Diavoli della Bassa modenese

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I diavoli della Bassa modenese, o pedofili della Bassa modenese, è una espressione giornalistica riferita a una presunta setta che, tra il 1997 e il 1998, nei due paesi di Mirandola e Massa Finalese, nella Bassa modenese, avrebbe organizzato riti satanici nei quali sarebbero stati molestati e assassinati bambini. Dalla denuncia di uno dei bambini, seguì una vasta indagine e l'allontanamento definitivo di sedici bambini dalle proprie famiglie; la verità processuale stabilì che non ci furono riti satanici né tanto meno che vennero commessi omicidi e venne inoltre ipotizzato che le tecniche di interrogatorio dei bambini avessero portato a far credere a questi falsi ricordi.[1][2][3][4][5]

Oltre 20 persone furono accusate di far parte di una setta di pedofili e satanisti, che avrebbe abusato sessualmente, fisicamente e psicologicamente, di 16 bambini, di età compresa tra gli 0 e i 12 anni, sia tra le mura di casa, sia attraverso riti satanici nei cimiteri della zona.[6] Tutti i bambini furono allontanati dalle famiglie e nessuno di loro vi fece più ritorno, rimanendo a vivere presso le famiglie affidatarie, crescendo a volte nella convinzione di essere stati davvero vittima di abusi sessuali, mentre, in altri casi, alcune delle presunte vittime, ritrattarono successivamente le accuse.[1][7]

Dalla vicenda sono originati cinque distinti processi penali, che hanno avuto esiti differenti: le accuse di abusi satanici nei cimiteri sono state archiviate per mancanza di prove, mentre per alcuni imputati sono state confermate quelle relative ad abusi domestici.[8][9] Alcune delle persone coinvolte nella storia sono morte in seguito al coinvolgimento nella vicenda, altre sono state condannate mentre altre ancora sono state completamente assolte.[1] Le iniziali accuse di abuso rituale satanico nei confronti di minori da parte di una rete di satanisti che compivano riti nei cimiteri, vennero ritenute non provate e tutti gli imputati vennero assolti da queste accuse.[9][10][7][11] Nel 2000 tutti i 15 imputati vennero condannati in primo grado ma, nel 2001, la sentenza d’appello differenzia le posizioni processuali assolvendo 8 imputati "perché il fatto non sussiste", mentre riformula la sentenza per altri sette con pene più lievi ritenendoli colpevoli di abusi domestici ma senza alcuna impronta rituale; la sentenza è stata confermata nel 2002 in cassazione, smontando la pista satanista e parlando esplicitamente di “falso ricordo collettivo”. Per contro, la Cassazione annulla due delle otto assoluzioni e rinvia il giudizio alla corte d’appello che nel 2013 assolve di nuovo gli imputati usando parole durissime per gli inquirenti e, soprattutto, per chi ha interrogato i bambini come le psicologhe definite “oggettivamente inesperte” e il loro approccio “assolutamente censurabile (…) perché del tutto impropriamente veicola nella mente dei bambini dati e informazioni che ne possono contaminare ogni successivo racconto”[7]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

All'interno di una famiglia disagiata di Massa Finalese, per alcuni periodi i due figli minori vengono affidati a strutture esterne; per brevi periodi i due bambini tornano nella casa dei genitori e, dopo uno di questi periodi, dai racconti dei bambini, prima alla madre affidataria e poi alla psicologa del servizio sociale, si ipotizza che potrebbero esserci state delle molestie su uno dei bambini da parte del fratello maggiore e del padre;[2] alla psicologa del servizio sociale, Valeria Donati, uno dei bambini inizia a raccontare alcune accuse, che col tempo si arricchiscono di particolari scabrosi; attraverso i colloqui condotti con la tecnica del "disvelamento progressivo", il bambino coinvolge sempre più persone; il 17 maggio 1997 vengono arrestati con l'accusa di pedofilia il padre e il fratello.[11]

Il bambino racconta di abusi e violenze oltre che di filmati pedo-pornografici, coinvolgendo altre persone e un numero non precisato di bambini e, in seguito a ciò, il 15 luglio 1997 venne chiesto il rinvio a giudizio per sette persone.[11][2] I filmati non vennero comunque mai ritrovati così come non ci furono mai prove di violenze fisiche sessuali sui bambini.[2]

La chiesa di San Biagio Vescovo Martire, dove officiava don Giorgo Govoni.

Del gruppo di pedofili satanisti, viene accusato di esserne il capo don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio (frazione di San Felice sul Panaro) e Staggia (San Prospero).[12] A parte i racconti dei bambini non esistono altre prove.[11]

Tra il 14 gennaio 1998 e il 10 aprile 1998 si svolse il primo processo, noto come “Pedofili 1” in cui vennero condannati sei imputati, tra cui i genitori del bambino per 56 anni di carcere.[2][11] Durante questo primo processo, l'inchiesta si estese a seguito delle rivelazioni fatte dai bambini alle assistenti sociali e ottenute sempre con la tecnica del disvelamento progressivo, aggiungendo così particolari inverosimili e raccapriccianti, con un numero sempre maggiore di bambini coinvolti e di crimini che ora riguardano anche omicidi, decapitazioni oltre a orge con il coinvolgimento dei loro genitori.[11] Vengono sentiti altri bambini della Bassa che vivono in situazioni di difficoltà e vengono coinvolte sempre più persone.[2][11] Una bambina in affidamento a una famiglia di Mantova accusa anche la propria maestra nella scuola mantovana che non aveva nessun collegamento con gli altri imputati o con le altre presunte piccole vittime.[11] A seguito delle indagini vennero allontanati anche altri sedici bambini dalle proprie famiglie.[11][4]

Nel frattempo, il 12 novembre 1998 vennero prelevati dalle forze dell'ordine i quattro figli minori dei coniugi Lorena e Delfino Covezzi di Massa Finalese (Mo), prima accusati solo di scarsa vigilanza sui propri figli in quanto non si erano accorti che essi partecipavano a riti satanici, e poi, a seguito di quanto raccontato da alcuni dei loro figli, una di otto anni con disturbi mentali, verranno coinvolti nell'accusa di pedofilia e abusi sessuali;[13][3][11] i bambini racconteranno di strani riti in cui era coinvolto il prete don Govoni, con la complicità dei genitori che mettevano a disposizione i propri figli per cerimonie orgiastiche nei cimiteri durante le quali, secondo il racconto dei due bambini, gli accusati avrebbero lanciato in aria i bambini lasciandoli poi cadere a terra; psicologi, assistenti sociali e magistrati credettero a questi racconti ricostruendo un ambiente nel quale i Covezzi in combutta col sacerdote, compivano riti con bambini che venivano procurati loro, dietro compenso, dalle famiglie povere della zona.[3][11] I racconti dei bambini non trovano riscontri in quanto non si hanno prove dei riti condotti nei cimiteri né si trovano cadaveri di bambini che sarebbero stati buttati nel fiume.[2] Secondo le accuse scaturite dai racconti dei bambini sentiti dagli assistenti sociali e dagli psicologi, nei cimiteri di notte si sarebbero compiuti per anni riti orgiastici dove sarebbero stati abusati e in alcuni casi sgozzati altri bambini; i cadaveri sarebbero poi stati gettati nel fiume Panaro da don Govoni; i bambini sarebbero stati spinti a questi riti satanici dai loro stessi genitori. Nessuna denuncia di scomparsa risulta però agli atti e nessun cadavere è stato mai ritrovato.[11] Una delle figlie di Covezzi racconterà poi di aver subito abusi dagli zii Emidio e Giuseppe e dal nonno Enzo sempre in presenza di don Govoni; vennero quindi arrestati Emidio, Enzo e Giuseppe Covazzi.[2]

Nell'aprile 1999 don Govoni è rinviato a giudizio nel processo Pedofili Bis insieme ad altri 16 imputati. Al processo verrà accusato di usare una ghigliottina nei cimiteri per decapitare bambini della quale però non si trova traccia come non si trovano corpi nel fiume Panaro dove li avrebbe gettati oltre a non esistere denunce di scomparsa per alcun bambino nella zona. Il processo si conclude nel 2000 con la condanna a 14 anni per Govoni.[11][2] Sebbene non fosse stato ritrovato alcun cadavere, né nessuna altra prova come foto o filmati e inoltre che nessun abuso fosse stato infine certificato, il 5 giugno 2000 il tribunale comminerà pene più dure di quelle richieste dall'accusa per un totale di 157 anni di carcere. Don Govoni non sarà condannato in quanto il tribunale decise di «non doversi procedere per morte del reo», ma nelle motivazioni della sentenza verrà indicato come il capo della setta; nelle motivazioni verrà riportato che sebbene «non risulti accertato se si sia trattato di violenze rituali effettive o simulate», tuttavia questo «è necessario ai fini della integrazione degli elementi costitutivi della fattispecie di reato contestato».[2]

Il processo di appello nel marzo 1999 e la Cassazione nel settembre 2000 confermarono le condanne del primo processo, noto come “Pedofili 1” ma solo per gli abusi in ambito domestico e non per quelli che sarebbero stati commessi nei cimiteri.[2]

Nella deposizione di una dei bambini, verbalizzata dal PM Andrea Claudiani il 10 aprile 1999 si legge che: "Anch'io ho dovuto partecipare con le mie mani all'uccisione di una bambina. Questa bambina è stata uccisa al cimitero con un coltello piantato nella pancia e nel cuore. E' stato mio padre con Giulio a ordinarmi di farlo e a tenermi le mani mentre lo facevo. Mentre le infilavo il coltello la bambina ha gridato e le è uscito sangue. Io ero molto impaurita e mi sentivo male perché l'avevo uccisa proprio io. So chi è questa bambina uccisa: si tratta di Marilisa, abitava nello stesso palazzo di mia zia a Finale Emilia". A seguito del processo, il padre di questo bambina venne condannato nel 2000 a 16 anni, mentre Don Giulio a 19, ma solo per l'accusa di abuso sessuale e sequestro di persona e non di omicidio perché la vittima citata, Marilisa, non risulta sia mai morta così come non sono mai stati recuperati i molti cadaveri delle presunte vittime dei rituali satanici citati nel racconto dei dodici minori. Non venne ritrovato nessun resto umano, così come non vennero trovate foto né tanto meno i filmati che i bambini raccontarono di aver visto girare durante i riti nei cimiteri. Le condanne complessive per tutti gli imputati ammontarono a 157 anni di carcere con l'indicazione come reo dello stesso defunto don Govoni.[14]

Il processo di appello “Pedofili 2” nel luglio 2001, confermato poi dalla Cassazione nel 2002, ha assolto gli imputati. Nel 2005, e poi di nuovo nel 2012 a seguito di un ricorso dell'Ausl, i fratelli Giuseppe ed Emidio Morselli vennero assolti dalle accuse per le violenze sulla nipote così come il padre Enzo che però era intanto deceduto.[2]

Si scoprì successivamente che le tecniche per condurre i colloqui con i minori da cui poi erano seguite le denunce sono state poi ritenute inadatte e fuorvianti in quanto si suggerivano le risposte che da loro ci si aspettava, inoltre non esistono prove filmate di questi colloqui, cosa poi ritenuta fondamentale nel caso di minori. Le ricerche nel fiume dove si riteneva fossero stati gettati i cadaveri dei bambini dal prete non diedero alcun esito. Secondo gli inquirenti nel caso erano coinvolte 17 persone e sette sacerdoti; alle famiglie coinvolte nella presunta setta furono sottratti dalle autorità tredici minori. Durante l'inchiesta e nei successivi processi, molte delle persone coinvolte morirono per varie cause. Una delle madri si suicidò; altre sette persone morirono per varie cause come don Govoni un giorno prima della sentenza. Lorena fuggì in Francia, lasciando in Italia il marito Delfino il quale non riuscì a vedere la conclusione a seguito di un infarto che lo uccise poco prima della sentenza di assoluzione.[3] I Covezzi vennero condannati a dodici anni di carcere nel settembre 2002 ma nel giugno 2010 vennero assolti in appello; sentenza confermata dalla Cassazione nel 2014.[2][13]

Nonostante le assoluzioni, i bambini sottratti alle famiglie non verranno mai restituiti.[11][13]

Nel 2018, una delle vittime, in una intervista riferì di essersi inventata gli abusi quando aveva otto anni perché la psicologa Valeria Donati e le altre psicologhe dei servizi sociali di Mirandola le raccontavano a lungo di messe nere e di riti pedo-pornografici che don Govoni avrebbe compiuto al cimitero di Massa Finalese e venivano sottoposti a veri e propri interrogatori per incastrare i presunti pedofili, tra cui i suoi stessi genitori, e afferma pertanto di essere stata manipolata e convinta a raccontare cose non vere come altri bambini come lei. Secondo lei, la pressione psicologica era tale che alla fine lei e altri bambini si sono calati inconsapevolmente nel ruolo di vittime. Oltre a lei, altri quattro bambini hanno poi ritrattato dei sedici coinvolti.[6]

Il 20 Aprile 2019 è stata accolta una prima istanza di revisione del processo per Federico Scotta, condannato a 11 anni (pena già scontata) ed il quale non ha mai più potuto rivedere i suoi figli. Fonte: "Il Resto del Carlino" - «Pedofili della Bassa Modenese, caso riaperto dopo 20 anni»

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Il caso giudiziario ha ricevuto diverse critiche per le modalità di interrogazione dei bambini e della valutazione della loro attendibilità (in particolare per l'utilizzo della tecnica del cosiddetto "svelamento progressivo"), per la mancanza di prove, per le modalità con cui i bambini sono stati allontanati delle famiglie (senza più farvi ritorno, neanche nei casi di assoluzione), per l'inverosimiglianza delle ipotesi di riti satanici (poi smentite nei processi) e per la lunghezza dell'iter processuale (conclusosi nel 2014).[8][2][11][10] A processo non vennero portati agli atti né appunti né registrazioni dei racconti dei bambini ma solo le parole riportate dalle assistenti sociali al PM.[2]

Per i legali degli imputati, i servizi sociali suggestionarono i bambini e li ascoltarono senza videoregistrarne le testimonianze, che vennero fatte poi solo in un secondo momento quando ormai erano stati plagiati.[6]

A seguito di un reportage giornalistico vennero ritrovati alcuni filmati degli interrogatori dei bambini nei quali viene mostrato come avvenivano i colloqui degli assistenti sociali coi bambini:[11]

«"Cosa hai provato quando ti abbiamo riportata in quella piazza?", chiede la psicologa. "Gioia", risponde la bambina. "Sicura? Pensaci bene, magari era un’altra emozione." "gioia!" "non un pochettino anche di sofferenza?" la bambina annuisce.»

(video dei colloqui dei bambini con gli assistenti sociali)

In un altro video un bambino parla di sgozzamenti e di sangue bevuto e, alla domanda su cosa facesse sua mamma nel frattempo, il bambino risponde che "Lei lavava il sangue... Va bene quello che ho detto?". In un altro racconta "io ne ho uccisi almeno cinque, ma anche di più!".[11]

Amministratori locali, psicologi e assistenti sociali vennero accusati dalle autorità ecclesiastiche di avere instaurato una prassi sbrigativa per l'allontanamento dei minori dalle famiglie difficili.[14]

Nel reportage giornalistico Veleno (2017) pubblicato sul sito del quotidiano La Repubblica[15] vengono criticate duramente le indagini dell'epoca e le modalità di interrogatorio dei bambini, intervistando testimoni ed ex imputati, compresi alcuni dei bambini sentiti come testimoni allora e successivamente convinti di essere stati manipolati dalle psicologhe, gettando pesanti dubbi anche sulle condanne confermate in Cassazione.[7]

La ONLUS che ha fornito alcune delle consulenze che hanno portato ai processi della Bassa Modenese sarebbe la stessa che nel giugno 2019 è stata indagata per la vicenda dei bambini tolti alle famiglie in provincia di Reggio Emilia[16].

In seguito al clamore suscitato dall'inchiesta Veleno si è costituito il Comitato “voci vere, vittime della Bassa modenese” che intende "tutelare coloro che allora furono vittime di reati sessuali, perlopiù accertati giudizialmente, rispetto alla ricostruzione distorta e unilaterale che oggi si sta facendo sull’accaduto"[17][18]. Il Comitato è composto da alcune famiglie affidatarie e adottive di alcuni ex bambini che continuano ad accusare i familiari e Don Giorgio Govoni di abusi sessuali, e i cui nuovi genitori affidatari hanno sempre avuto un legame molto stretto con la psicologa dei Servizi Sociali Valeria Donati, la prima ad indentificare gli abusi nei minori già sottratti. Voci Vere è anche legato al Centro Studi Hansel e Gretel di Torino e al suo direttore scientifico, Claudio Foti. La ex moglie di Foti, Cristina Roccia, è stata una delle consulenti del Tribunale di Modena all'epoca dei processi. Nel giugno del 2019 proprio Claudio Foti, assieme ad alcuni membri delle associazioni "Hansel e Gretel" e "Rompere il Silenzio", sono stati coinvolti nell'inchiesta della Procura di Reggio Emilia "Angeli e Demoni". Secondo la Procura, diversi bambini appartenenti a famiglie della Val d'Enza sarebbero stati sottratti alle famiglie per essere sottoposti a una psicoterapia invasiva e induttiva di falsi ricordi, affinché accusassero i genitori di abusi sessuali mai avvenuti. Tra gli indagati - oltre ad alcuni assistenti sociali e psicologi - c'è anche la nuova moglie di Claudio Foti, la psicoterapeuta Nadia Bolognini. Per gli inquirenti, il movente sarebbe quello economico.

Influenza culturale

  • Veleno (2017): serie documentario podcast di Pablo Trincia e Alessia Rafanelli sulla vicenda in sette puntate (più una extra, uscita nel 2018) pubblicata on line sul sito del quotidiano La Repubblica.[15][19] Nel 2019 viene pubblicato per Einaudi il libro Veleno. Una storia vera.[20]

Processi[modifica | modifica wikitesto]

Processo Pedofili della Bassa[modifica | modifica wikitesto]

  • Romano Galliera: condannato in primo grado a 12 anni (1998); la moglie Adriana Ponzetto: condannata in primo grado a 7 anni (1998); il figlio maggiore: condannato in primo grado a 4 anni (1998).[21][22]
  • Alfredo Bergamini: condannato in primo grado a 13 anni (1998),[21][22] morto di crepacuore il 26 aprile 1998, mentre era ai domiciliari;[23] la compagna Maria Rosa Busi: condannata in primo grado a 7 anni e 6 mesi (1998);[21][22]
  • Federico Scotta: condannato in primo grado a 12 anni (1998);[21][22]
  • Francesca Ederoclite: morta suicida il 28 settembre 1997, prima del processo.[24]

Processo Pedofili-bis[modifica | modifica wikitesto]

  • Santo Giacco: condannato in primo grado 16 anni (2000), assolto in appello (luglio 2001),[25] processo annullato in Cassazione, assolto nuovamente in appello (2006).[26]
  • don Giorgio Govoni: morto d'infarto il 19 maggio 2000, prima della sentenza di primo grado,[25] assolto in primo grado per morte (2000), assoluzione confermata in appello per non aver commesso il fatto (luglio 2001).[9]
  • Rita Spinardi: condannata in primo grado a 2 anni (2000), assolta in appello (luglio 2001),[2] assoluzione confermata dalla Cassazione (2002);
  • Giuliano Morselli e la moglie Monica Roda vennero dapprima condannati (la donna morì poi in carcere l'11 agosto 2003);[27][28] il Tribunale di Reggio Emila ha poi assolto gli imputati "perché i fatti non sussistono" (sentenza 240 del 2005). La sentenza venne confermata nel 2012 dalla Corte di Bologna che ha condannato la parte civile appellante, l'Ausl, al pagamento delle spese processuali: «I riscontri esterni che avrebbero potuto corroborare le affermazioni della bambina con riferimento a quei fatti specifici non hanno trovato conferma, ma sono stati anzi disattesi, e assumono pertanto il valore di evidenze in contraddizione e negazione rispetto (...) alle dichiarazioni della minore». La sentenza divenne definitiva il 18 luglio 2012.[29]
  • Roberta Barelli, assolta in tutti e tre i gradi di giudizio (2000, 2001, 2002).[30]

Processo Pedofili-ter[modifica | modifica wikitesto]

  • Delfino Covezzi e la moglie Maria Lorena Morselli: condannati in primo grado a 12 anni (settembre 2002), assolti in appello (giugno 2010), sentenza annullata dalla Cassazione (ottobre 2011), assolti nuovamente in appello (maggio 2013),[31] assoluzione confermata dalla Cassazione (dicembre 2014);[32][33] Delfino Covezzi è morto di infarto l'8 agosto 2013.[4]

Processo Pedofili-quater (Processo "della frasca")[modifica | modifica wikitesto]

  • Enzo Morselli, con i figli Giuseppe ed Emidio vengono accusati da una delle nipoti (V. Covezzi, figlia di Lorena Morselli e Delfino Covezzi) di averla raggiunta fuori dalla scuola media in provincia di Reggio Emilia, dove vive presso la nuova famiglia affidataria, di averla prelevata all'uscita e di averla violentata dietro a un albero in un boschetto vicino al plesso con la frasca di un albero. Nonostante la Covezzi affermi che tutto sia avvenuto fuori dalla scuola dopo l'orario di lezione, non ci sono testimoni a confermare il suo racconto. Poi, a dire della ragazzina, i parenti l'avrebbero caricata sullo scuolabus e rimandata a casa, senza che però nessuno abbia mai visto o notato nulla. La Procura e il Tribunale di Reggio Emilia non crederanno alla denuncia e i Morselli verranno assolti in primo grado (2005) e in appello (2012).[29]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, Episodio 2: La casa di via Abba Motto 19, la Repubblica, Veleno. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Emanuele Boffi, La strage degli innocenti della Bassa Modenese. Cronaca di un processo diabolico, in Tempi, 21 dicembre 2014. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  3. ^ a b c d Emanuele Boffi, I pedofili e satanisti della Bassa Modenese non erano né pedofili né satanisti. Così hanno ammazzato una comunità cattolica, su Tempi, 5 dicembre 2014. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  4. ^ a b c Viviana Bruschi, Modena, un figlio dei Covezzi: "Voglio conoscere i miei fratelli" (Il Resto del Carlino), 15 febbraio 2017. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  5. ^ Claudio Cerasa, Ho visto l'uomo nero: L'inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe, LIT EDIZIONI, 30 settembre 2007, ISBN 978-88-6826-534-2. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  6. ^ a b c QuotidianoNet, "Noi, plagiati per inventare abusi". Marta: così fui strappata a mamma, su QuotidianoNet, 1542188647304. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  7. ^ a b c d Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla, prima parte (Internazionale), 15 ottobre 2018. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  8. ^ a b Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, Episodio 5: La strage dei gatti neri, la Repubblica, Veleno. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  9. ^ a b c Smontato un caso di presunti abusi satanici, Centro studi sulle nuove religioni. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  10. ^ a b Luther Blissett, I quindici di Modena. Un'altra tappa della vandea contro i "pedofili-satanisti", su lutherblisset.net, 1999-02. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  11. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Lucia Bellaspiga, Il caso Finale Emilia. Abusi solo presunti ma vite distrutte. «Processi da rifare», in Avvenire, 7 gennaio 2018. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  12. ^ Rovatti.
  13. ^ a b c VIVIANA BRUSCHI, Modena, un figlio dei Covezzi: "Voglio conoscere i miei fratelli", su il Resto del Carlino, 1487134624000. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  14. ^ a b la Repubblica/cronaca: Diavoli pedofili o innocenti? Viaggio nella Bassa spaccata, su www.repubblica.it. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  15. ^ a b Il paese dei bambini perduti, la verità vent'anni dopo: la racconta "Veleno", prima serie audio di Repubblica, su Repubblica.it, 22 ottobre 2017. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  16. ^ Il Resto del Carlino 28 giugno 2019.
  17. ^ La Gazzetta di Modena 13 luglio 2019.
  18. ^ (senza titolo), su vocivere.org. URL consultato il 20 agosto 2019.
  19. ^ Il paese dei bambini perduti - Veleno - Podcast, su Repubblica.it. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  20. ^ Trincia (2019.
  21. ^ a b c d Ecco accuse e sentenza per tutti i sette imputati (Gazzetta di Modena), 11 aprile 1998. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  22. ^ a b c d Modena. La sentenza per i festini e le violenze sessuali sui bimbi tra Finale e Mirandola Pedofili, 56 anni di carcere Sei condannati un'inchiesta bis (Gazzetta di Modena), 11 aprile 1998. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  23. ^ Finale. Ritenuto il 'capo' dei pedofili: 51enne, era agli arresti domiciliari È morto Alfredo Bergamini Doveva scontare tredici anni ma si proclamava innocente (Gazzetta di Modena), 28 aprile 1998. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  24. ^ Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, Episodio 3: Gli stivali del diavolo, la Repubblica, Veleno. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  25. ^ a b Jenner Meletti, Pedofilia, innocente il prete, la Repubblica, 12 luglio 2001. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  26. ^ La Corte assolve Giacco, Gazzetta di Modena, 10 marzo 2006. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  27. ^ Muore mamma carcerata, Gazzetta di Modena, 12 agosto 2003. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  28. ^ Vedovo, fuori dal cimitero, Gazzetta di Modena, 2 agosto 2005. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  29. ^ a b Alberto Setti, Vittime di errore giudiziario: «Risarcite» (Gazzetta di Modena), 17 gennaio 2017. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  30. ^ Il caso Finale Emilia. Abusi solo presunti ma vite distrutte. «Processi da rifare», su www.avvenire.it, 7 gennaio 2018. URL consultato il 29 agosto 2019.
  31. ^ Il caso pedofili della Bassa? «Errore dei servizi sociali», su Gazzetta di Modena, 24 novembre 2013. URL consultato il 10 gennaio 2019.
  32. ^ Matteo Dal Zotto, I processi alle famiglie della “Bassa modenese”: per saperne di più (PDF), Centro Culturale Il faro, 5 febbraio 2015. URL consultato il 2 gennaio 2019.
  33. ^ I Coniugi Covezzi assolti dall'accusa di pedofilia, Gazzetta di Modena, 10 giugno 2010. URL consultato il 2 gennaio 2019.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]