Porfido rosso antico

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Vasca romana in porfido riutilizzata come fonte battesimale nel duomo di Milano
Atrio del Tempio della Pace con due colonne in porfido

Il cosiddetto porfido rosso è un materiale lapideo utilizzato nell'antichità dagli egiziani e dai Romani che lo chiamavano lapis porphyrites a causa del suo colore rosso porpora.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una roccia ignea effusiva, classificabile tra le andesiti, con tessitura porfirica, cioè con cristalli di dimensioni relativamente grandi detti fenocristalli (visibili ad occhio nudo) immersi in una pasta di fondo microcristallina o vetrosa.

Roma[modifica | modifica wikitesto]

Le cave si trovavano in Egitto, sul Mons Porphyrites[1] o Mons Igneus, un massiccio montuoso oggi chiamato Gebel Dokhan situato ad ovest di Hurghada, nel deserto orientale egiziano. Fu utilizzato nella statuaria, in particolare durante la dinastia dei Tolomei. Dopo la conquista di Augusto, del 31 a.C., fu utilizzata anche a Roma.

Si tratta di un materiale estremamente duro e difficile da lavorare, estremamente apprezzato per il suo colore. A causa di tale caratteristica cromatica fu usato per opere destinate all'imperatore e alla ristretta cerchia della sua famiglia, essendo il colore rosso porpora associato alla dignità imperiale. Le stesse cave egiziane divennero di proprietà imperiale, difese da un fortino costruito al tempo di Tiberio. Fu utilizzato nella statuaria, nei rivestimenti decorativi (opus sectile) ed anche per elementi architettonici come le colonne.

La tradizione di riservarne l'uso ai soli imperatori, si mantenne nell'Impero bizantino. Per esempio nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli la posizione dell'imperatore alle funzioni è segnalata da un disco rosso di porfido, così come nell'antica e attuale basilica di San Pietro in Vaticano. In porfido sono i sarcofaghi dalla madre di Costantino I (sant'Elena). Dal V secolo il suo colore rosso venne assimilato al culto del corpo di Cristo.

Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

L'importanza del porfido sul piano simbolico continuò anche nel medioevo e molti sovrani emularono la tradizione imperiale romana facendosi seppellire in tombe di porfido come quelle dei re di Sicilia nella cattedrale di Palermo, tra cui il sarcofago di Federico II. Nel secolo XII anche due papi, Innocenzo II e Papa Anastasio IV, vollero tombe di porfido. Il porfido rosso venne anche utilizzato nelle colonnine del pulpito di Pisa costruito nell'età gotica. Il porfido che già si trovava in piccole pezzature nei pavimenti di epoca tardo antica insieme al porfido verde antico, fu ampiamente reimpiegato nei pavimenti cosmateschi.

XVI secolo e seguenti[modifica | modifica wikitesto]

Nel Rinascimento fiorentino si riscoprì l'arte dell'intaglio del porfido in particolare per l'opera del fiorentino Francesco del Tadda che realizzò opere utilizzando materiale di spoglio. Sembra che tale competenza sia derivata dalla messa a punto di utensili metallici particolarmente duri, grazie ad una particolare tempra in grado di incidere il durissimo materiale. La sua opera più conosciuta è la statua della Giustizia posta sulla colonna innalzata in piazza Santa Trinita.

Fino al XVIII secolo fu utilizzato solo materiale di spoglio, essendo le cave egiziane ormai non più sfruttate. In seguito furono aperte cave di materiali simili al porfido rosso antico anche in Europa, ad esempio in Russia e Finlandia, da cui proviene la pietra utilizzata per il sarcofago di Napoleone I conservato nella chiesa di Saint-Louis des Invalides a Parigi.

Un particolare tipo di porfido rosso viene estratto e lavorato tutt'oggi nelle cave di Cuasso al Monte in provincia di Varese. Questo materiale venne impiegato già a partire da fine '800 per arredare viali e piazze di Milano e di svariati centri della regione insubrica, nonché come materiale per arte sacra e funeraria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ C. Daniels, Africa, in J. Waacher (a cura di), "Il mondo di Roma imperiale: la formazione", traduzione di F. Salvatorelli, vol. 1, Bari, 1989, pp. 248-249, ISBN 88-420-3418-5.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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