Salvator mundi (Leonardo)

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Salvator mundi
Leonardo da Vinci or Boltraffio (attrib) Salvator Mundi circa 1500.jpg
Autore Leonardo da Vinci (attr.)
Data 1490-1519 circa
Tecnica olio su tavola
Dimensioni 65,6×45,4 cm
Ubicazione Collezione privata, New York, Stati Uniti
Il Salvator mundi, fotografia prima del restauro, anno 1912

Il Salvator mundi è un dipinto a olio su tavola (66x46 cm) attribuito a Leonardo da Vinci, databile al 1499 circa e conservato in una collezione privata statunitense. L'opera è stata pubblicata solo nel 2011 in occasione di una mostra alla National Gallery di Londra in cui è stata presentata al pubblico (dopo un restauro che ha eliminato vecchie ridipinture). L'attribuzione finora è stata confermata da quattro studiosi internazionali, con pareri unanimi[1]. La sua vendita, nel novembre del 2017 al costo di 450,3 milioni di dollari l'ha resa l'opera d'arte più costosa della storia acquistata da un privato.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Poco prima di abbandonare Milano per la caduta degli Sforza, Leonardo avrebbe dipinto una tavola del Salvator mundi destinata a un committente privato. Dell'opera restano alcuni studi, soprattutto al castello di Windsor. La memoria dell'opera, sconosciuta fino a questa recente scoperta, era affidata all'incisione che nel 1650 circa ne aveva tratto Wenceslaus Hollar[3], ma del dipinto si erano perse le tracce[1].

Il successo dell'opera era stato infatti all'origine di numerose copie, le cui tracce si confondono con quella dell'opera principale. Alcune fonti riportano come l'opera, dopo l'occupazione francese di Milano, era finita in un convento di Nantes. Quando la copiò Hollar invece si trovava nelle collezioni di Carlo I d'Inghilterra, che molto aveva acquistato in Italia. Con la decapitazione del re le sue collezioni vennero in larga parte disperse all'asta. Un Salvator mundi di scuola leonardesca riapparve nel XIX secolo nelle raccolte di sir Francis Cook, che lo vendette poi al barone di Lairenty e successivamente al marchese de Ganay, a Parigi, che ancora lo possiede: si tratta forse di un lavoro di Francesco Melzi (attribuito anche a Boltraffio o Marco d'Oggiono), derivato dall'originale di Leonardo[1].

L'opera appartiene oggi a un consorzio di commercianti americani con Robert Simon a capofila, proprietario di una galleria d'arte a New York. Scarse finora sono le notizie sulle circostanze dell'acquisto della tavola, che sarebbe stata rilevata all'asta in una vendita immobiliare nel 2004 o 2006. Dopo l'acquisto l'opera venne portata ai curatori del Metropolitan Museum per una valutazione e poi a quelli del Museum of Fine Arts di Boston, i quali però non si pronunciarono. Nel 2010 è stato infine portato alla National Gallery dove il direttore, Nicholas Penny, ha invitato quattro studiosi per valutarlo: Carmen C. Bambach, curatrice del dipartimento di grafica del Metropolitan Museum, Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio, studiosi milanesi autori di diversi saggi su Leonardo e sul Rinascimento, e Martin Kemp, professore emerito di storia dell'arte all'Università di Oxford e noto studioso di Leonardo. I pareri sono stati tutti positivi, così si è deciso di procedere al restauro e di esporre l'opera alla grande mostra monografica su Leonardo che si è tenuta nel museo londinese dal 9 novembre 2011[1].

La notizia del ritrovamento è stata pubblicata dalla rivista Artnews, seguita dal Wall Street Journal, che aveva anche azzardato una valutazione sui 200 milioni di dollari[1]. L'opera è stata poi venduta privatamente nell'estate del 2013 per 75 milioni di dollari[4]. Nel novembre 2017 l'opera è stata venduta all'asta per 410 milioni di dollari (450 milioni con i diritti d'asta)[5] all'asta dal presidente del Monaco Calcio Dmitri Ryobovlev che l'aveva acquistata per 108 milioni di euro.[6]

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Gesù Cristo è raffigurato frontalmente e a mezza figura, come tipico dell'iconografia (si veda ad esempio il Salvator mundi di Antonello da Messina), mentre leva la mano destra per benedire e nella sinistra tiene il globo, simbolo del suo potere universale[1].

Quando l'opera arrivò ai restauratori della National Gallery era ridotta in cattivo stato, offuscata da ridipinture antiche e vernici che dettero l'impressione di trovarsi di fronte un lavoro di bottega. Barba e baffi, assenti nella pittura sottostante, vennero forse aggiunti dopo la Controriforma, per adeguare l'immagine di Cristo alla fisionomia "ufficiale". Durante il restauro è emersa una qualità pittorica ben superiore alle aspettative, con una ricchezza cromatica del tutto paragonabile, a detta di Pietro Marani, a quella dell'Ultima Cena: ricchi sarebbero soprattutto gli azzurri e i rossi del panneggio. Un confronto con i pigmenti della Vergine delle Rocce della National Gallery ha dato esiti positivi circa la compatibilità. Infine riflettografie e analisi scientifiche confermerebbero l'analogia con i disegni preparatori[1].

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierluigi Panza, Il Leonardo ritrovato in America, articolo del Corriere della Sera, 1º luglio 2011, pag. 43.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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