Incendio del Cinema Statuto
| Incendio del Cinema Statuto incendio | |
|---|---|
| Tipo | Incendio dovuto a cortocircuito |
| Data | 13 febbraio 1983 18:15 |
| Luogo | Torino |
| Stato | |
| Coordinate | 45°04′41.23″N 7°39′56.74″E |
| Conseguenze | |
| Morti | 64 |
L'incendio del Cinema Statuto fu un incidente avvenuto a Torino la sera del 13 febbraio 1983,[1] che provocò la morte di 64 persone, principalmente per intossicazione da fumi.
A seguito dello scoppio di un incendio durante una proiezione, il pubblico tentò la fuga, ma trovò le uscite di sicurezza chiuse: molti spettatori non riuscirono così a scampare alle esalazioni tossiche.[2]
È considerata la più grande strage verificatasi a Torino dal secondo dopoguerra e rappresenta, a livello nazionale, un punto di svolta circa la revisione delle normative in materia di sicurezza nei locali pubblici.[3]
Antefatti
[modifica | modifica wikitesto]Il Cinema Statuto di Torino, che prendeva il nome dalla vicina piazza, era sito in via Cibrario 16-18, nel quartiere semicentrale di San Donato: la sala aveva una capienza massima di circa 1 200 posti. Pochi mesi prima dell'incendio, il locale era stato ristrutturato e aveva superato tutte le verifiche imposte dalle normative all'epoca in vigore in Italia,[3] come venne anche sottolineato a posteriori dal proprietario Raimondo Capella:
Nella sera di domenica 13 febbraio 1983 era in proiezione il film La capra di Francis Veber;[1] il pubblico era composto da appena un centinaio di persone tra galleria e platea. Lo Statuto, infatti, era un cosiddetto cinema di "seconda visione" e la pellicola in questione, a Torino, era ormai giunta alla tredicesima settimana di programmazione. In quelle ore, peraltro, sul capoluogo piemontese si stava abbattendo una nevicata che aveva contribuito ulteriormente alla bassa affluenza di pubblico.
Dinamica degli eventi
[modifica | modifica wikitesto]Intorno alle 18:15, quando la proiezione era iniziata da circa venti minuti,[2] si verificò un'improvvisa fiammata (i sopravvissuti riferiranno di aver udito un tonfo sordo, simile all'accensione di una stufa) causata da un cortocircuito, che incendiò una tenda adibita a separare il corridoio di accesso di destra dalla platea. Il panneggio cadde al suolo e trasmise il fuoco alle poltrone delle ultime file, e ciò ostruì quasi completamente le uscite che si trovavano in fondo alla sala. Qualcuno riuscì comunque a fendere le fiamme e a fuggire; gli altri spettatori, terrorizzati, si lanciarono in massa verso le sei uscite di sicurezza laterali, le quali però erano state tutte chiuse, tranne una, per iniziativa del gestore, allo scopo di impedire che venissero utilizzate per entrare senza pagare.[3] Dall'esterno si udirono le urla e le richieste di aiuto,[2] mentre gli spettatori della platea che erano riusciti a mettersi in salvo raggiunsero l'atrio della biglietteria, dove era presente il proprietario del cinema, il quale cercò inutilmente di calmare gli animi, temendo un'ondata di panico collettivo.
A questo punto, secondo la ricostruzione dei fatti, ebbe luogo una serie di errori che risulteranno determinanti nel provocare la strage: le fiamme sciolsero i cavi elettrici, facendo mancare l'illuminazione principale, ma non furono accese le luci di sicurezza tramite l'interruttore ausiliario ubicato dietro la cassa; al contempo la proiezione non fu interrotta, nel tentativo di contenere il panico. Le conseguenze furono catastrofiche: le persone presenti nella galleria percepirono il pericolo solo dopo diversi minuti, solo quando essa fu a sua volta invasa dal fumo. Chi riuscì a rendersi conto della situazione tentò di darsi alla fuga, ma con scarso successo: alcuni si diressero verso l'accesso di sinistra che dava sull'atrio, ma nessuno riuscì a raggiungerlo (in questo punto si conteranno quasi quaranta morti), mentre un'altra parte del pubblico si accalcò verso una porta sulla destra, che però portava alle toilette, quindi ad un vicolo cieco dal quale nessuno fu più in grado di uscire. Altri spettatori inoltre vennero trovati morti ancora seduti in poltrona, rimasti asfissiati ancora prima che potessero reagire. Tutte le vittime vennero inoltre trovate con il viso annerito dal fumo tossico scatenato dall'incendio: la combustione del poliuretano espanso delle poltrone, del rivestimento plastico delle lampade e dei tendaggi alle pareti avevano prodotto esalazioni di ossido di carbonio e di acido cianidrico[3] che avevano saturato i locali, trasformandoli in una sorta di camera a gas e soffocando i presenti in meno di un minuto.[2]
Il 15 febbraio seguente nel duomo cittadino furono celebrati i funerali di Stato, alla presenza del presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini e del sindaco di Torino Diego Novelli. Nell'incendio persero la vita 64 persone, 32 di sesso maschile e 32 di sesso femminile; la vittima più giovane aveva 7 anni, la più anziana 55.[3]
Indagini e procedimenti giudiziari
[modifica | modifica wikitesto]Le perizie successive alla tragedia dimostrarono che le cause dell'incendio andavano oltre le responsabilità o le negligenze individuali, comunque presenti. Venne messo in dubbio l'intero sistema di leggi vigenti in materia di sicurezza, su scala nazionale, nell'Italia dei primi anni 1980, che furono definite anacronistiche, poco incisive e mal applicate. A titolo d'esempio, in quegli anni le porte con maniglione antipanico, apribili semplicemente con la pressione del corpo, erano poco diffuse nei pubblici esercizi e non erano obbligatorie, al pari di altri sistemi di prevenzione quali i rilevatori antincendio; in aggiunta, i locali erano generalmente dotati di impianti elettrici vetusti e, come nel caso del Cinema Statuto, spesso le certificazioni anti-incendio si limitavano all'accertamento delle proprietà ignifughe dei materiali, trascurando tutte le altre possibili fonti di pericolo presenti in caso di incendio, quali i fumi e le esalazioni tossiche. Il proprietario del cinema disse che il materiale impiegato sulle poltrone recava sull'etichetta la dicitura «tessuto ignifugo autorizzato dallo Stato» e una generica avvertenza «produce fumo»: nulla, quindi, poteva far capire che si trattava di un materiale che, prendendo fuoco, emette acido cianidrico, sostanza estremamente tossica, che se inalata causa la morte in poche decine di secondi.[2]
Come già accennato, il cinema Statuto era appena stato ristrutturato e rispettava pienamente tutte le norme di sicurezza richieste all'epoca dalla legge.[3] Anche la chiusura della maggior parte delle uscite d'emergenza non violava le normative del 1983, le quali prescrivevano, in modo molto generico, che esse dovevano essere «apribili», senza specificare come e da chi. Il fatto che tale prescrizione fosse troppo generica venne sottolineato anche dai Vigili del Fuoco nella relazione preparata per la magistratura, che recita: «"Apribile", in questa accezione, significa semplicemente che non devono essere "murate". Anche una porta chiusa a chiave è "apribile", basta avere la chiave».[4]
Dal successivo processo emerse la causa accidentale del rogo, sentenza che andò a smentire l'ipotesi iniziale secondo la quale vi sarebbe stata la mano di un piromane, avvalorata dal fatto che pochi mesi prima, nel giugno 1982, erano stati incendiati in maniera dolosa ben tre cinema nel capoluogo piemontese. Undici persone furono imputate; di esse, sei furono condannate per aver concorso alla concatenazione di eventi e per le manchevolezze culminate nell'omicidio colposo plurimo. Il proprietario Raimondo Capella fu condannato a otto anni in primo grado, poi ridotti a due in appello con sentenza definitiva, oltreché a risarcire i 250 parenti delle vittime, costituitisi parte civile,[3] con una somma di 3 miliardi di lire del 1985, che gli costò il sequestro e la successiva vendita di tutti i beni posseduti.[2] Tra gli altri imputati, il geometra Amos Donisotti, il quale aveva supervisionato i lavori di ristrutturazione dell'esercizio (incarico che aveva svolto anche in oltre un centinaio di altri cinema della provincia torinese),[2] fu condannato a sette anni, il tappezziere Antonio Ricci e l'operatore Antonio Iozza a quattro, mentre risultò assolto l'elettricista, con la motivazione dell'insufficienza di prove;[3] le pene furono poi ridotte in appello, mentre in seguito la Cassazione concesse la prescrizione agli imputati rimasti.[1]
Conseguenze
[modifica | modifica wikitesto]L'incendio dello Statuto seguì di poco meno di un anno quello del Palazzo del Vignola di Todi, avvenuto il 25 aprile 1982, dalle dinamiche analoghe, che era costato la vita a 35 persone e aveva similmente scosso l'opinione pubblica nazionale.[5] In questo clima, la tragedia torinese diede definitivamente il via ad una revisione completa della normativa italiana in materia di sicurezza contro gli incendi nei locali pubblici, in particolare nei cinematografi: «...riuscimmo ad accertare la verità dei fatti in maniera sicura, ma soprattutto riuscimmo a sviluppare una nuova cultura della sicurezza nei luoghi pubblici», affermerà dopo trent'anni Gian Carlo Caselli, all'epoca dei fatti giudice istruttore nel procedimento d'inchiesta. Nei mesi che seguirono, le nuove verifiche portarono alla chiusura, temporanea o definitiva, di vari esercizi sia a Torino, per opera dell'allora pretore Raffaele Guariniello, sia nel resto del Paese.[1]
La vicenda ebbe riflessi anche sul patrimonio artistico nazionale, dato che molti teatri italiani storici avrebbero necessitato, a questo punto, di pesanti modifiche strutturali; ne derivò un dibattito acceso sull'opportunità o meno di snaturare le architetture del passato in nome della sicurezza. Delle posizioni critiche in tal senso si fece interprete Francesco Fornari, che nel dicembre 1983 scrisse su La Stampa che «...all'improvviso, si è scoperto che nel nostro Paese non esisteva quasi un cinema o un teatro in regola con la legge»; egli stigmatizzò l'inasprimento dei controlli di sicurezza, a suo dire troppo minuzioso, e paventò che il processo di adeguamento alle nuove normative si sarebbe rivelato una «ventata "moralizzatrice"» che avrebbe recato «danni e offese irreparabili» ai teatri storici italiani.[6] In merito a quest'ultimo punto, l'articolo, peraltro, faceva riferimento al Gran Teatro La Fenice di Venezia,[3] che sarebbe a sua volta stato distrutto da un rovinoso incendio doloso nel 1996, e ciò dimostrò come l'adeguamento antinfortunistico fosse di vitale importanza anche per questo tipo di realtà.[3]
La catastrofe ebbe una vasta eco emotiva in città, accentuata dal fatto che dal giorno dell'incendio il cinema Statuto non riaprì più e l'edificio non venne nemmeno mai risanato, ma rimase abbandonato, con la facciata annerita dalle fiamme[1], fino al 1996, quando fu abbattuto[3] per far posto a un condominio.
Nel febbraio del 2013, a trent'anni dalla tragedia, a pochi metri di distanza da dove si trovava il cinema, in largo Cibrario, fu intitolata un'aiuola alla memoria delle vittime.[7] L'anno prima tre cineasti torinesi, Fabrizio Dividi, Marta Evangelisti e Vincenzo Greco, avevano realizzato un documentario intitolato Sale per la capra,[8] ricostruendo la tragedia, con corredo di interviste ai protagonisti dell'epoca e di documentazione giudiziaria, resa pubblica per la prima volta.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 Trent'anni fa il rogo al cinema Statuto. Caselli: «Fu l'inchiesta più difficile», su lastampa.it, 13 febbraio 2013.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Niccolò Zancan, "Io e il rogo allo Statuto, dannazione senza fine", su torino.repubblica.it, 16 gennaio 2008. URL consultato il 20 gennaio 2008 (archiviato dall'url originale l'11 luglio 2009).
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Rossella Quaranta, L'incendio al cinema Statuto di Torino, 30 anni fa, su ilpost.it, 13 febbraio 2013.
- ↑ Mauro Benedetti, «E se fosse capitato a mio figlio?», in Stampa Sera, 15 febbraio 1983, p. 3.
- ↑ Massimo Rocchi Bilancini, Quella strage di Todi, morirono in 35: «No alla targa con i loro nomi sul palazzo», su umbria24.it, 24 aprile 2022.
- ↑ Francesco Fornari, Teatri carichi di storia non antincendio, in La Stampa, 1º dicembre 1983, p. 26.
- ↑ Giulia Ongaro, Cinema Statuto: una lapide ricorda l'inferno di 31 anni fa, su mole24.it, 13 febbraio 2013.
- ↑ Clara Caroli, L'anteprima di "Sale per la capra", il film sulla tragedia dello Statuto, su torino.repubblica.it, 23 febbraio 2012.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- La notte nel Cinema Statuto, su anvvftorino.com.
- 40º Anniversario della Tragedia del cinema Statuto, su cimiteritorino.it.