L'amore dei tre re

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L'amore dei tre re
Tragedia in tre atti
Autori Sem Benelli
Composto nel 1910
Prima rappresentazione italiana 10 aprile 1913
Teatro alla Scala di Milano, nella versione operistica.
 

L'amore dei tre re è un poema tragico in tre atti scritto nel 1910 dal drammaturgo Sem Benelli e da egli stesso ridotto a libretto d'opera per il compositore Italo Montemezzi nel 1913.

La prima assoluta del poema lirico tragico è stata data con successo il 10 aprile 1913 al Teatro alla Scala di Milano diretta da Tullio Serafin con i soprani Luisa Villani come Fiora, Fernanda Guelpi come ancella, Enrica Merli come giovanetta ed una voce bianca come fanciullo-voce fuoriscena, il mezzosoprano Rosa Garavaglia come vecchia, i tenori Edoardo Ferrari Fontana come Avito, Giordano Paltrinieri come Flaminio e Cesare Spadoni come giovanetto, il baritono Carlo Galeffi come Manfredo ed il basso Nazzareno De Angelis come Archibaldo.

Negli Stati Uniti la premiere è stata il 2 gennaio 1914 al Metropolitan Opera House di New York diretta da Arturo Toscanini con Lucrezia Bori, Ferrari-Fontana, Pasquale Amato ed Angelo Badà e fino al 1949 ha avuto 66 recite al Metropolitan.

Al San Francisco Opera va in scena il 2 ottobre 1925 diretta da Gaetano Merola con Riccardo Stracciari e Marcel Journet.

Al Teatro La Fenice di Venezia la prima è stata il 26 dicembre 1926 diretta da Franco Ghione.

Al Teatro Verdi (Trieste) va in scena il 28 gennaio 1939 diretta da Gabriele Santini con Giovanni Inghilleri, Angelo Mercuriali e Sara Scuderi.

Al Teatro Regio di Torino va in scena nel 2005 con Roberto Scandiuzzi ed Antonello Palombi.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Primo atto[modifica | modifica wikitesto]

Siamo nel medioevo, in un remoto castello d'Italia quarant'anni dopo un'invasione barbarica. Entra Archibaldo, vecchio guerriero cieco, accompagnato da Flaminio che lo sorregge e lo guida. Archibaldo attende il figlio che deve tornare da un assedio al castello nemico e ricorda le glorie passate e gli ardori giovanili; poi scoraggiato dal fatto che il Manfredo non giunga torna indietro con Flaminio.

Fiora e Avito stanno per salutarsi dopo la notte d'amore: erano promessi sposi, ma ella era dovuta andare in sposa a Manfredo per suggellare una pace tra feudi. Si scambiano dolci parole, ma Avito si sgomenta al vedere spenta la lanterna, temendo che qualcuno sia giunto la notte a controllarli. La paura si rivela certezza al giungere di Archibaldo che chiama Fiora e la interroga con chi parlava (egli non può vedere Avito e Flaminio gli è amico, quindi lo copre). Fiora dissimula abilmente alle interrogazioni, quando Flaminio annuncia il ritorno di Manfredo. Archibaldo invita Fiora a tornare in camera per presentarsi al marito più tardi. Entra Manfredo, che si presenta come un valoroso cavaliere medioevale, contento di rivedere il padre e la giovane sposa. Ella si presenta con dolcezza affettata, avallata dalla repressa rabbia di Archibaldo. Manfredo è felice di riabbracciare il suo "tesoro aulente" e si incammina verso la camera da letto. Archibaldo li sente e rimane inorridito e implora il Signore di non fargli vedere nulla.

Secondo atto[modifica | modifica wikitesto]

Manfredo è in procinto di partire e sta salutando la moglie che si dimostra fredda con lui e verso la sua parola commossa. Ella si dimostra finalmente toccata quando Manfredo le esprime il desiderio di vederla salutarlo dalla torre con il suo velo non appena sarà partito, dato che così si sentirebbe sollevato dalla sofferta lontananza da lei. Fiora promette e Manfredo parte. Fiora rimane sola, pensierosa, quando le si presenta Avito che era sempre rimasto lì, travestito come una guardia del castello. Stavolta però ella si dimostra ostile verso le profferte amorose del giovane. Egli, colpito, vuole partire, ma Fiora lo richiama concedendogli di baciare la sua veste. Avito rinasce e incalza le resistenze di Fiora sempre più fino a vincerla definitivamente e a baciarla. Rimangono in un'estasi eterea, finché non giunge Archibaldo il quale stavolta avverte bene la presenza di Avito e si adira.

Flaminio annuncia il ritorno di Manfredo, il quale preoccupato per non aver più visto Fiora salutarlo col velo vuole sincerarsi sulla situazione di lei. Archibaldo manda via Flaminio e rimane solo con Fiora. Alle domande del vecchio stavolta Fiora irrompe e rivela tutto, ma non il nome dell'amante. Archibaldo, sopraffatto dalla rabbia la afferra alla gola e la uccide. Giunge Manfredo, il quale si dispera alla vista del cadavere di Fiora e rimane sorpreso alla confessione del padre. Sebbene sia stato messo al corrente della causa non è in grado di provare odio, ma solo pietà. Tuttavia Archibaldo reclama vendetta contro il traditore e medita il modo di compierla. Chiede al figlio di fargli strada col suono dei suoi passi, si carica a spalle la sua vittima e lo segue.

Terzo atto[modifica | modifica wikitesto]

Nella cripta del castello il corpo di Fiora è adagiato sul giaciglio e intorno vi sono tutti i cari che la vegliano.

Quando stanno per lasciare il luogo entra Avito, costernato e sopraffatto dal dolore. Mira l'amata, la esorta a risvegliarsi: non può credere sia morta, ma poi si arrende all'evidenza. Vuole baciarla per l'ultima volta, ma quando lo fa si sente mancare e non può più camminare. Entra Manfredo che riconosce Avito. Gli rivela che Archibaldo ha cosparso la bocca di Fiora con un potente veleno. Avito accetta il suo destino con rassegnazione, ma Manfredo gli chiede se Fiora lo amava e lui, in un ultimo impeto gli risponde "come la vita che le fu tolta, no, di più... di più...", poi lo esorta a compiere la vendetta giacché sentiva sopraggiungere la morte.

Manfredo, invece, lo adagia a terra accompagnandolo gentilmente: egli non riesce a odiarlo, perché amato dalla sua stessa amata. Quindi si rivolge al corpo di Fiora, supplicandola di non lasciarlo alla sua solitudine, vuole seguirla per sempre e la bacia, cadendo anche lui a terra. Giunge Archibaldo, ansioso di udire il misterioso predatore nella morte; ma Manfredo gli rivela la sua identità con un ultimo sforzo. Archibaldo disperato e rimasto solo e condannato al suo buio perpetuo grida "Manfredo! Anche tu, dunque, senza rimedio sei con me nell'ombra!".

Discografia parziale[modifica | modifica wikitesto]