Arco normanno (Mazara del Vallo)

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Arco normanno
Norman Arch - Mazara.jpg
Arco Normanno
Localizzazione
StatoItalia Italia
CittàMazara del Vallo
Mappa
Coordinate: 37°39′01.41″N 12°35′28.15″E / 37.650391°N 12.591153°E37.650391; 12.591153
Dettaglio della porta

L'Arco normanno di Mazara del Vallo è l'ultima vestigia delle opere di fortificazione normanna di cui era dotata la città: il Castello e le Mura che racchiudevano tutto il centro storico. L'Arco normanno era la porta di accesso del castello fatto costruire da Ruggero I d'Altavilla dopo la liberazione della città dalla dominazione araba del 1072,[1] e demolito nel 1880 per la costruzione di un giardino pubblico, l'attuale villa Jolanda. Il castello occupava l'angolo sud est della cinta muraria.

L'Arco normanno domina l'antistante piazza Mokarta ed è considerato il simbolo più significativo di Mazara, sebbene questa prerogativa gli sia oggigiorno contesa dal Satiro Danzante.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

A forma ogivale, l'arco si compone di due arcate a sesto acuto con lo spazio per una saracinesca fra le due arcate. L'arco esterno è largo 3,78 mentre quello interno è largo 3,32 metri ed è rifinito con un toro in taglio, realizzato nella stessa pietra tufacea. Un arco circolare fu inserito più tardi per ridurre l'ampiezza dell'ingresso[2].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il Castello normanno[modifica | modifica wikitesto]

Il Castello normanno si innalzava verso il mare, su un muro a scarpa il cui piede era bagnato dal mare. Sul lato occidentale vi era addossato un pentagono a forma di bastioncino ed era affiancato da una torre dalla parte della Cattedrale. Nelle epoche successive vi furono addossati altri fabbricati.

Nel castello soggiornarono oltre al Gran Conte Ruggero, anche Federico III di Aragona e la regina Eleonora d'Angiò nel 1318[3], nonché anni prima re Giacomo I di Sicilia, II d'Aragona, che nel 1291 ebbe a Mazara un figlio illegittimo da una meglio non identificata Lucrezia. Il bimbo fu chiamato con lo stesso nome del padre naturale[4]. Altri re che vi dimorarono furono Pietro II di Sicilia, Martino I di Sicilia e Alfonso II di Napoli nel 1494, il quale vi nascose il tesoro dei Reali d’Aragona[2] e vi trasportò tutta la roba preziosa che aveva, contenuta in quattro galee sottili[5], sebbene Alfonso II abbia potuto soggiornare anche in un convento di monaci olivetani della città[6]. Vi dimorò anche per lunghi anni la Regina Giovanna, consorte a Ferdinando II, fino alla sua morte avvenuta a Napoli nel 1518[1].

Nel XVI secolo le sale e i sotterranei del castello vennero adibite a carcere. Nel XIX secolo serviva ancora da carcere al pianterreno ma nei piani superiori era già tutto in rovina.

Le Mura normanne[modifica | modifica wikitesto]

Il centro storico di Mazara era difeso da mura dello spessore di 2,20 metri e di altezza superiore ai 10 metri. Ogni circa 27 metri sporgevano dal muro piccole torri quadrate senza alcun vuoto all'interno. Sul lato di ponente il muro era difeso da due torri più grosse, di cui una contigua al convento di San Francesco d'Assisi, foderata da un secondo muro. La cinta e le torri erano merlate. Il muro era rivestito nelle due facciate con piccoli conci di tufo friabile che l'aria del mare ha corroso. Inoltre furono costruite ad opera incerta con malta di calce e argilla di cattiva qualità[2]. A metà del 1800 un viaggiatore che visita Mazara ha ancora l'impressione che le mura siano imbattibili, seppure deve anche constatare il cattivo stato di manutenzione delle case e la sporcizia nelle strade[7]:

«Mazzara, l'Inclita, situata alla foce del suo fiume e in riva al mare, appare in lontananza imponente, con le sue numerose cupole e torri che si ergono sopra le sue mura merlate; ma la delusione nell'entrare alle sue porte è grande, perché le strade sono strette, miseramente lastricate e piene di sporcizia, e le case meschine e misere all'estremo.»

(Geoffrey Dennis, A Handbook for Travellers in Sicily)

Dopo la metà del XIX secolo, il municipio ha concesso a coloro che fabbricavano sul lato esterno della cinta di distruggerle per ricavare la pietra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Ministero dell'agricoltura e delle foreste (a cura di), Bollettino di pesca, di piscicultura e di idrobiologia, su google.it, Roma, 1931, p. 23 e segg..
  2. ^ a b c Giuseppe Polizzi, I monumenti d'antichità e d'arte della Provincia di Trapani, su google.it, 1879, p. 51.
  3. ^ Archivio storico siciliano, su books.google.it, p. 372.
  4. ^ ARAGON, KINGS, su fmg.ac.
  5. ^ Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, su google.it, II, 1837, pp. 303,304.
  6. ^ Compendio storico cronologico, su google.it, Milano, 1838, p. 674.
  7. ^ Geoffrey Dennis, A Handbook for Travellers in Sicily, su google.it, 1864.

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