Delio Cantimori

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Delio Cantimori

Delio Cantimori (Russi, 30 agosto 1904Firenze, 13 settembre 1966) è stato uno storico e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Delio Cantimòri fu il primogenito dei tre figli di Carlo e Silvia Sintini. Dal 1919 al 1922 frequentò il ginnasio e il primo anno di Liceo classico a Ravenna e concluse il percorso liceale al Liceo ginnasio Giovan Battista Morgagni di Forlì, conseguendovi la maturità nel 1924. Nel novembre di quello stesso anno vinse il concorso per allievo interno alla Scuola Normale Superiore di Pisa, iscrivendosi alla facoltà di lettere e filosofia. Cantimori vi stabilì duraturi rapporti di amicizia con molti normalisti e professori, tra i quali Aldo Capitini, Umberto Segre e il gentiliano Giuseppe Saitta, suo insegnante di storia della filosofia. All'amico, cattolico, Michele Maccarrone, conosciuto a Forlì, Cantimori consigliò di tentare il concorso alla Normale: Maccarrone in effetti lo vinse. Il successivo rapporto tra i due, però, non fu facile per divergenze di ideali.

Infatti, dal mazzinianesimo familiare, Cantimori aderì in questi anni a un fascismo di impronta repubblicana e anticlericale, rappresentate dal mensile, fondata da Saitta e Leandro Arpinati, «Vita Nova», al quale collaborò dal 1927 al 1932. Il fascismo corporativista gli appariva la sintesi tra le due estreme esigenze del comunismo e della reazione, e lo Stato autoritario fascista, considerato rivoluzionario in quanto anti-capitalista, era visto essere il coronamento della vicenda risorgimentale italiana, secondo le tesi svolte da Gentile, da Volpe e dal Saitta.

Si laureò il 21 giugno 1928 discutendo col Saitta la tesi Ulrico di Hutten e le relazioni tra Rinascimento e Riforma, che pubblicò nel 1930 con qualche rimaneggiamento e con il titolo Ulrich von Hutten e i rapporti tra Rinascimento e Riforma.[1] Rappresentava il deciso virare degli interessi del Cantimori allo studio del Rinascimento, già annunciato nel 1927 con Il caso Boscoli e la vita del Rinascimento, pubblicato nel «Giornale critico della filosofia italiana», e alle ricerche sul movimento ereticale sviluppatosi nel Rinascimento italiano, espressione della complessità conflittuale del rapporto che univa nel Cinquecento la cultura alla società civile. Nello stesso segno vanno le sue Osservazioni sui concetti di cultura e di storia della cultura (1928), il Bernardino Ochino, uomo del Rinascimento e riformatore (1929), e il saggio Sulla storia del concetto di Rinascimento (1932).

Nel 1929 vinse il concorso per la cattedra di storia e filosofia per i licei e divenne insegnante al liceo classico Dettòri di Cagliari, dove ha, tra i suoi allievi, il futuro romanziere Giuseppe Dessì. Nel 1931 prende la seconda laurea in Letteratura tedesca presso l'Università di Pisa, e si trasferì al liceo classico "Ugo Foscolo" di Pavia. Ottenuta una borsa di studio, si trasferì a Basilea per studiarvi teologia all'Università, dove conobbe tra gli altri il teologo protestante Karl Barth. Tornò in Italia nel luglio del 1932 e, grazie a un'altra borsa di studio, nel 1933 partì per un soggiorno di un anno in Svizzera, in Austria, in Germania, in Polonia e in Inghilterra, raccogliendo molto materiale documentario per il suo progetto di uno studio sugli eretici italiani del Cinquecento. Nel 1934 Giovanni Gentile gli offrì il posto di assistente all'Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma, come redattore della rivista dell'Istituto e direttore della biblioteca. Nel 1936 pubblicò per Sansoni una serie di scritti di Carl Schmitt, aperti da un suo saggio, titolandoli "Principi politici del nazionalsocialismo". Nel 1939 vince il concorso alla cattedra di Storia Moderna alla Facoltà di Magistero dell'università di Messina; nel 1940 infine torna alla Normale chiamato da Gentile.

Verso la fine degli anni trenta si avvicina al Partito Comunista Italiano, anche per l'influenza della moglie Emma Mezzomonti, militante comunista. Nel 1940 collabora con il Dizionario di politica del PNF[2].

Interrotto l'insegnamento nel periodo della Repubblica di Salò, riprende il suo posto alla Normale nel 1944, con la nomina di Luigi Russo a direttore della Scuola. Nel 1948 si iscrive al PCI, da cui esce nel 1956 in seguito ai fatti d'Ungheria. In questo periodo è consulente editoriale per Einaudi, scrive sul "Politecnico" e su "Società". Tra il 1951 e il 1952 traduce con la moglie il primo libro del Capitale di Karl Marx. Dopo l'uscita dal PCI i suoi interessi si allontanano dall'attualità e si orientano di nuovo allo studio del Cinquecento.

Morì cadendo accidentalmente dalle scale della sua biblioteca il 13 settembre 1966.

Biblioteca ed archivio personale[modifica | modifica wikitesto]

L'archivio personale di Cantimori, comprendente il carteggio, atti e documenti personali, manoscritti, materiali preparatori, testi di conferenze, lezioni, discorsi, è consultabile presso la Scuola Normale di Pisa nel Fondo Cantimori[3]; la sua biblioteca, per la parte relativa ai libri antichi, rari e manoscritti è consultabile presso il Palazzo del Capitano mentre il materiale moderno è stato inglobato nella Biblioteca ed è consultabile dal Catalogo online[4].

Il dibattito storiografico sulla figura di Cantimori[modifica | modifica wikitesto]

Nel contesto di una riflessione[5], sul passaggio di numerosi intellettuali italiani dal fascismo al comunismo dopo la caduta del regime, negli anni duemila alcuni storici, in particolare Eugenio Di Rienzo, Paolo Simoncelli e Nicola D'Elia si sono interessati alla figura di Cantimori, personaggio rilevante della cultura italiana del Novecento, e al tempo stesso personalità tormentata, complessa e sfuggente, al punto che nel 1935 Benedetto Croce, non capendo “quale fosse la fede politica del Cantimori”, ne sottolineava la “confusione e contraddizione degli atteggiamenti mentali e morali”[6].

Adriano Prosperi, allievo di Cantimori, ha sempre difeso con ostinazione l'antico maestro[7], rigettando risolutamente il "nazionalbolscevismo" attribuitogli, accusando diversi studiosi (Eugenio Di Rienzo, Ernesto Galli della Loggia, Giuseppe Bedeschi, Pietro Citati, Piero Craveri) di voler "crocifiggere in lui gli "errori" dell'Italia novecentesca, equamente divisi tra due Moloch, fascismo e comunismo" e farne "un capro espiatorio di tutti i mali del passato italiano".

Prosperi, inoltre, ha collegato la "conversione democratica" di Cantimori alle ricerche intraprese dall'inizio degli anni Trenta sugli eretici italiani del Cinquecento, diversamente dall'opinione di altri studiosi, come Roberto Pertici e Patricia Chiantera Stutte, che hanno criticato le interpretazioni di Di Rienzo, Simoncelli e D'Elia, - che ritengono che l'abbandono dell'ideologia fascista da parte di Cantimori sia stato molto più tardivo[8]. Prosperi ha accusato questi studiosi di ripercorrere le vicende "con una curiosità spesso malignamente deformante e spesso paurosamente superficiale, pur nell'accumulo di inediti di ogni tipo", sostenendo che già la voce Cantimori redatta da Piero Craveri per il Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 14, 1974) fosse "assai discutibile", e tacciando Pietro Citati (studente della Normale dal 1947 al 1951) di "maramalda ferocia goliardica" per aver fatto un ritratto sarcastico di Cantimori su La Repubblica[9].

Per la sua vivace difesa del maestro, Prosperi è stato accusato da Di Rienzo di "uso politico della storia" e di volere aprioristicamente "santificare" Cantimori come un "figurino liberal-democratico-progressista"[10]. Il giornalista Dino Messina ha scritto sulle pagine del Corriere della Sera: "Quel che Prosperi vuol difendere è il metodo scientifico di uno studioso, uno dei maggiori del Novecento, «instancabile e attentissimo nell'analizzare i veleni ideologici diffusi nella pratica storiografica», e tanto onesto da essere capace di un'«impietosa autoanalisi» per denunciare i suoi stessi errori. Ma in tanta veemenza, ricerca della scienza e del vero metodo storico, Prosperi commette un errore che lui stesso definirebbe «ideologico».

Il filosofo Giuseppe Bedeschi ha dichiarato: "Prosperi confonde il piano scientifico con quello politico". Ed ancor più duro è stato lo storico Di Rienzo, che inserisce le sue accuse in un discorso legato ad una egemonia culturale da parte del PCI: "La verità è che Prosperi crea dei santuari della memoria: di alcuni si può dire tutto e di altri nulla (...) Il rapporto tra Cantimori e il fascismo è ancora poco indagato. Non è stata mai pubblicata, ad esempio, la voce "Onore" scritta per il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, in cui lo storico sottolineava la valorizzazione di questo sentimento nel nazismo, conformemente all'antico diritto germanico. Una delle leggi razziste di Norimberga si chiamava "legge per la difesa del sangue e dell'onore tedesco". Mi sembra una scoperta di un certo peso. Come mai Gioacchino Volpe, che aveva criticato le leggi razziali, pagò con l'epurazione dall'insegnamento la sua adesione al fascismo, Giovanni Gentile, che aveva impedito la pubblicazione di voci antisemite sull'Enciclopedia italiana, fu addirittura ucciso, mentre Cantimori se la cavò senza una critica? Non vorrei pensare che in questo abbia pesato il suo avvicinamento al PCI. Cantimori non fu neppure sfiorato dai processi di epurazione così come non venne toccato Curzio Malaparte, protetto personalmente da Palmiro Togliatti (...) Qui si vuol difendere un'egemonia culturale a ogni costo. Prosperi parla delle carte di Cantimori custodite alla Normale: perché alcuni ricercatori non riescono a consultarle? Ci arrivano soltanto gli studiosi embedded"[11].

Similmente a Di Rienzo si è espresso Paolo Simoncelli: "fino agli inizi degli anni Novanta Cantimori era considerato una specie di santo della cultura di sinistra, da proteggere in una nicchia. E lo stesso Prosperi, allievo di Cantimori, rivela che esiste ancora un nervo scoperto. Non è un segreto che a metà degli anni Settanta il Dizionario biografico degli italiani censurò la voce "Cantimori" scritta da Domenico Caccamo, che rivelava i trascorsi fascisti dello studioso, che non era soltanto un uomo del regime, ma un giovane intellettuale con forti simpatie per il nazionalsocialismo anticapitalista e uno dei pochi a partecipare all'avventura del nazionalbolscevismo, su cui si sa ancora poco (...) Quando De Felice finì il primo volume della sua monumentale monografia, Mussolini il rivoluzionario, consegnò una copia del dattiloscritto al maestro Cantimori, che si emozionò tanto da riempire quelle pagine di note a margine ricche di testimonianze personali. Nessuno può accedere a quel dattiloscritto, perché la moglie di Cantimori pose un vincolo severissimo"[12].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze, 1939 (1ª edizione), 1967 (2ª edizione). Cfr. anche la terza edizione, con introduzione e note di Adriano Prosperi, pubblicata da Einaudi nel 1992, nella collana Biblioteca di cultura storica.
  • Utopisti e riformatori italiani. 1794-1847. Ricerche storiche, Firenze, Sansoni, 1943 (1ª edizione).
  • The correspondence of Roland H. Bainton and Delio Cantimori, 1932-1966: an enduring transatlantic friendship between two historians of religious toleration with an appendix of documents; edited by John Tedeschi, Firenze, L. S. Olschki, 2002
  • Il 1848-1849. Conferenze fiorentine di C. Barbagallo, G. Sereni, L. Russo, I. Pizzetti, A. Levi, R. Baccelli, A. C. Temolo, D. Cantimori, R. Salvatorelli, con introduzione di G. Calò, Firenze, Sansoni, 1950 (1ª edizione).
  • Politica e storia contemporanea. Scritti 1927-1943, Einaudi, 1991
  • Umanesimo e religione nel Rinascimento, Einaudi, 1980
  • Studi di storia vol. 1 - Divagazioni sullo storicismo. Approssimazioni marxiste, Einaudi, 1976
  • Studi di storia vol. 2 - Umanesimo, Rinascimento, Riforma, Einaudi, 1976
  • Studi di storia vol. 3 - Critici, rivoluzionari, utopisti e riformatori sociali. Commenti, lettere, Einaudi, 1976
  • Storici e storia, Einaudi, 1971
  • Giacobini italiani (con Renzo De Felice), Laterza, 1964
  • Martin Lutero, in: Martin Lutero, Discorsi a Tavola (a cura di L. Perini), Einaudi, 1969
  • Tre saggi su Jünger, Moeller van den Bruck, Schmitt, Settimo Sigillo, 1985 (scritto nel 1935)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roberto Pertici, Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943), Milano, Jaca Book, 1997, p. 141.
  2. ^ Alessia Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del Partito nazionale fascista, Unicopli, Milano, 2000, pagina 254
  3. ^ Scuola normale di Pisa. Biblioteca, Fondo Delio Cantimori, siusa.archivi.beniculturali.it. URL consultato il 18 luglio 2014.
  4. ^ Scuola Normale, Catalogo online, ventunobib.sns.it.
  5. ^ P. Simoncelli, L'antifascismo dei voltagabbana, "Avvenire", 10 luglio 2010.
  6. ^ B. Croce, Vite di avventure, di fede e di passione, Laterza, Bari 1935, pp. 23-24.
  7. ^ A. Prosperi, Delio Cantimori maestro di tolleranza, "Il manifesto", 30 marzo 2005; D. Messina, Prosperi, con gli scoop non si fa la storia. "Corriere della sera", 3 aprile 2005; A. Prosperi, Cantimori nazista e bolscevico: se è vero, fuori le prove, "Corriere della Sera", 17 aprile 2005
  8. ^ A. Frangioni, Recensione di Nicola D'Elia, Delio Cantimori e la cultura politica tedesca (1927-1940), e di Paolo Simoncelli, Cantimori e il libro mai edito. Il movimento nazionalsocialista dal 1919 al 1933, in "Ricerche di storia politica", XIII, 1, aprile 2010, pp. 77-79
  9. ^ P. Citati, Scuola storia di un disastro annunciato, "La Repubblica", 20 ottobre 2004.
  10. ^ E. Di Rienzo, Caro Prosperi, è questo il vero Cantimori, "Corriere della Sera", 4 aprile 2005; P. Simoncelli, Le sirene totalitarie che ammaliarono Cantimori, "Corriere della Sera", 9 aprile 2005
  11. ^ D. Messina, «Cantimori, ultimo intoccabile. In nome dell'ortodossia», "Corriere della Sera", 31 marzo 2005
  12. ^ D. Messina, Il Cantimori segreto che nessuno può leggere, "Corriere della Sera", 1º aprile 2005.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Miccoli, Delio Cantimori: La ricerca di una nuova critica storiografica, Torino, Einaudi, 1970
  • Michele Ciliberto, Intellettuali e fascismo: saggio su Delio Cantimori, Bari, De Donato, 1977
  • Roberto Pertici, Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943), in «Storia della storiografia», 31, Milano, Jaca Book, 1997
  • Albertina Vittoria, Il PCI, le riviste e l'amicizia: corrispondenza fra Gastone Manacorda e Delio Cantimori, in «Studi storici», 2003, n. 3-4, pp. 745–888
  • Gennaro Sasso, Delio Cantimori: filosofia e storiografia, Pisa, Edizioni della Normale, 2005
  • Nicola D'Elia, Delio Cantimori e la cultura politica tedesca (1927-1940), Roma, Viella, 2007
  • Paolo Simoncelli, Cantimori e il libro mai edito. Il movimento nazionalsocialista dal 1919 al 1933, Le Lettere, 2008. ISBN 88-6087-208-1
  • Delio Cantimori e la cultura politica del novecento, a cura di Eugenio Di Rienzo e Francesco Perfetti, Firenze, Le Lettere, 2009.

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