Museo Torlonia

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Museo Torlonia
Testa di Fanciulla (Torlonia) P1070676.jpg
Testa di fanciulla, da Vulci
Ubicazione
StatoItalia Italia
LocalitàRoma
Caratteristiche
Tipomuseo archeologico
Istituzione1859
FondatoriAlessandro Torlonia[1]
Apertura1859[1]
Chiusura1976[1]

«La più importante collezione privata di scultura antica esistente al mondo.»

(Federico Zeri)

Il museo Torlonia era un museo di scultura esistente fino agli anni settanta del Novecento in via della Lungara a Roma, di proprietà della famiglia nobiliare dei Torlonia, paragonata in quantità e qualità delle opere esposte ai Musei Vaticani e ai Musei Capitolini[1].

Collezione[modifica | modifica wikitesto]

Il museo vantava una superficie espositiva di 3056 metri quadrati[2][3], suddivisi in 77 sale dove erano collocate 620 statue greche e romane, molte delle quali provenienti dalle collezioni Giustiniani, Cavaceppi, Orsini, Caetani-Ruspoli, Carpi e Cesarini.[1]

Per quantità e qualità del livello artistico si è calcolato che le opere della collezione Torlonia rappresentano da sole "un buon terzo del patrimonio antico posseduto dalla città"[senza fonte]. Tra i veri e propri capolavori: l'Hestia Giustiniani, la Pallade di Porto, la colossale Testa di Apollo di Kanachos, due esemplari dell'Eirene di Cefisodoto padre di Prassitele, l'Afrodite Anadiomene, l'Atleta di Mirone, il Diadumeno di Policleto, il ritratto noto come Eutidemo di Battriana, la Fanciulla di Vulci, l'eccezionale rilievo di Portus con la rappresentazione degli edifici, delle navi, delle divinità protettrici e della vita commerciale dell'antico porto di Roma, pregevolissimi sarcofagi, come quello delle fatiche di Ercole e quello singolare di un'accolta di dotti a grandi figure, la splendida serie di un centinaio di ritratti, in maggior parte imperiali, considerata dagli studiosi più importante di quelle dei Musei Capitolini e dei Musei Vaticani.

Parte della collezione (quella proveniente dalle famiglie Giustiniani e Cavaceppi) è stata restaurata da Stefano Maderno.

Della raccolta esiste un solo catalogo, del 1881, compilato da Pietro Ercole Visconti.[4]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il contenuto del museo venne raccolto da Alessandro Torlonia,[5] che nel 1859 lo allestì nei pressi dell'Accademia dei Lincei, tra Trastevere e Regina Coeli. Le sculture sono frutto di scavi archeologici negli ampi possedimenti dei Torlonia (tra cui la Villa dei Quintili e la Villa di Massenzio sull'Appia antica, o la proprietà presso Porto) e di prestiti non onorati da altre famiglie nobili romane, a cui i Torlonia, essendo banchieri, avevano prestato del denaro. Già dalla fine dell'Ottocento questo museo non era aperto al pubblico: potevano ammirare le opere solo una selezionata schiera di aristocratici romani.

La collezione Torlonia, nella sua unitarietà e interezza, fu oggetto di notifica nel 1948 da parte del ministro della pubblica istruzione (che allora era competente anche dei beni culturali) Guido Gonella, ai sensi e per gli effetti della legge 1089 del 1939, in quanto "per tradizione, fama e caratteristiche ambientali" la collezione riveste come complesso un eccezionale interesse artistico e storico; la collezione nella sua interezza e quindi l'edificio che la ospitava era sottoposto a vincoli.

Nonostante questo negli anni sessanta Alessandro Torlonia, nipote del capostipite, riuscì ad avere l'autorizzazione a sistemare il tetto, ma i lavori trasformarono abusivamente il palazzo in miniappartamenti e le opere vennero trasferite altrove o ammassate nei sotterranei dell'edificio[6]. L'abuso è stato confermato con una sentenza della Corte di Cassazione (n. 2284, Sez. III penale del 27 aprile 1979), in cui è stato appurato che le 620 sculture erano state poste "(...) in locali angusti, insufficienti, pericolosi (...) rimosse dai locali destinati a museo (...) stipate in maniera incredibile, addossate l'una all'altra senza alcun riferimento storico o di omogeneità", talché a giudizio della Corte si sarebbe verificata di fatto "(...) la distruzione del Museo e di quanto esso rappresentava per gli studiosi", concludendo che "un simile tesoro d'arte va difeso con la rigorosa applicazione delle leggi e che il privato che abbia disperso o distrutto una cosa artisticamente protetta, e che non sia quindi suscettibile di riduzione in pristino, è condannato al pagamento in favore dello Stato di una somma pari al valore della cosa perduta o della diminuzione di valore subìta per effetto del suo comportamento". La sentenza però non è stata mai applicata.

Nel 2002, con la proposta di legge 2407,[7] si proponeva di confiscare le opere come risarcimento del danno inflitto alla collettività. Antonio Cederna, il grande intellettuale italiano che si era battuto a lungo per la tutela dei beni culturali italiani, si occupò dell'occultamento del museo e scrisse anche alcuni articoli in merito.

Per avere un'idea del valore delle opere in questione, basta dire che il sovraintendente alle Belle arti di Roma ha detto che la Collezione vale sette volte quelle raccolte a Palazzo Altemps. C'è anche chi dubita che la collezione sia ancora integra in tutte le parti.[senza fonte]

Situazione attuale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2016 il ministro per i beni culturali Dario Franceschini siglò un accordo con la Fondazione Torlonia: l'obiettivo era quello di realizzare un apposito museo per le collezioni d'arte antica della famiglia, che sarebbero state inoltre preventivamente oggetto di una mostra in Italia e all'estero.

Dopo rinvii dovuti prima ad una disputa legale sorta all'interno della famiglia Torlonia[8], poi alla pandemia di COVID-19 e al relativo lockdown nazionale, la mostra è stata inaugurata a Palazzo Caffarelli al Campidoglio, nuova sede espositiva dei Musei Capitolini, il 14 ottobre 2020[9]: vi sono esposte 92 delle 620 statue (circa il 15%), con progetto di Salvatore Settis, curatore insieme a Carlo Gasparri. Al termine dell'esposizione seguiranno le tappe di un tour espositivo all'estero, che dovrebbe concludersi con l'inaugurazione di una nuova sede per la collezione a Roma, forse a Palazzo Silvestri-Rivaldi[6][10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Collezione Torlonia, c'è l'accordo, su Arte.com, 4 febbraio 2016. URL consultato il 7 settembre 2016..
  2. ^ https://www.skyscrapercity.com/threads/roma-thread-storico-archeologico.840320/page-34#post-171286287
  3. ^ per la pianta del museo in via della Lungara vedasi pagina 41 de "I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori", Electa, 2020
  4. ^ Catalogo del Museo Torlonia di sculture antiche (PDF), su columbia.edu, Roma: Tipografia Tiberina, 1881. — 234 p. URL consultato il 16 agosto 2015.
  5. ^ Torlonia Museum, su britannica.com, www.britannica.com. URL consultato il 16 agosto 2015.
  6. ^ a b Torlonia: lo Stato, il perdono e la ricompensa, su DINAMOpress, 24 febbraio 2021. URL consultato il 13 marzo 2021.
  7. ^ XIV LEGISLATURA PROGETTO DI LEGGE - N. 2407, su camera.it, www.camera.it. URL consultato il 18 agosto 2015.
  8. ^ Desirée Maida, Collezione Torlonia: sotto sequestro le statue e il patrimonio della famiglia, in Artribune, 23 novembre 2018. URL consultato il 18 ottobre 2019.
  9. ^ Cfr. I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori, su Musei Capitolini. URL consultato il 14 ottobre 2020.
  10. ^ Museo Torlonia, Franceschini: Stato metterà risorse, Palazzo Silvestri Rivaldi possibile sede, in AgCult, 12 ottobre 2020. URL consultato il 21 dicembre 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro Ercole Visconti, Catalogo del Museo Torlonia di sculture antiche, Roma, Tipografia Tiberina, 1881, ISBN non presente.
  • Carlo Lodovico Visconti, I monumenti del Museo Torlonia riprodotti con la fototipia. descritti da Carlo Lodovico Visconti. Testo, I, Roma, Tipografia Tiberina, 1885, ISBN non presente.
  • Carlo Lodovico Visconti, I monumenti del Museo Torlonia riprodotti con la fototipia. descritti da Carlo Lodovico Visconti. Tavole, II, Roma, Tipografia Tiberina, 1885, ISBN non presente.
  • Carlo Gasparri, Olivia Ghiandoni, Lo studio Cavaceppi e le collezioni Torlonia, Roma, Istituto Nazionale d'Archeologia e Storia dell'Arte, 1994, ISBN 88-7275-100-4.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]