Domenico Tempio

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Domenico Tempio, in un ritratto di Giuseppe Gandolfo.

Domenico Tempio (Catania, 22 agosto 1750Catania, 4 febbraio 1821) è stato un poeta italiano, insieme a Giovanni Meli, il maggiore poeta siciliano del suo tempo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Non si hanno molte notizie biografiche su Domenico Tempio, noto anche come Micio Tempio. Figlio di un mercante di legna, Tempio fu avviato alla carriera ecclesiastica prima e alla giurisprudenza poi: fallì in entrambi i casi e decise così di dedicarsi agli studi umanistici. Studioso sia degli autori classici che dei suoi contemporanei, Tempio iniziò presto a scrivere in versi e acquistò fama di buon poeta. Fu accolto nell'Accademia dei Palladii e nel salotto letterario del mecenate Ignazio Paternò principe di Biscari e come questi fece parte della Massoneria[1].

Sposò Francesca Longo, che morì di parto. La figlia fu così accudita da una balia, la gnura Caterina, che diventò la sua compagna fedele e gli diede un altro figlio. Fu nominato notaio del casale di Valcorrente (nei pressi dell'odierna Belpasso), ottenne una pensione sul Monte di pietà e sulla Mensa vescovile e un sussidio dal Comune di Catania fino alla sua morte.

Poetica[modifica | modifica wikitesto]

È considerato il maggiore poeta riformatore siciliano, però fu conosciuto e apprezzato dai contemporanei e presto dimenticato: per tutto il XIX secolo fu censurato e bollato come poeta pornografico, prendendo spunto solo da una parte dei suoi componimenti. Dopo la seconda guerra mondiale si rivalutò la sua opera.

Tempio è ora considerato un poeta libero che usa tutti i suoi mezzi per smascherare le falsità e gli inganni della società. Le sue opere spaziano dall'esaltazione dell'operosità dell'uomo alla critica alla Chiesa, dalla contemplazione della natura alla critica dell'ignoranza. La sua stessa Sicilia è vista rivalutata da un realismo che spazza via il mito di una società pura e incontaminata. In alcune opere anticipa ampiamente il movimento verista che si sarebbe affermato solo quarant'anni dopo la sua morte.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Tempio scrisse soprattutto opere poetiche satiriche e licenziose, quasi tutte in siciliano.

  • Operi di Duminicu Tempiu catanisi (1814-1815) è una raccolta di tutte le sue poesie, a cura di Francesco Strano. Tra queste, si ricordano: L'Odi Supra l'Ignuranza, La Maldicenza Sconfitta, Lu Veru Piaciri, La Mbrugghereidi, La Scerra di li Numi, Lu cuntrastu mauru, La paci di Marcuni, Li Pauni e li Nuzzi.
  • La Caristia (1848), è la sua opera più importante, pubblicata postuma a cura di Vincenzo Percolla: si tratta di un poemetto in venti canti, formati da quartine di settenari. Il tema è la carestia e i seguenti tumulti popolari che si verificarono a Catania tra il 1797 e il 1798.
  • Poesie di Domenico Tempio (1874) è una seconda edizione delle Opere con molte aggiunte.
  • Le poesie erotiche furono raccolte da Raffaele Corso nel 1926 e da Vincenzo Di Maria e Santo Calì nel 1970.
  • Sicilian Erotica. A Bilingual Anthology of Erotic Poems by Giovanni Meli, Domenico Tempio and Giuseppe Marco Calvino, introduzione di J. Vitiello, traduzione a cura di Onat Claypole, USA/Canada, Legas, 1997. ISBN 1881901106
  • Francesco Giordano, Domenico Tempio, cantore della Libertà, con una antologia di Poesie Siciliane, Catania edizioni Akkuaria 2011, ISBN 978-88-89418-44-4

Nella società di massa[modifica | modifica wikitesto]

Le poesia di Tempio sono note a un vasto pubblico, soprattutto siciliano.

Tra il 1992 e il 1993 il cantautore Antonino Caponnetto, in arte Brigantony, dedicò al Tempio due album: Micio Tempio 2000 e Micio Tempio 2000 vol. 2. Raccolte musicali nelle quali recitò, su una base musicale di sottofondo, sedici delle liriche più sollazzevoli e licenziose del poeta catanese. I due album ebbero un buon successo commerciale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ GianPaolo Ferraioli, "Un ministro massone tra pace e guerra: Antonino Paternò Castello marchese di San Giuliano", in La Massoneria nella Grande Guerra a cura di Aldo A. Mola, Bastogi, Roma, 2016, p. 185.

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