Samir Geagea

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Samir Geagea prima dell'arresto.

Samir Geagea (سمير جعجع, Samīr Jaʿjaʿ; Beirut, 25 ottobre 1952) è un politico libanese.

Di fede cristiano maronita, è uno dei leader del movimento armato e partito politico noto come Forze Libanesi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Samir Geagea nasce il 25 ottobre del 1952 in un sobborgo di Beirut. La sua famiglia non è benestante, il padre lavora nell'esercito, ma riesce comunque a far frequentare al figlio gli studi fino al liceo.

Nel 1970 si iscrive alla facoltà di Medicina della UAB (Università Americana di Beirut) come continuazione del suo percorso di studio alla Université Saint-Joseph della stessa capitale libanese. Lo scoppio della guerra civile libanese rallenterà i suoi studi fino ad interromperli, tanto da consentirgli di laurearsi solo otto anni più tardi.

Nel 1983 succede a Bashir Gemayel, assassinato qualche mese prima, come capo militare delle Forze Libanesi.

Il 15 gennaio 1986, Samir Geagea guidò un colpo di mano che rimosse Elie Hobeika dal comando delle Forze Libanesi, essenzialmente per la firma apposta da Hobeika all'Accordo Tripartito con Nabih Berri e Walīd Junbulāt sotto l'egida della Siria e per l'essersi avvicinato in tal modo politicamente a Damasco.

Nel 1990 trasforma le Forze Libanesi in partito politico e lascia le Falangi.

Il massacro della famiglia Farangiyye

L'obiettivo della operazione darebbe stato principalmente l'arresto di Farāngiyye; strada facendo verso Ehden, Samir Geagea fu colpito in una imboscata e dovette lasciare il campo di battaglia. Ciò che accadde dopo rimane un caso esemplare della brutale guerra civile libanese: morirono a Zghorta l'ex deputato Tony Farangiyye (figlio dell'ex presidente della Repubblica Sulayman Farangiyye), la moglie e la figlioletta di 4 anni. Sopravvisse solo il figlio Sulaymān, attuale capo del movimento politico al-Marāda. Alcuni sostengono che la morte della famiglia Farāngiyye fosse da addebitare ad Elie Hobeika, già alleato dei Siriani, in esecuzione dei loro ordini; per altri, l'operazione stessa fu ordinata da Bashir Gemayel. Tante controversie esistono su questa vicenda, ma rimane il fatto che durante il dominio siriano sul Libano dal 1990 al 2005, Geagea fu processato e condannato per il suo ruolo in questa e altre terribili stragi.

Nel 1994 viene accusato di aver organizzato un attentato contro una chiesa cristiana e messo sotto processo. Risultando lampante la sua colpevolezza viene condannato all'ergastolo per alcuni omicidi compiuti durante la guerra civile, tra cui il terribile massacro della famiglia Farangiyye.

Dopo oltre dieci anni di prigionia, viene liberato nel 2005. Subito dopo la liberazione [1] ritorna impunemente alla vita politica guidando nuovamente le Forze Libanesi.

Samir Geagea è uno dei leader della comunità cristiano maronita del Libano; un'altra caratteristica che lo distingue, fin dai tempi della guerra civile, è quella di essere uno dei nemici giurati della Siria.

Attualmente (2012) fa parte della maggioranza anti-siriana ed anti-iraniana, detta del 14 marzo, insieme a Saʿd Ḥarīrī, leader dei sunniti.

« Tutti diciamo a noi stessi: è doveroso difendere la nostra presenza e il nostro diritto di esistere. Ma sono pochi quelli che sanno difendere la libertà dei cristiani. (Samir Geagea) »

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michael Johnson, All honorable men: the social origins of war in Lebanon, Londra, I.B. Tauris, 2001. p. 298. ISBN 978-1-86064-715-4.
  • Emma Aubin-Boltanskin, "Samir Geagea: le guerrier, le martyr et le za'îm". In: Franck Mermier e Sabrina Mervin (a cura di), Leaders et partisans au Liban, Éditions Karthala-IFPO-IISMM, 2012, p. 63.
  • Denise Ammoun, Histoire du Liban contemporain. T. 2, 1943-1990, Parigi, Arthème Fayard, 2002.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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  1. ^ Concessa per "motivi di salute", suscitò dubbi il fatto che poco dopo le sue condizioni migliorassero: il 'miracoloso' decorso della guarigione avrebbe dimostrato, per alcuni osservatori, quanto fittizio fosse il pretesto per la liberazione, di fatto ascritta alle pressioni dell'amministrazione statunitense, allora influente presso i partiti al Governo.