per un comune tratto politico: “la necessità di un rinnovamento profondo nella vita dello Stato, a cominciare dal sistema istituzionale. Il Partito d'Azione sarà sempre antimonarchico”[12]. La legislazione razziale del 1938, lo scoppio della guerra e i suoi drammatici effetti si ripercuoteranno in modo tragico sull'intera famiglia Segre.

La guerra e il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 Segre, con la moglie e la figlia, riesce a riparare in Svizzera. Gli altri suoi familiari non avranno la stessa fortuna. La madre Ida Luzzati[13]. e la sorella Elena saranno infatti arrestate dai nazisti a Roma durante il Rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. La madre morirà di stenti in treno durante la deportazione, la sorella Elena nelle camere a gas di Auschwitz. L'anno successivo la stessa sorte toccherà all'intera famiglia del fratello Mario Segre, epigrafista di fama mondiale[14].

Dopo la guerra Umberto Segre torna alla sua attività di uomo di cultura: scrive per vari giornali, tra cui Il Giorno, insegna al Liceo Carducci di Milano, mentre nel 1945 sulla rivista milanese “Costume” appare il saggio filosofico intitolato: Il personalismo di Michelstaedter. In questo periodo di ricostruzione dell'Italia, inoltre, si intensificano i suoi interventi su varie riviste relativamente a fatti di politica interna e internazionale. Questi articoli daranno a Segre una certa fama nel clima di speranza del dopoguerra. Questo clima, tuttavia, nonostante l'entusiasmo e la voglia di ricostruire moralmente il Paese, reca con sé pure l'asprezza del nuovo scontro ideologico. In particolare nel periodo che va dal maggio 1947, mese dell'esclusione dei comunisti dal governo, al 1948-49, il livello della lotta fra comunisti e democristiani sale notevolmente. Sono note a tutti le tensioni che accompagnarono la campagna elettorale per le elezioni politiche dell'aprile '48 e i suoi strascichi (l'attentato a Togliatti del luglio di quell'anno). Si tratta di un periodo, dunque, di forte contrapposizione, nel quale la politica sovrasta la verità, o meglio, pretende di farsi essa stessa verità storica, lasciando, almeno in apparenza, poco spazio alle posizioni intermedie che vogliono affermare l'autonomia della cultura rispetto alla politica. La verità si trova stretta tra due fuochi: da un lato c'è l'ideologia comunista che afferma la necessità, per l'intellettuale, di aderire organicamente al partito; dall'altro lato, il variegato mondo democristiano afferma anch'esso, a suo modo, la necessità per l'intellettuale di militare per contrastare l'avanzata comunista. Non pare esserci via di mezzo per gli uomini di cultura che vogliono evadere da questa rigida contrapposizione.

Il periodo suddetto, quello fra il '47 e il '50, è perciò molto stimolante culturalmente, ma pure tanto difficile per la riflessione etico/politica di Umberto Segre. Di fronte al prevalere delle ideologie, di fronte all'asprezza della contrapposizione in Italia e nel mondo, l'Autore si chiede che spazio rimanga per quelle forze moderate, laiche e non marxiste, che vogliono cercare di evadere dalla rigida contrapposizione DC-PCI allora onnipresente in campo politico e culturale. Si può certamente affermare che in quegli anni Segre mantiene la sua adesione ideale al socialismo, ma spesso è critico verso gli stessi socialisti, accusati di appiattirsi troppo rispetto alla politica comunista, e accusati di non voler inserire la classe operaia all'interno dello Stato. Per tornare alla vita di Segre, c'è da dire che egli, dopo aver conseguito nel 1949 la libera docenza in filosofia morale, nel '54 riceve l'incarico di docente di Storia delle Dottrine Economiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano. Nel 1958 ottiene l'incarico di Filosofia Morale presso la medesima Università. L'eclettismo di Umberto Segre si mostra adesso nella sua brillante capacità di trattare in maniera efficace differenti argomenti. In questi anni cresce la sua fama di brillante giornalista ed insegnante. Molti studenti, anche non di filosofia, seguono le sue lezioni, affascinati dalla figura di intellettuale antifascista che Segre incarnava. Egli, intanto, interviene spesso in maniera diretta sui temi politici, sociali e culturali. Da non dimenticare è anche la collaborazione con la TV italiana, oltre al lavoro con la Tv svizzera. Durante gli anni sessanta, Umberto Segre si mostrerà pronto a discutere con notevole lucidità i nuovi temi della politica interna ed internazionale (dalla guerra in Vietnam alla crisi del centrosinistra, dalla contestazione giovanile di fine decennio ai rapporti fra le due superpotenze). Ne esce l'immagine di un autore del tutto indipendente, sempre pronto a confrontarsi con i molteplici aspetti della realtà, sempre in grado di esprimere opinioni meditate e valide. Infatti, anche alla fine della sua vita, di fronte alla contestazione giovanile del '68, egli è pronto ad ascoltare i giovani, sempre però negando la legittimità dell'uso della violenza sia verbale che fisica. In lui non vengono poi meno i principi che lo hanno sorretto durante il fascismo: la non violenza, la disponibilità al dialogo, il rigore e la coerenza morale. Nel 1967, privato dall'incarico all'Università di Milano, terrà un corso monografico all'Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento sui temi: Economia e politica nel pensiero di David Hume e Storia della società industriale, mostrando ancora una volta la sua enorme preparazione culturale, e la sua capacità di spaziare su vasti campi del pensiero e della conoscenza umana. Conoscenza che, per Segre, non sarà mai fine a sé stessa, ma si connetterà sempre ad un impegno diretto dell'intellettuale nella realtà. La vita di Segre, tra le altre cose, testimonia proprio questa sua convinzione più profonda. Umberto Segre muore improvvisamente il 13 dicembre 1969, il giorno dopo la strage di Piazza Fontana, primo atto di quel decennio tragico che sconvolgerà l'Italia democratica. La sua scomparsa colpirà molto l'Italia di quegli anni. Anche l'allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, esprimerà il suo cordoglio. Dodici giorni prima il Comune di Milano aveva conferito ad Umberto Segre la medaglia d'oro di benemerenza civica[15].

Filosofo e Politologo - Testimonianza[modifica | modifica wikitesto]

Credo di aver letto, nei quarant'anni che ci separano dalla scomparsa di mio padre, ancora giovane, che si prospettava di avere davanti a sé almeno una quindicina d'anni da dedicare finalmente a quello che chiamava "il suo lavoro", la filosofia, quasi tutti i suoi scritti, raccolti ed ordinati pazientemente da mio marito, senza avere in mente un perché, un fine che andasse al di là di una semplice organizzazione di tutto quanto papà aveva prodotto, in filosofia ed in politica, sin dalla sua prima giovinezza. A dieci anni dalla sua morte è stato, così, possibile pubblicare, da Comunità e da Marsilio, due delle tante Case Editrici con cui papà aveva collaborato, sovente senza compenso alcuno, due raccolte di saggi: Verità politica, verità della politica, e Dissenso politico e violenza. Un terzo volume, che raccontava la vita politica italiana lungo più di un ventennio, anche se già in bozze e completo di una Introduzione di Vittoria Foa, per motivi più politici che editoriali, non poté vedere la luce. Questo fatto, accompagnato da altri vari tentativi andati a vuoto, ci aveva portato una grande amarezza ed aveva inferto un colpo alla nostra buona volontà di proseguire il lavoro di raccolta a fini, che non fossero di puro interesse personale, ed aveva anche ingenerato una crisi di sfiducia in noi stessi, che forse non eravamo stati in grado di “far parlare Umberto Segre“, che forse avevamo tradito i suoi propositi che gli avrebbero fatto prediligere “la disseminazione saggistica del pensiero, alla chiusura sistematica“ e coltivare una sorta di “vocazione all'inedito“[16]. E fu proprio Augusto Del Noce, che nel ‘70 aveva preso contatto con noi, per darci la sua disponibilità, a spiegarci come mettere insieme, sotto il suo rigoroso controllo, gli scritti filosofici inediti di mio padre, che facevano parte dei Corsi universitari milanesi di filosofia morale e, una volta compiuta l'opera, a suggerirci di sottoporla al giudizio del professor Dal Pra, che, a suo vedere, se non un vero e proprio amico di Segre, ne era, ad ogni buon conto, un estimatore. È inutile che mi dilunghi sulla difficoltà di questo lavoro, che ci costò una decina d'anni di fatica, inframmezzati d'accuse di inesperienza e di superficialità (né io, né mio marito siamo laureati in filosofia), senza poter contare sull'aiuto di nessun degli assistenti di mio padre, sollecitati da Del Noce, ma solo più tardi, a dattiloscritto consegnato, su quello di Renato Treves e Michele Ranchetti. Quando, infine, Etico e Politico uscì dalla Nuova Italia, nella collana della Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Milano, senza alcuna Introduzione, in un volume unico, mentre la nostra previsione era quella di due volumi, e, per quanto ne sappiamo, senza un vero lavoro di diffusione, capimmo che era meglio non imbarcarci in altre avventure. Segre, amatissimo dai suoi allievi, e così apprezzato nell'ambiente giornalistico, anche da chi non condivideva le sue idee, non disposto a compromessi accademici e, tanto meno, politici, uno degli intellettuali “più scomodi“ della sua generazione, fedele ai suoi principi morali, in ogni ambito in cui si trovasse a lavorare, sembrava dovesse essere dimenticato. A trent'anni dalla sua scomparsa, l'Università, su iniziativa dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, (depositario di una parte del cosiddetto Fondo Segre) improvvisamente decise di ricordarlo con una Giornata di Studio. Contemporaneamente, il liceo milanese Parini, dove Segre aveva a lungo insegnato, volle dedicargli una mostra commemorativa[17]. Entrambe le iniziative ebbero una buona riuscita e all'Umberto Segre così scomodo in politica quanto in filosofia subentrò, se così si può definirla, una “moda“: ora, essere e professarsi ammiratori e studiosi dell'opera non era più disdicevole, i suoi scritti erano molto appetibili; chi lo aveva voluto dimenticare o aveva cambiato idea, o era, ormai, fuori dal giro. E Se il costo fisico della costruzione dei volumi di scritti politici è stato, sin ad ora, certo non indifferente, molto più alto è il costo intellettuale della messa a punto degli scritti filosofici, ma ancora più pesante il costo psicologico della lettura e della successiva organizzazione dei carteggi con la fidanzata, e poi compagna della sua vita, Elena Cortellessa, e con gli amici degli anni difficili. Un fidanzamento durato sei anni, per lo più lontani l'uno dall'altro, e travagliato per le vicende politiche di cui Segre era protagonista: un matrimonio irto di difficoltà, segnato dalle gravi malattie, e da una situazione economica sempre più penosa, che poteva contare su di un solo stipendio, assicurato dall'insegnamento di Elena e sulla resa minima delle lezioni private e di qualche lavoro editoriale di Umberto Segre, che, come antifascista e, più tardi, anche come ebreo, trovava chiuse tutte le porte: mettere le mani nei carteggi di quegli anni durissimi ha voluto dire per me tante cose, ma, anzitutto, ha significato la mia conoscenza della gioventù e della vita dei miei genitori, degli avvenimenti tragici che li hanno colpiti, senza che la loro unione ne fosse incrinata, e la scoperta dei motivi di tanti silenzi e, insieme, della vera adorazione che mio padre riversava sulla mamma, e, soprattutto su di me, unica famiglia che gli era rimasta e che, a tutti i costi, voleva proteggere, costruendoci un'esistenza migliore. Che mio padre vivesse in una continua tensione etica e spirituale, in un amore del prossimo che non aveva confini[18], non era certo un mistero che andasse svelato. ma, attraverso la lettura, prima dei suoi scritti politici, poi (con molta fatica) di quelli filosofici, editi ed inediti, e, infine, di quei carteggi, di cui ho detto prima, mi derivò una convinzione, che ho trovato condivisa dall'unico vero amico (anche se molto più giovane di Segre), che ha diviso con noi questa esperienza, Michele Ranchetti. Oltre alla testimonianza delle lettere di Augusto Del Noce, non solo quelle dirette a mio padre, ma anche a noi, quasi sino al termine della sua esistenza. Del Noce, come del resto Capitini, avevano a lungo insistito con mio padre, perché egli raccogliesse i suoi scritti, che, a loro modo di vedere, avevano un valore che non si fermava certo alla giornata in cui li pubblicava, o all'anno di Corso che conduceva: per Del Noce, in particolare, il pensiero di mio padre, nelle sue diverse vesti, era un "pensiero che continua", frutto di abbozzi e di successivi approfondimenti, che avrebbe potuto apparire, ma non lo era, ripetizione, e che, quindi, era giusto riprendere sin dagli scritti giovanili, filosofici, letterari e politici, per poi approdare a quella saggistica, sia filosofica che politica, più recente e che altro non era, pur nelle sue molte sfaccettature, che un coerente seguito o una riformulazione più precisa e compiuta, in presenza di circostanze diverse, di idee e di concetti, di principii e norme morali, già presenti, anche se non ancora finalizzati, sin dalle accese discussioni amicali della loro prima giovinezza, quando, come racconta Capitini, alla Normale di Pisa, quei giovani, tra i primi antifascisti, e, nel contempo, tra i primi crociani, si ritrovavano, a seconda dei temi all'ordine del giorno, nelle diverse camere degli allievi della Normale.Chi, a parlare di politica, chi a studiare, talora in luce critica, l'idealismo, chi ad elaborare il discorso religioso della non violenza: insomma a "filosofare", nel senso spinoziano di "vivere una vita superiore". Questo era, dunque, l'ambiente in cui il fervore, insieme politico e religioso, ma soprattutto morale[19], avrebbe unito in una amicizia, che superò il ventennio fascista, il periodo della guerra, e gli anni successivi alla guerra stessa, pur portandone i protagonisti a scelte politiche differenti, per continuare lungo le esistenze diverse, che avrebbero potuto allontanarli, l'uno dall'altro, in un'amicizia, ripeto, così salda da interrompersi soltanto con la morte e che, si trasmise ai figli e agli amici.

Ma ho accennato, prima, ad un convincimento, che si è andato formando in me, mano a mano che mi inoltravo nella lettura degli scritti di mio padre, sia filosofici che politici: un convincimento che è nato, anche, in contrasto con alcune affermazioni fatte, nel corso della giornata di studio del dicembre ‘99, e che ho ritrovato negli Atti di quell'incontro, da diversi cultori di filosofia, dotati, quindi, di una preparazione, che io sono lungi dal possedere, ma che non hanno conosciuto del tutto lo svolgersi dell'esistenza di mio padre e compresa, quindi, appieno l'evoluzione del suo pensiero filosofico e politico, ma, in particolare, pur apprezzandolo e ricordandolo come un filosofo, degno di studio, o come un amato maestro, non hanno saputo penetrare nella sua coscienza etica. Ho, in sostanza, sentito ribadire che la filosofia giovanile di mio padre, che lo faceva giudicare come una promessa, poco o nulla aveva a che fare col Segre della maturità. E, non solo: ho sentito affermare anche che Segre, salvo per quanto era necessario ai suoi Corsi universitari, "alla filosofia, proprio non pensava più," con la ripresa della sua vita, dopo la tragedia che lo aveva colpito, al ritorno dall'esilio in Svizzera, con l'apprendere dolorosamente della morte, nei lager nazisti, dell'intera sua famiglia. In un certo senso, poteva sembrare che Segre avesse chiuso una porta sulla sua giovinezza e sulla sua ansia di "filosofare", per orientarsi verso la politica, con la sua intensa attività giornalistica. Avrebbe cioè voluto fare i conti con una parte di se stesso, e, forse, anche con Dio,per non volere pensare più oltre al più grave suo dramma esistenziale. Ora, se io avessi continuato ad ignorare, (o a conoscere solo superficialmente), l'itinerario del suo pensiero e, in particolare, quello del suo spirito religioso e morale, avrei potuto, in perfetta buona fede, condividere le affermazioni che ho dianzi ricordate. Ma le cose non stanno così. Ovviamente è innegabile che il pensiero filosofico di Segre, sin da quello che si è voluto definire il “periodo francese“ della sua vita, si è venuto staccando dall'idealismo crociano e gentiliano, che pure si erano rilevati determinanti nella sua formazione. E, allo stesso modo, Segre, venuto prima in contatto epistolare con Maurice Blondel, a cui aveva dedicato la sua tesi di laurea, e che avrebbe meglio conosciuto ed apprezzato nel suo soggiorno in Francia, tra Aix-en Provence e Parigi, aveva riscontrato nella filosofia dell'azione blondelliana ma, soprattutto, nella statura morale di quel filosofo, il “saggio“ di cui parlava nella “Visita ad un saggio“, l'articolo apparso sulla Fiera Letteraria[20] del 4 maggio ‘30, e che, in una lettera alla fidanzata, aveva definito come l'unico “santo“ da lui conosciuto, una filosofia forse più consona alle sue istanze morali e religiose, che si adeguava alla figura medesima del suo Autore, che Segre avrebbe sempre considerato come un esempio da seguire. Se negli anni precedenti la guerra Segre aveva continuato ad affrontare e approfondire argomenti a lui consentanei, quali il concetto di libertà, che egli vedeva come “il superamento della passione, attraverso atti razionali“ e definiva come “eroica“ e come “sviluppo spirituale che è insieme coerenza ed unione“ e che può concretamente realizzarsi, “determinandosi nelle opere“, e della razionalità, che individuava come un accordo della ragione con se stessa; se si era dedicato allo studio del Machiavelli, per rintracciare le ragioni ideali che rendono possibile la vita politica, fondandola sulla “volontà di coscienza, sostenuta dal senso della realtà“. Se, seguendo Cartesio, era giunto a vedere la razionalità, come il luogo della ragione, e ad identificare il pensiero con la volontà di pensare, nella sua forma più elevata ("Quando la ragione è liberazione dell'anima, il pensiero è volontà di pensare, docilità a sviluppare il logos, senza arrestarsi“) e ad affermare che “una posizione di pensiero, solidamente conquistata, non ci lascia più“. Ma, soprattutto, se sino agli anni ‘40, la sua meta era stata, non già la ricerca di Dio, che non aveva mai messo in discussione, grazie alla saldezza della sua fede, ma quella di acquisire uno stato d'animo, come tenacia, spiritualità d'intenti, dominio di sé, sino a porre se stesso come Spirito, “per sentire quel Dio che è in noi“. Se si era adoperato a negare quell'istanza di morte che, troppe volte, lo aveva dominato nella sua prima giovinezza, od a considerare la morte stessa come “un atto di vita, la cessazione degli stimoli esterni alla nostra azione“, poiché “il morire e il vivere di ogni uomo si intersecano tra loro“; tutto questo turbinio di pensiero non avrebbe potuto essere e rimanere vano, non avrebbe potuto ridursi ad affermazioni prive di attuazione, finite e dimenticate, col chiudersi di un periodo della vita di Segre, e con l'aprirsi di un'altra fase, dove non vi fosse più la necessità di “filosofare“, per agire con coerenza. Se si pensa come anche l'amore che lo legava alla sua compagna di vita, sin dal suo primo mostrarsi, fosse impregnato della tensione verso lo Spirito, verso Dio, che per Segre non poteva non essere il fondamento di quel sentimento “alto“, che lo legava alla fidanzata, e in cui la accompagnava, passo passo, umilmente, facendo sì che entrambi diventassero “due in uno solo“, spiritualmente e, solo dopo questa comune conquista, anche fisicamente. Entrambi avrebbero dovuto mantenersi fedeli alla verità, che dovevano sentire come un obbligo, pronti a rivedere continuamente i propri criteri di giudizio e a condurre quella “vita morale che è l'affermazione razionale della vita, che è l'unica, in cui si possa essere, perché è l'affermazione di un singolo momento di vita, come un bene di tutti, affermazione che deve essere fatta per essere coerenti, in qualunque cosa si faccia“. (E qui Segre faceva sua una concezione che gli derivava dall'amico Baglietto). Conducendo questa vita morale, Segre raggiunge, con Elena, lo Spirito, come infinita razionalità ed infinito valore; raggiunge, dunque, Dio stesso. Nei lunghi anni di separazione da Elena, e, più tardi, dopo il matrimonio, nel lungo periodo di cura della tubercolosi, al Sanatorio di Bressanone. Segre non smetterà mai di cercare, di “ filosofare “ per aiutare se stesso a non cedere alle circostanze avverse; non smetterà di cercare il bene, evitando il male, ed in tal senso di condurre una “ opposizione morale e religiosa “ a quell'aspetto del male, che qualificava la politica di quel tempo, cioè il fascismo, senza affatto deplorare che, pensando in tal modo, avrebbe potuto apparire un vinto, pur essendo, idealmente, un vincitore. Con fatica, a volte persino con disperazione, Segre conduceva la sua esistenza come esperienza etica, poiché “ in questa battaglia, nell'assolvere questo debito, duramente, senza falsa pietà verso se stessi sta la moralità “. In questi anni tanto travagliati, in cui la stessa riconquista della salute era una lunga e difficile impresa, in cui anche i problemi economici apparivano insuperabili, l'unica aspirazione di Segre si manifestava nella ricerca di una vita “ seria “, nella filosofia, come nella religione, come, ancora, nel pensiero politico, una vita che si opponesse alla dispersione di se stesso, e gli assicurasse quella tranquillità di spirito, che solo si ottiene " raccogliendosi in Dio ". È di questi anni anche l'adesione di Segre allo spirito dello storicismo, a una fede in esso, poiché " la storia non delude mai ". In proposito egli affermava: " Non sono storicista in un senso assoluto, non credo che i fatti siano principi, non credo che basti esistere per essere; bisogna negare la finità dell'esistente, per dirigere la ricerca proprio verso questa condizione religiosa della vita morale e spirituale in genere “. Nel contempo veniva elaborando i contenuti della filosofia ricercandone il compito: “ Anzi tutto mostrare la necessità della dialettica di finito e infinito, cogliere nell'attività umana la necessità e i modi del finirsi, l'autonomia e l'interdipendenza di questi modi; mostrare la necessità intima del rapporto ragione-fede. La filosofia non è un'apologetica, ma è la razionale prova della necessità della fede. Nessun conflitto, dove c'è reciproco bisogno.Il conflitto è deficienza, sia di religione che di filosofia “.Questa sua messa a punto faceva parte di una lettera a Capitini, con cui il rapporto di amicizia si era andato facendo sempre più stretto e culminava nello scambio epistolare di riflessioni filosofiche e religiose. In questo contesto, Segre, paragonava la meditazione filosofica a un laico itinerarium mentis in Deum, che si rinnova e vive nella tensione inesausta tra “ individuale “ e “ universale “, “ soggettivo “ e “ oggettivo “, “ temporale “ e “ sovrastorico “, “ relativo “ ed “ assoluto “. E rivendicava, inoltre, l'autonomia assoluta del giudizio morale rispetto a quello storico-politico. Quella, che egli ormai conduceva, era una vera e propria vita etica, in stretta connessione con Dio, un'esistenza permeata dallo Spirito, di cui tentava di fare partecipe Elena, forse più impegnata a fronteggiare concretamente le difficoltà, che, via via, si presentavano. E Segre lamentava, in proposito, di aver lasciato passare troppo tempo senza discussioni e senza soluzioni delle questioni “ che più ci devono interessare, e di fronte alle quali soffriamo le incertezze dello scetticismo e della irresoluzione “, per mancanza di umiltà e per intellettualismo. Allo stesso modo, rimproverava se stesso ed Elena di non aver preso una chiara posizione di fronte alla malattia, evitando “ che essa entrasse realmente nella nostra vita, come un momento del nostro destino, e con quella piena legittimità che viene dal vedere in essa stessa, sia pure per un momento non lungo, rispetto alla durata della vita, quella situazione reale, che perciò può essere assunta nella vita morale “. Ed evitando di domandarsi “ se non si possa vivere bene, anche un periodo di malattia “, considerandola come un momento di progresso, anziché di stasi, “ progresso della pazienza, di un'approfondita conoscenza del limite e di ciò che è al di là del limite, cioè la forza con cui lo si accetta, nella consapevolezza che l'azione umana non è il frutto solo della volontà nostra, e con cui non lo si accetta, sentendo che la malattia e la salute non sono che un punto di partenza della situazione umana, e che altro resta da fare alla volontà “. Segre, a questo punto, vuol riprendere a vivere, accettando la propria religiosità “ per quello che è, senza pretendere che essa diventi ciò che può essere in altri “, che accettano di ridurre lo Spirito ad una forma paradigmatica di rivelazione e di imitazione. Già qui, Segre imposta la sua esistenza, come testimonianza dello Spirito, come incarnazione di una filosofia a sfondo religioso, che non lo abbandonerà mai più nella vita: il suo primo pensiero sarà sempre, prima, ma anche dopo la sua tragedia familiare, quello di essere in pace con Dio, accettando, dunque, ogni avversità, ogni ingiustizia, come prove del puro vincolo che lo lega a Dio, che lo induce a non serbare rancore a nessuno proprio per non alienarsi Dio stesso. E, quindi, sostenere che ci sia una cesura, uno iato, un prima e un dopo, nell'approccio filosofico e religioso, cui è improntata la sua esistenza, significa soltanto che non si è andati oltre la superficie del pensiero e della coscienza di Segre. Né occorre dimenticare che Segre non trascurava affatto la politica di quegli anni, fissando alcuni principi “ filosofici “, che torneranno, tali e quali, sia pure di fronte a situazioni diverse, ad applicarsi, quando il Segre, filosofo, avrà assunto anche le vesti di un Segre, “ testimone della politica “, che adotterà il metodo di una critica dall'interno delle ideologie politiche, che ha, come soluzione finale, quella mirante ad “ una integrazione metapolitica “ dell'individuo. Ed ecco presentarsi un'idea, che sarà sempre alla base delle interpretazioni di Segre delle più diverse situazioni politiche: l'idea dell'immediato “ riguardarci degli eventi “, che interpellano le coscienze di “ tutti “, come richiesta di un giudizio morale “ che può vivere solo nella storia, ma che in essa non può trovare un facile accomodamento “. E, connessa ad essa, la esigenza di ribadire e sottolineare “ la necessità di fare della verità la vita, di volere e di vivere la verità, senza chiedere compensi o salvezza, con i mezzi nostri, e con l'accettazione del rischio della verità, unicamente perché è la verità, e della fede nella verità, come germe che è in noi, ma che può fruttificare solo con l'opera nostra[21],che ha bisogno anche di noi per diventare verità, la ricerca ed esperienza della quale è esperienza e ricerca di Dio “[22]. È sempre di quel periodo l'interesse ancora, ma non esclusivamente, filosofico, che Segre dimostra per le problematiche politiche; tra le prime, per il concetto di " ideologia ", che dovrebbe mediare gli opposti dell'individualità singolare e dell'universalità compiuta e dispiegata dell'opera, come storia e " cultura ". L'ideologia, il cui concetto per Segre era " ibrido ", poiché in essa vedeva un " atto misto di logica e di immaginazione ". Ma, non per questo, da rifiutare; " un atto dell'immaginazione, suscitato dal sentimento e giustificato dal ragionamento": un atto che non dovrebbe mai sostituirsi al giudizio storico o a quello morale. Ma il suo carattere creativo, che avrebbe consentito l'adeguarsi alle diverse situazioni politiche, era qualcosa che Segre avrebbe molte volte cercato e non trovato, così spesso, nelle ideologie partitiche, come quel quid che avrebbe potuto sostenere e risollevare i partiti, nelle loro fasi critiche, che avrebbe dovuto informarne i programmi e che, soprattutto, avrebbe potuto rintuzzare le infinite “ crisi delle ideologie “, accampate a giustificazione delle reali crisi dei partiti. Ed a proposito della politica e dei suoi rapporti con la cultura, sin dal '37, Segre così si esprimeva: " Scrivere un lavoro in politica è cultura....Tutto ciò che è fenomeno e, per fortuna, è politica e non materiale della natura. Insidiato come sono..mi premerebbe nella vita, fare due lavori, uno, di uomo militante, concernente proprio il concetto della politica e la sua relazione con la cultura". E ancora, lo stesso concetto di storicismo, su cui Segre ritorna nelle sue riflessioni, che possiamo già chiamare politologiche: " lo storicismo politico, inserisce nella storia in atto, l'intolleranza propria della dialettica degli opposti, nella sua stretta forma politica, sia della politica intesa come totalità, di cui siamo le strutture portanti ovvero della politica, quale norma interna di tutte le altre attività, ad essa gerarchicamente subordinate ". Uno dei principi che ritornano in Segre, in funzione etico-politica, e che, oltre a ciò, sono un caposaldo della sua esistenza, è quello della libertà: “ la libertà pretende di avere un valore in se stessa e perciò, può dar luogo ad una vera e propria religione, e, perciò, si deve avere fede in essa “. E “ l'azione libera è, dunque, la sola azione etica e razionale insieme “. La consapevolezza di non aver approfondito, a pieno, un'ampia problematica, che era lì ad attenderlo, per metterlo alla prova, lo portava a scrivere ad Elena (gennaio ‘36): “ Vorrei che riprendessero senso e vita, per noi, problemi che sentimmo in altri tempi con qualche esaltazione e che lasciammo raffreddare infecondamente in noi, consentendo che si riducessero a pallide ombre di idee, non più positivamente operanti, ma fastidiose, perché, tuttavia, non morte “. E poi: “ Non ci appagheremo più di parole: meglio se andremo adagio, se prenderemo le nostre posizioni lentamente, già che ciò che importa non è il risultato raggiunto, ma la ricerca attiva, determinandone continuamente il risultato e vivendolo, momento per momento. Tutto questo può anche sembrare roseo, di fronte alle infinite tragedie che ci circondano, ma il condannarlo e il respingerlo sarebbe anche il ripudio dell'unica via che esiste per partecipare al nostro tempo, i problemi del quale sono in noi, come nostri sentimenti e nostre esigenze, e potremo viverli solo risolvendo la nostra vita interiore “. Questo è uno dei tanti esempi dell'innestarsi dei problemi della coscienza alla vita etica di Segre, che, per tutta la sua esistenza di studioso, avrà sempre in sé presente vivissima la predicazione evangelica: “ Vogliate il regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù “. La perdita del fratello maggiore, Vittorio, morto suicida, verrà accettata da Segre, con infinito dolore, ma con rassegnazione cristiana. La scomparsa di tutta la sua famiglia nel ‘44, gli segnò profondamente la vita senza, per altro, che sconfessasse mai i suoi principi etici e che fosse portato ad abbandonare la filosofia. Quello che Segre sarà, poi, al ritorno dalla Svizzera dopo la Liberazione, non potrà non essere, indubbiamente, che un uomo cambiato, almeno interiormente; ma ciò non gli impedirà di apparire sereno nell'ambito familiare, né gli toglierà la sua vis philosophica: perché " chiunque...sa di aver vissuto secondo una " regola " ..qualunque cosa sia poi divenuto, certi impegni non li ha deposti mai più ". Ma ancora prima del ritorno in Italia, giunto da poco in Svizzera, e relegato in un campo militare, per la quarantena, nel novembre '44, Segre detta a se stesso e alla moglie delle regole di condotta da osservare durante l'esilio. Anzitutto, " non bisogna lasciarsi abbrutire dalla vita dei campi: non è questa che ci abbrutisce, ma è la miseria stessa della nostra anima.Ma per liberarla bisogna sapere che questa ha un altro orizzonte, e bisogna aprirsi, lasciarsi aprire a questo, che è quello dei valori della nostra vocazione, qualunque questa sia, e anche se è solo la vocazione dello Spirito, che si rivela momento per momento "; bisogna, poi, intendere per spirito anche " il modo di unificarsi, su di un piano di comprensione completa, con gli altri in un fine comune …..Nell'anima di ognuno vi è il nulla e vi è lo Spirito, e il nulla è il suo disconoscimento: ciò può causare attriti fra diversi rifugiati…..e la giornata termina….vuota di opere “. E, ancora: “ bisogna smetterla di parlare del nostro disgusto della vita, del nostro desiderio di morire, del nostro essere indifferenti al vivere o al morire. Il vero distacco è quello dalla creazione spirituale “; “ Abbiamo bisogno di tutti. La persona che meno stimiamo ti può resuscitare da una crisi. E nessuno è giudicabile in assoluto “.“ La condizione degli esseri è una legge, sfuggendo alla quale, si finisce col disprezzare Dio, perché gli uomini che non si amano tra loro, non amano neppure Dio ". " Non fare conti per il futuro né programmi. Vivi il presente e l'eternità dello spirito nel presente. Non cercare lontano le occasioni: ti sono date ad ogni istante. La tua lotta è qui ". " Occupiamoci di una sola cosa, dell'unificazione della nostra esperienza, in un'opera che realizzi un valore, che sia un valore, e faccia di noi questo valore "; dobbiamo avere sempre presente che " la tragicità della vita è il non rispondere all'appello di Dio. Bisogna reagire con occasioni ed opere concrete ". E l'ultima regola è rivolta ad Elena e riguarda l'educazione della figlioletta: " L'educazione di nostra figlia deve basare su queste idee: farne una persona coraggiosa, responsabile, capace di sentire Dio “.

Al ritorno dalla Svizzera, subito dopo la Liberazione, chiuso nella sua tragedia familiare, Segre deve però far fronte ai più immediati problemi, quelli della sopravvivenza. Egli riprende, così, l'insegnamento, finalmente nella scuola pubblica, ed anche Elena torna ad insegnare nella scuola media inferiore, che aveva dovuto abbandonare per l'esilio in Svizzera. Non vorrei, però che si pensasse che l'insegnamento fosse per Segre soltanto un modo di fronteggiare le difficoltà economiche del momento. Per lui si tratta di una vera vocazione morale, sia come formazione del pensiero dei giovani sia come atto sociale e politico. Si tratta, dunque, della “ formazione di intelligenze avviate alla oggettività ed alla critica, a quell'ambito di controllo del giudizio sulla parzialità passionale che permette di giudicare le cose della vita “. Poiché tra scuola e vita, vi è, per Segre, una saldatura, che dovrebbe avere sempre presente chi opera nella scuola, siano i docenti o gli stessi studenti. L'argomento della scuola, di una scuola rinnovata ed adatta ai tempi, che, come sopra si è detto, fu uno dei maggiori impegni morali di Segre, diventando anche uno dei suoi maggiori interessi come giornalista, di cui egli non finirà mai di occuparsi, ma soprattutto di “ che cosa vogliono i giovani “, in costanza delle sempre verdi crisi scolastiche, che ogni nuovo Governo vuole risolvere, attraverso riforme, in cui l'interesse politico predomina sulla esigenza di far partecipi ad essa professori e studenti, i veri protagonisti, ignorati, delle crisi stesse. Per Segre, se di crisi della scuola si parla, si tratta in realtà di una più vasta “ crisi generale del costume, e, quindi, della cultura e della vita morale ". Egli, infatti, afferma come " nella scuola di uno Stato libero la politicità entra a far parte, nella forma spontanea in cui ogni insegnante la reca nella sua cultura, nella sua parola, nei suoi atteggiamenti mentali, che deve giustificare agli allievi, che deve discutere, nell'atto stesso in cui si manifestano ", poiché " nell'atto stesso dell'insegnamento, vi è una socialità in cui, da tecnico, l'insegnante torna solo ad essere l'uomo e la sua cultura ". Le periodiche " riforme della scuola ", che, bene spesso, restano tali solo sulla carta, sono guardate da Segre, insieme con amarezza ed ironia, poiché l'impegno politico di " impostare una scuola nuova, è un problema culturale e politico, per quell'intimo rapporto tra politica e cultura, tra economia e società, per il legame naturale della scuola con il tipo di società in cui si trova ad operare ", mentre, per chi elabora le riforme, esse non sono che uno strumento per potersi impadronire di una fetta di potere politico. A proposito di riforme, Segre avrà sempre a modello la riforma Gentile, che egli non condanna mai integralmente, perché di gran lunga migliore e meno fascistizzata della successiva riforma Bottai, e che trova, senza alcun dubbio, anche migliore dei tanti progetti di riforma, che si troverà ad esaminare nel corso della sua attività giornalistica, sempre con l'occhio dell'insegnante, aperto alle reali esigenze dei giovani, ma anche dei docenti, che godono di una scarsa autonomia, nell'effettuazione del loro delicato compito, e che rivendicano, giustamente un più equo trattamento economico ed uno stato giuridico più al passo con i tempi, ma che, anzitutto, hanno bisogno di una più idonea formazione. Uno dei modi di essere presente tra i giovani, per raccoglierne le istanze di prima mano, è per Segre la partecipazione, come osservatore, ai Congressi periodici delle diverse Organizzazioni studentesche, di qualsiasi orientamento politico, ed, in questi momenti di aggregazione, potrà rilevare come studenti laici e cattolici, molto spesso, desiderino collaborare tra loro, in una ricerca comune di “ una concezione della cultura, come vita morale “, convinti, un po' utopisticamente, di poter trovare un riscontro, “ una salvezza, attraverso la mobilitazione politica “. D'altra parte, Segre medita su quali siano, sempre che esistano, le reali opinioni dei partiti politici sulla problematica scolastica e si augura che il lavoro di riforma, che deve partire dalla scuola elementare sino all'Università, sia, infine, accompagnato da “ un dibattito ideologico di tutte le forze politiche, intorno alla scuola, nei rapporti con lo Stato e, prima ancora, con la società moderna “. Quello che, troppo spesso, si trova a rilevare, tra le molte più o meno gravi lacune della scuola, ma anche dei relativi progetti di riforma, è l'assoluta mancanza di un'educazione politica, ma, prima ancora, civica (e su questo tema sarà in pieno accordo con l'amico Capitini) dei giovani: è il deciso mantenimento dello status quo in cui operano i docenti; è il non tener conto dello sviluppo economico-sociale del Paese e del progresso tecnologico, frutto del neocapitalismo imperante, che esigerebbe, invece, uno stretto collegamento con la formazione scolastica, per poter preparare i giovani ad un orientamento adeguato verso il mondo del lavoro. È, ancora, il mancato aggiornamento dei testi scolastici e dei programmi; è il rifiuto, insieme politico e didattico, d'insegnare ai giovani il rapporto tra scuola e fascismo, tra scuola e Resistenza. Tutto ciò è causa di un sempre maggior isolamento della scuola, che mantiene vive visione pedagogiche, ormai desuete e contrastanti con una moderna democrazia. Alla fine degli anni ‘50, Segre arriverà a domandarsi:” È questa la generazione che è decisa a ricominciare, dopo il fallimento dei padri, o bisognerà attenderne un'altra? ". La cronica depressione scolastica, propria di tutta la scuola italiana, si fa drammatica nel Sud, ed è meglio non fare paragoni con l'organizzazione scolastica propria degli altri Paesi europei. Se si giunge alla protesta giovanile, che Segre cerca di comprendere nelle sue cause e nei suoi sviluppi, ciò dipende soprattutto dalla mancata autonomia della scuola, come dell'università, che viene gestita autoritariamente dall'Esecutivo, senza che si chieda un impegno da parte degli attori della scuola, ingenerando un vuoto di credibilità tra studenti ed accademici, come tra studenti e mondo politico. Se Segre mostrava ottimismo e fiducia, nell'immediato dopoguerra, sul rinnovamento migliorativo della scuola, dopo vent'anni, non nutre più molte illusioni e, pur continuando ad occuparsi, in prima persona, del problema che gli starà sempre a cuore, si rende conto che non si può combattere a oltranza, senza riscontri, " la battaglia intellettuale del chiarimento di fatti e di idee ", e che l'insegnamento viene lasciato sempre più in una situazione di abbandono e distacco, rispetto alla dinamica sociale, confidando nell'apertura mentale e nella preparazione aggiornata dei docenti di buona volontà. " L'essenziale, dunque, ancora una volta, non sono programmi e metodi ministeriali, che di fatto ignorano lo stato della scuola, ma preparazione scientifica, interessi personali, vocazione pedagogica all'insegnamento ". Ecco dunque il permanere in Segre, di quella morale esistenziale, che già abbiamo visto in lui, sin dalla prima giovinezza, e che persisterà in lui, qualunque sia il genere della sua opera, sino alla sua morte. Ed ecco anche il metodo dialettico, proprio del suo filosofare giovanile, che egli mette a profitto nel suo insegnamento, cercando di instillare nelle menti dei giovani quella razionalità, accanto al culto della verità e della libertà, che sono una costante del " continuum della sua biografia intellettuale "[23].

Oltre all'insegnamento ed al giornalismo, nel dopoguerra, Segre può, infine realizzare, mettendo a profitto i suoi approfondimenti filosofici, quella che è stata definita una sorta di vocazione alla saggistica. Ha degli impegni intellettuali, ed ovviamente morali, presi con se stesso, sin dagli anni universitari, e fa di tutto per rispettarli. È il caso del saggio sul personalismo di Michelstaedter che esce, in due numeri della rivista " Costume ", nel '45, subito dopo il ritorno a Milano: il giovane filosofo, morto suicida, che affascina Segre, che lo insegue sin dai tempi della Normale, contattando i suoi compagni di studi ed amici (come V. Arangio Ruiz e G. Chiavacci), così come i suoi cultori (quali L. Superchi) ed i suoi familiari. Né i suoi contributi filosofici vengono ostacolati dalla professione di giornalista, circonfusa ed arricchita anch'essa dai suoi studi di filosofia. L'attività giornalistica si amplia sempre più, attraverso i suoi scritti di politica internazionale (ma non solo quelli su " Il giorno "), e quelli, che sono veri e propri lavori politologici, che compaiono per lo più su periodici di sinistra, d'impegno socialista, anche se Segre non si professerà mai nulla di più che un osservatore attento e un testimone, talora scomodo, della evoluzione, così come delle periodiche crisi, non soltanto elettorali, di quel partito, che sembrerebbe essere l'erede più diretto dell'azionismo, di cui anche Segre è stato partecipe. L'impegno del giornalismo politico è, per Segre, anche un perfezionarsi del suo pensiero filosofico, oltre che della sua vita morale: né si può riscontrare un abbandono della sua religiosità, che ha sempre contraddistinto le sue azioni, e, per meglio dire, la sua opera. E tale scelta responsabile dell'azione “ avviene in una situazione di isolamento monadologico, che non modifica il risultato finale, oggettivo, dell'opera, che si fa al di là della volizione del singolo, a cui richiede solo un “ consenso preventivo “, ma che ne legittima, tuttavia, una pluralità di giudizi storici: se il giudizio storico varia, a seconda della filosofia che lo fonda, ogni punto di vista giudicante potrà, tuttavia, imporsi ad un'opera che è unica, ma polisensa “. (v. U. Segre, Etico e Politico, scritti filosofici, La Nuova Italia, Firenze, 1991). Etico e Politico è la ricostruzione parziale, come già si è detto, dei suoi scritti inediti di filosofia morale (certamente facenti parte dei Corsi da lui tenuti all'Università di Milano, ma, nel contempo riflessioni, chiarimenti, approfondimenti della continuità del suo filosofare della giovinezza e della prima maturità). Ciò che è meno evidente è soltanto l'aspetto religioso del suo pensiero: che, per altro, è affidato alle sue azioni ed alle sue meditazioni, che talora, si ritrovano, per così dire, “ confidate alla carta “. Da tutto il complesso della sua opera non si può non dedurre il costante richiamo etico, anche se il suo risvolto religioso è vissuto, più che partecipato ad altri, da se stesso e per se stesso, nel suo intimo colloquio con Dio. Le questioni che indaga, al di là del fatto politico quotidiano, sono, tra le altre, i vari aspetti del liberalismo crociano, che si stacca dall'impostazione individualistica tradizionale, identificando la personalità con l'opera, e intendendo i problemi della libertà come “ problemi dell'incremento del valore culturale, del valore di civiltà dell'opera stessa “ e mettendo in risalto “ l'esigenza della coordinazione della libertà e la necessità e l'urgenza che la libertà si concreti in una azione sociale, in cui l'elevazione del benessere e della civiltà debba venire esteso alle masse “[24]. Egli esamina, inoltre, il rapporto che intercorre tra politica e cultura, opponendosi ad ogni tentativo di sopraffazione della cultura da parte della politica, nel contesto interpretativo di tale rapporto, da parte dello storicismo. Nega che vi sia una scissione tra chi fa professione di cultura, non addossandosi le responsabilità che ne discendono, in sede politica, pur sottolineando, ancora una volta, la libertà della cultura medesima. E di qui deriva la sua concezione del ruolo sociale e politico dell'intellettuale, che non può estraniarsi da se stesso, pretendendo di essere solo un cittadino, ove abbia ad impegnarsi a favore di un partito politico, sia esso di opinione o di verità, o nei confronti di un particolare assunto politico. Secondo Segre, l'intellettuale ha un vero e proprio obbligo morale di partecipazione alla politica, le cui condizioni risiedono “ in una presunta omogeneità della cultura, ravvisabili nella struttura degli eventi che ci riguardano “. Il concetto del riguardarci, che Segre propone in sede filosofica, avrà una notevole valenza, anche sul piano sociopolitico, ove impone al soggetto il compito della realizzazione di fini, dell'assunzione di valori, dell'espressione di giudizi. Oggetto di studio e di molti successivi approfondimenti è ancora il rapportarsi dell'individuo con lo storicismo[25]. Segre espone il suo pensiero, in questi termini: “ La realtà dell'individuo riceve nello storicismo un apprezzamente positivo, unicamente nella sua integrazione storica. Lo storicismo è la filosofia che, più coerentemente ed energicamente, glorifica il contributo individuale di nuova realtà “:esso conosce l'individuo nella sua opera, cioè nel suo risultato storico, nel suo rapporto tra finità dell'individuo e infinità del valore. Lo storicismo, inoltre, assimila in sé quei valori che, per secoli, sono stati inclusi nella categoria dell'esperienza religiosa. La filosofia medesima, in questa prospettiva, altro non è che un momento della storia ". Ed, allo stesso modo, anche la verità non ha una esistenza definita, ma si identifica con la storia stessa della verità. Un altro argomento dei più cari a Segre, che è al confine tra filosofia e politica, è quello del neutralismo e delle sue funzioni. Esso, per Segre, non ha soltanto una funzione di testimonianza, ma ha una rilevanza più attiva, quella di discutere le contraddizioni e di rivelare i sottintesi politici, nella loro facile ambiguità, con particolare riguardo alla politica di potenza. Come si è già detto, il socialismo è una forma di politica, a cui Segre dedica particolare attenzione, specie se gli fa da contraltare il neocapitalismo:” il socialismo è da tempo precipitato dal suo piedistallo, perché di fatto si viene realizzando una società dove, grazie alla pianificazione dello Stato del benessere ed alla realizzazione della sicurezza sociale, è assai difficile identificare il traguardo “. Ma anche in queste circostanze, non si può affermare che il socialismo sia del tutto finito, in quanto potrebbe avere ancora l'importante compito di forzare il neocapitalismo " a dare prova della sua capacità di continuare a figurare come democrazia ". Ed inoltre, a tal proposito. Segre elabora un concetto che è, insieme, filosofico e politico: quello di " occasione “[26]. Nel corso dei suoi studi, egli individua momenti, spazi, in cui si presenta l'occasione, in particolare per il socialismo. Purtroppo l'occasione verrà troppe volte lasciata cadere, per l'incapacità del socialismo stesso di una continua rielaborazione ideologica, che sia adeguata al momento storico-politico. Segre, nel corso degli anni, mostrerà una propensione sempre più viva per gli studi di filosofia della politica, nella loro connessione con la filosofia della storia. E l'impegno giornalistico lo indurrà anche ad aprirsi alla sociologia, che, secondo il suo pensiero, avrà, tra le altre, la funzione di aiutare l'opinione pubblica nella comprensione degli accadimenti. Mi sembra fuori luogo fare qui una lunga elencazione degli argomenti che Segre ha trattato da filosofo e da giornalista nei suoi venticinque anni di vita (una vita troppo breve, con troppi progetti abbandonati) che seguirono la Liberazione. Voglio però fare ancora cenno allo studio di filosofi italiani (come Verri e Galliani) e stranieri (come Hume) che si sono occupati, fra l'altro, di vari aspetti di economia politica. O alla sua costante preoccupazione di evitare l'identificazione della verità con la politica, come quella di ben separare i concetti di “ valore storico “ e di “ valore umano “. Allo stesso modo voglio far menzione degli studi sullo storicismo politico marxista e dell'attenzione alla strumentalizzazione della storia ai fini della conquista del potere, come pure a quella filosofia, che Segre vede non già potenziata dalla dottrina marxista, ma, se mai, abbassata al rango di ideologia. O l'ennesimo ritorno a Croce, per interrogarsi sulla validità del suo metodo filosofico in funzione etica; il suo soffermarsi nuovamente sulla filosofia morale e sui principi che la fondano, dall'impegno morale “ che innerva anche la dimensione politica “, ai rapporti tra finito ed infinito. Oltre alla proposizione d'interrogativi politici, quale quello relativo al potere, che Segre non vede in una accezione negativa, ma se mai, ne paventa la strumentalizzazione, sia in filosofia che in politica (al servizio del capitalismo, come a quello delle politiche di potenza, nelle loro varie manifestazioni), egli ritorna sempre a concentrare la sua attenzione su problemi filosofici e morali, quali la definizione del concetto di bene[27],o la riproposizione del problema del rapporto tra giudizio morale e giudizio politico. A questi interessi vengono via via, ad affiancarsi quelli di carattere storico-sociologico, quali l'analisi dei partiti moderni, o l'indagine sul fenomeno della mondializzazione, che si presenta come il fine della politica di potenza[28], e così via. E si può ancora menzionare l'interesse per la letteratura italiana e straniera, nei suoi diversi aspetti, interesse che specie nel “ periodo francese “ era parso, non già sostitutivo di quello filosofico, ma altrettanto vivace, e che si riscopre nell'attento esame che Segre dedica alla produzione letteraria del suo tempo, che si esplicita nelle tante recensioni che, più che dell'articolo, hanno molto del saggio e così via. Ma, piuttosto è indispensabile far conoscere ai suoi lettori come, per tutta la durata della sua esistenza, egli abbia fatto del suo filosofare una forma di vita, che gli garantisse un chiaro rapporto con il divino. Con quel Dio, che è, insieme, libertà e necessità, in cui potersi ritrovare nei momenti difficili come in quelli sereni ed, a questo scopo, orientare l'attenzione ai rapporti con gli altri, amici e non, per non indulgere a sentimenti, quale il rancore, l'orgoglio, la momentanea caduta della fede, il desiderio di giustizia, che possa degenerare in spirito di vendetta, sentimenti tutti che avrebbero potuto modificare o interrompere la saldezza del suo legame con lo Spirito.

Mi sembra giusto concludere questa mia Testimonianza, riconsiderando l'affermazione, secondo cui Segre non si sarebbe mai deciso a scrivere un “ libro di filosofia “ e riportando le sue stesse parole in proposito. In una lettera a Capitini, che lo incitava a pubblicare presto un “ libro di filosofia “ (nel ‘ 37), Segre replicava: “ Non voglio scrivere, se non quando possa soddisfare tutta l'esigenza sistematica di una visione religiosa del mondo “. E, nel suo profilo di M. Blondel nella “ Visita a un saggio “ (cfr. n. 5), Segre scriveva come Blondel gli avesse confidato “ la sua segreta speranza di lasciare postuma l'opera sua, di raccogliere in oscura umiltà tutta la possibile esperienza di pensiero, e, che più tardi, si leggesse questa “, il che è davvero, secondo Segre, la dimostrazione di una “ etica “, nel suo senso proprio. Che questa ispirazione fosse condivisa dallo stesso Segre, che tanto lo stimava e lo ammirava, e che si sarebbe accordato, prima della morte, con l'amico più caro e fidato, Augusto Del Noce, perché portasse a compimento, sulla scorta di tutti gli elaborati di Segre, che del resto già conosceva, quel “ libro di filosofia “promesso, sin dagli anni ‘30, a Capitini?

Vera Segre

Pietra de' Giorgi, 2008

[N. d. A. Le frasi riportate tra virgolette, senza citazione dell'autore, appartengono a scritti di Umberto Segre, editi o inediti.]

Ricordiamo che alla figura di Umberto Segre è stata dedicata una tesi di laurea da parte del dott. Giuseppe Barreca; la tesi è stata discussa (relatore il prof. Amedeo Vigorelli), all'Università degli Studi di Milano, il 2 dicembre 1999.

Scritti di Umberto Segre[modifica | modifica wikitesto]

  • Scritti giovanili, 2002.
  • I Partiti italiani dal 1945 al 1969, 2005
La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, I. vol.
Il Partito Socialista e gli altri partiti, II vol.
  • La politica italiana dal 1945 agli anni settanta, 2005
Introduzione di Vittorio Foa
Dalla Liberazione alla fine del Centrismo, I vol.
Dalla esperienza del Centro-sinistra al Compromesso storico, II vol.
  • La Jeunesse de Sainte-Beuve, 2006
Traduzione di Vera Segre
  • La questione dell'Alto Adige, 2006
Introduzione di Leopold Steurer e Carlo Romeo
  • Saggi di filosofia economica e politica, 2006
  • L'Europa senza ideologia tra capitalismo e socialismo, 2006
Testimonianza di Paolo Murialdi
  • Dissenso politico e violenza, 2006
Introduzione alla prima edizione di Guido Martinotti
Seconda edizione aggiornata
  • Aspetti e problemi della Filosofia dell'Azione, 2008
  • La politica di potenza degli Stati Uniti: il caso del Vietnam 2010

Di prossima pubblicazione[modifica | modifica wikitesto]

  • Il gollismo in Francia, 1945 - 1969
  • L'era di Adenauer,
L'era di Adenauer - vol. I
L'eredità di Adenauer - vol. II
  • Il cammino della distensione verso la coesistenza
Postfazione di Gian Paolo Calchi Novati
La politica del confronto - vol I
U. S. A. - U. R. S. S. - vol. II
  • Verità e Politica, Verità della politica.
  • Dalla crisi delle ideologie alla contestazione giovanile.
Introduzione alla prima edizione di Renato Treves
Introduzione alla seconda edizione aggiornata di Vincenzo Ferrari
  • La filosofia cartesiana della morale
  • Profili
  • La scuola e i giovani 1945 - 1969
  • Diario politico 1945 - 1969
  • Schede di cultura politica 1945 - 1969

Mia Elena,……….[modifica | modifica wikitesto]

  • Carteggio e Riflessioni, 1926-1945
  • Gli anni della gioventù, 1926-1929, vol. I , 2009
Testimonianza di Vera Segre
Di prossima pubblicazione[modifica | modifica wikitesto]
  • L'esperienza francese, 1930-1932, vol II
  • Malattia e sanatorio di Bressanone, 1933-1935, vol. III
  • La speranza ecumenica, 1936-1938, vol. IV
  • Le leggi razziali, l'esilio e la tragedia familiare, 1939-1945, vol. V
Appendice di Vera Segre: I miei ricordi di rifugiata, 1943-1945.

Altre opere postume di Umberto Segre[modifica | modifica wikitesto]

  • Verità e politica, verità della politica [a cura di Vera Segre e Paolo Mugnano - ed. Comunità, Milano, 1979]
Introduzione di Renato Treves
  • Dissenso politico e violenza. Scritti sulla contestazione giovanile. [a cura di Vera Segre e Paolo Mugnano - ed. Marsilio, Venezia 1980.]
Prefazione di G. Martinotti
  • Questioni di morale cartesiana: morale provvisoria e morale definitiva [a cura di Vera Segre e Paolo Mugnano]
  • ACME, [Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano - vol. XI, fasc. I, gennaio - aprile 1987.]
  • Etico e politico. Scritti filosofici [a cura di Vera Segre e Paolo Mugnano. - Pubblicazione della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano - ed. La Nuova Italia, Firenze, 1991.]

Iniziative in ricordo di Umberto Segre[modifica | modifica wikitesto]

  • Club Turati, via Brera 18 Milano, 30 gennaio 1980,
presentazione del Volume: Verità e politica, verità della politica.
  • Mostra: Per la democrazia a cinquanta'anni dalla firma della Costituzione.
25 aprile - 2 giugno 1998, Pietra de' Giorgi (PV)
Per l'occasione è stato diffuso un libro dedicato a Umberto Segre a cura del comitato della mostra:
Umberto Segre: una figura di intellettuale antifascista.
  • Mostra al Liceo Classico “ Parini “, Milano,
giornata di ricordo, 14 dicembre 1999
  • Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia e
Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Filosofia e
Dipartimento di Scienza della Storia e della Documentazione Storica
15 dicembre 1999
Giornata di studio:“ Umberto Segre: un antifascista scomodo “.
in occasione è stato pubblicato a tiratura numerata: il volume
Scritti giovanili.
  • Istituto Professionale per i Servizi Commerciali in Lingua italiana
“ Falcone e Borsellino “ e Liceo Classico “ Dante Alighieri “ di Bressanone
Mostra
Giornata della memoria:
Dibattito in ricordo di Mario e Umberto Segre, docenti del Liceo
Dante Alighieri di Bressanone:
“ Magistero culturale e impegno civile “.
È stato presentato il volume di Umberto Segre:
La politica italiana dal 1945 agli anni sessanta.
È stato presentato il volume di Mario Segre:
Pausania come Fonte Storica.
La biblioteca del liceo è stata dedicata a Mario Segre, morto ad Auschwitz nel 1944.
  • Istituto Professionale per i Servizi Commerciali in Lingua italiana
“ Falcone e Borsellino “ e Liceo Classico “ Dante Alighieri “ di Bressanone
dibattito il 15 maggio 2006
con Leopold Steurer e Carlo Romeo sul libro di Umberto Segre
La questione dell'Alto Adige, 1948 - 1969
  • Libera Università di Bolzano
dibattito sul libro di Umberto Segre:
La questione dell'Alto Adige, 1948 - 1969
15 maggio 2006.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il primo s'intitola "La visione cristiana di Ernesto Bonaiuti"; il secondo è dedicato invece alla figura di Giuseppe Rensi; il terzo è una recensione all'opera "Lo scetticismo" di Rensi, mentre l'ultimo riguarda il pensiero politico di Francesco Fiorentino, cfr. "Pietre. Antologia di una rivista (1926-28)", a cura di G. Marcenaro, Mursia, Milano 1973 e "Pietre", riedizione a cura di E. Camurani, Foni, Bologna 1977.
  2. ^ U. Segre, "Il lungo assedio", (firmato con lo pseudonimo di Federico Artusio), “L'Astrolabio”, Roma, 30 aprile 1965, ora in "Umberto Segre, una figura di intellettuale antifascista", a cura di Vera Segre e P. Mugnano, Stradella 1998, p. 10.
  3. ^ Cfr. in Archivio Centrale dello Stato la lettera del 25-9-1927 a Elena Cortellessa.
  4. ^ Cfr. per la tesi su Blondel A. Vigorelli, "L'antifascismo di 'Pietre' e la giovinezza di U. Segre", in A. Vigorelli/M. Zanantoni (a c. di), "La filosofia italiana di fronte al fascismo", Unicopli, Milano 2000, pp. 126-128.
  5. ^ Per il testo della lettera: cfr. U. Segre, "Dissenso politico e violenza. Scritti sulla contestazione giovanile", a cura di V. Segre e P. Mugnano, Marsilio, Venezia, 1980, p. 130. Ecco il testo della lettera: A Benedetto Croce – Senatore del Regno Le ingiurie lanciatevi dal Presidente del Consiglio hanno dolorosamente ferito la nostra coscienza di uomini e di italiani. Non che abbiano bisogno di essere ribattute, vana fatica; ma esse hanno prodotto in noi quel senso di rivolta che la falsità, l'annientamento dei valori morali, sogliono produrre. Ed impediti di manifestare mediante la stampa quell'ampia adesione che il nome vostro meriterebbe, non possiamo trattenerci dall'esprimervi, in silenzio ed in pochi, il nostro affetto, la nostra devozione. L'accusa di “imboscato” più di ogni altra ha spinto noi, uomini di tendenze diverse, ad esprimere contro di essa il nostro sdegno, perché tutti, pur separati in diversissimi campi, abbiamo visto in voi e vediamo l'uomo dalla pura coscienza, l'assertore dell'ideale nel reale, il lottatore indefesso e implacabile. Quanti hanno avvicinato l'opera Vostra, sanno come tutta la Vostra ricerca di filosofo sia guidata da un'ansia di più alta moralità, sanno che tutta la Vostra fatica di storico è ispirata da intenso amore per l'Italia; sanno infine come la Vostra vita sia contrasto, lotta; e vi dicono perciò oggi la loro certezza, la loro fede che l'imboscato non desisterà dal lottare; e guardiamo a voi, come al solo che abbia levato la sua voce in nome di quella coscienza morale, la quale continua unicamente a volere la dolorosa conquista della libertà. Torino,….. Paolo Treves Mario De Bernardi Umberto Segre U. Cosmo firma molto volentieri perché la firma deve attestare all'Illustre amico la sua ammirazione e la sua devozione per lui, pensa però che più alto onore all'opera sua di libero filosofo e di carattere fiero non potesse venire che dall'ingiuria del potente verso di lui. Antonio [in realtà Ludovico] Geymonat Aldo Bertini Massimo Mila – Franco Antonicelli – Giulio Muggia.
  6. ^ "Il lungo assedio", (firmato con lo pseudonimo di Federico Artusio), “L'Astrolabio”, Roma, 30 aprile 1965, ora in "Umberto Segre, una figura di intellettuale antifascista", cit., p. 10.
  7. ^ Commissione di Torino, ordinanza del 17.6.1929 contro Umberto Segre (“Membro dell'Associazione antifascista "Giovane Italia", redattore della rivista "Pietre"”). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. I, p. 78
  8. ^ Riferisce diffusamente della lettera R. Bottoni, "Un ebreo antifascista 1925-1945", «Italia Contemporanea», 220-221, (2000), pp. 564-565. Cfr. anche P. Simoncelli, "La Normale di Pisa. Tensioni e consenso (1929-1938)", Franco Angeli, Milano 1998, pp. 162-66. Non è necessario, in questa sede, sottolineare come la prassi di scrivere questo genere di lettere a Mussolini fosse suggerita, se non apertamente incoraggiata, dai funzionari di polizia del Regime. Molti uomini di cultura impiegarono questo strumento di “salvezza” (tra questi il più noto è stato Bobbio, oggetto nel 1992 di una polemica allorché fu resa pubblica una sua lettera indirizzata a Emilio De Bono nel 1938. Cfr. Norberto Bobbio, "Autobiografia", Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 37-40), altri invece, andando incontro a tutte le conseguenze del loro gesto coraggioso, rifiutarono di ricorrere alla pratica di redigere queste lettere (si pensi a Sando Pertini).
  9. ^ Renzo De Felice, "Mussolini il duce. I: Gli anni del consenso 1929-1936", Einaudi, Torino 1974.
  10. ^ U. Segre, "Il lungo assedio", “L'Astrolabio”, cit., ora in: "U. Segre, una figura di intellettuale antifascista", cit., p. 4.
  11. ^ Per queste notizie cfr. "Umberto Segre. Etico e politico", a cura di V. Segre e P. Mugnano, La Nuova Italia, Firenze 1991.
  12. ^ , Federico Chabod, L'Italia contemporanea: 1918-1948, Einuadi, Torino 1984, pp.109-110.
  13. ^ Da una lettera della madre a Segre: “…calmato l'entusiasmo di quei primi giorni dopo il 25 luglio, contiamo le delusioni che l'hanno seguito, ed i pericoli gravissimi dai quali siamo continuamente minacciati […] Io non me la sono mai vista così brutta la situazione, e inoltre sono sempre in pena per voi”. Cfr. D. Bonetti/R. Bottoni (a cura di), "In ricordo di Mario Segre epigrafista ed insegnante, Atti della giornata in ricordo di Mario Segre e della sua famiglia", Milano, Liceo “G. Carducci”, 23-5-1994, pubblicato a Milano, c/o Artigianelli, 1995, pp. 38-39.
  14. ^ Per le notizie su Mario Segre cfr. D. Bonetti/R. Bottoni (a cura di), "In ricordo di Mario Segre epigrafista ed insegnante, Atti della giornata in ricordo di Mario Segre e della sua famiglia", cit., pp. 39-41.
  15. ^ Umberto Segre, Etico e politico, cit.
  16. ^ A. Vigorelli, L'antifascismo di “Pietre“ e la giovinezza di Umberto Segre,in La filosofia italiana di fronte al fascismo, Unicopli, Milano, 2000 a p. 153.
  17. ^ In occasione del cinquantenario della Costituzione italiana si tenne, a Pietra de Giorgi, una mostra relativa alla Resistenza partigiana nell'Oltrepo pavese, in cui era stata inserita anche un'ampia commemorazione di Umberto Segre, testimone dell'antifascismo, sin dai suoi primi albori. Vi fu un animato dibattito all'inizio della mostra con gli interventi del professor Riccardo Bottoni, e del professor Pierangelo Lombardi dell'Università di Pavia. In chiusura della mostra, parlò, con molto successo, Aldo Aniasi. Da questa mostra, derivò l'idea di ingrandirla e di trasportarla al liceo Parini in occasione del trentennale della morte di Umberto Segre.
  18. ^ Segre così scriveva, nel '35/36 nell'inedito Uomo e Dio: "Dobbiamo amare fisicamente gli uomini, perché la loro essenza è l'opera di Dio; dobbiamo amarli spiritualmente, perché il loro spirito è Dio stesso".
  19. ^ Così si esprimeva in proposito, Segre nel '35: "Due principii sono chiari sin d'ora: anche la moralità è attività necessaria, che segue al raccoglimento religioso di rinuncia a noi stessi e di devozione nostra a Dio“. “Non esiste alcuna moralità senza questo. Né questo basta. Bisogna dimostrare a tutti come questa è la verità. Bisogna mostrare questa verità dopo averla pensata, perché solo la verità delle idee conta, cioè la loro perfetta persuasività, la loro realtà spirituale, e lo spirito è la verità. La moralità di una condotta non può essere che una verità: bisogna pensarla; bisogna persuadere la nostra coscienza con catene di verità. È questo il solo mezzo che ci aiuti a risolvere i nostri problemi etici". E aggiungeva: "a questi concetti morali ne sono connessi altri che costituiscono il rapporto dell'attività morale con quella religiosa e con quella politica“. E, a proposito del rapporto dell'attività morale con quella politica, così scriveva: “non basta dire che etica e politica si realizzano dialetticamente: nel tutto, esse hanno ciascuna un valore positivo; e perché abbiano reciprocamente questo valore, bisogna che entrambe abbiano un contenuto positivo, che sia un valore e un bene, non semplicemente deducibile l'uno dall'altro, ma definibili in sé. Si tratta dunque, di determinare questo proprium dell'etica e della politica, e la loro eterna relazione".(Ined.)
  20. ^ Così Segre parlava della sua visita a M.Blondel. Tratteggiandone il suo profilo: "..mi è apparso veramente, nel suo lieve toccare le sue cose, come sfiorandole - lui che non vede - nel suo gesto affettuoso e quasi umile, di quell'umiltà che solo i maggiori conoscono, nel suo accalorarsi a sostenere il suo punto di vista serbando la serenità di chi "ha fatto vicine le cose lontane", e che nel prendere posizioni e responsabilità pare viva di sola anima, mi è apparso, dico, ancor più vicino a quell'ideale di ascetismo che soprattutto gli è caro….”. Ma lo stesso Blondel era stato colpito dal fascino spirituale ed intellettuale del giovane Segre, che presentava, in una sua lettera a Brémond (del maggio del ‘30), come “Un jeune italien qui me fait songer à Spinosa adolescent“.
  21. ^ " L'uomo non l'opera, cioè muore tutto, ma tutto rivive nell'opera, nell'eternità".
  22. ^ Questo è, per Segre l'unico modo per essere Cristiani, e " ad esserlo senza riserve, tutta la nostra vita interiore acquista un senso ". Ma occorre, sempre, tener presente come " noi siamo soltanto degli intermediari, sempre morenti e sempre rinascenti, tra lo Spirito e le sue individuazioni ".
  23. ^ Federico Artusio (Umberto Segre " Il lungo assedio ", L'Astrolabio, 30 aprile 1965: " L'individuo assume la responsabilità morale dell'azione, con tutte le conseguenze che possono derivare sul piano provvidenziale (oggettivo) dell'opera".
  24. ^ Segre così si esprime a proposito della libertà, intesa come legge della storia:" Qui dove l'esigenza è quella della libertà, come libertà in senso sociale, e come libertà in senso trascendentale, il termine " uomo " rinasce come l'evocazione pregnante della libertà ". Sin dal '37, Segre nutriva l'opinione secondo cui " la politica nasce dalla libertà e non la sopprime mai " e, a proposito del fascismo, così proseguiva: " Ciò che muove non è la libertà ma il coraggio degli uomini e la loro fede nell'autentica libertà “.
  25. ^ Umberto Segre, L'integrazione politica dell'individuo nello storicismo, in Verità politica, verità della politica, ed. di Comunità, Milano 1979.
  26. ^ La definizione che Segre dà di " occasione " è la seguente: " essa consiste nella presenza di uno spazio in concomitanza con due condizioni, quali l'esistenza di forze decise ad una data iniziativa e la fluidità di un rapporto vicendevole fra i dati di fatto, che possa consolidarsi in una direzione che recuperi la precedente stabilità, o subire una rielaborazione complessa ".
  27. ^ " Il bene non è solo un valore ispiratore di un ideale che informa di sé un'ideologia....ma è la continua rideterminazione, il ripensamento critico, la rinnovata scelta di un ideale per l'azione, in funzione di se stessi e degli altri".
  28. ^ La politica di potenza è così intesa da Segre: essa è " una modalità più incisiva di intervento, nei rapporti internazionali, e pregiudizio di altre soluzioni per lo sviluppo democratico di paesi di nuova indipendenza. Credere che la politica internazionale sia una “ specialità “ è già sottostare ad una politica di potenza con a suo fondamento, la ragion di Stato “.

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