Allevamento intensivo

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Allevamento intensivo di polli da carne negli Stati Uniti d'America

L'allevamento intensivo o industriale è una forma di allevamento che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l'uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. La pratica dell'allevamento intensivo è estremamente diffusa in tutti i paesi sviluppati; la gran parte della carne, dei prodotti caseari e delle uova che si acquistano nei supermercati viene prodotta in questo modo[senza fonte].[1]

Caratteristiche dell'allevamento intensivo[modifica | modifica sorgente]

L'allevamento intensivo è una pratica che si è diffusa nel XX secolo (in Italia soprattutto a partire dal secondo dopoguerra) allo scopo di soddisfare la crescente richiesta di prodotti di origine animale (in particolare carne, uova e latticini) abbattendone nel contempo i costi, in modo da rendere questa categoria di prodotti adatta al consumo di massa. Se la riduzione dei costi unitari e la possibilità di produrre su scala industriale erano inizialmente gli unici fattori a influire sulle modalità e le tecniche impiegate nell'allevamento intensivo, in seguito queste sono state sottoposte a un continuo processo di revisione in funzione di considerazioni come la tutela degli animali, l'igiene e la qualità dei prodotti, l'impatto ambientale e via dicendo. Di conseguenza, le caratteristiche dell'allevamento intensivo sono cambiate nell'arco del XX secolo, e possono presentare differenze anche notevoli fra diversi paesi. Importanti norme al riguardo sono state emanate dall' unione europea a partire dagli anni novanta[senza fonte].

Alcuni elementi comuni alla maggior parte degli allevamenti intensivi sono i seguenti:

  • Ottimizzazione degli spazi dedicati all'animale e alle fasi operative.
  • Standardizzazione delle caratteristiche fisico-qualitative e operative della filiera di produzione.
  • Riduzione dei costi unitari in rapporto alla qualità del prodotto finale.
  • Riduzione delle ore di manodopera necessaria alla produzione.[2]

Produttività[modifica | modifica sorgente]

Bestiame statunitense e indiano (bovini e bufali) (1972)[3]
Descrizione Materia
(1010 kg)
Energia
(1012 calorie)
Proteine
(109 kg)
Usa India Usa India Usa India
Fattori produttivi (immissioni)
Commestibili
dall'uomo
11,9 0,68 38,6 1,7 16,0 2,1
Non commestibili
dall'uomo
22,2 40,00 88,0 120,5 25,1 33,3
Totale 34,1 40,68 126,6 122,2 41,1 35,4
Prodotti (emissioni)
Lavoro 6,50
Latte 1,12 0,51 5,04 2,09 2,06 0,88
Carne 0,90 0,50 4,40 2,23 0,17 0,11
Pelli 0,11 0,07
Concime 0,87 10,81 16,16
Totale 3,00 11,89 9,44 26,98 2,23 0,99
Efficienza (%) 9 29 7 22 5 3
Allevamento intensivo di vacche in una fattoria statunitense

Negli allevamenti intensivi gli animali sono sottoposti a selezione individuale e sono perciò in grado di fornire elevate prestazioni produttive a cui corrispondono fabbisogni nutritivi in energia e proteine di maggior rilievo. I regimi dietetici e le razioni alimentari vedono perciò l'apporto di non trascurabili quantitativi di concentrati, i soli in grado di soddisfare tali fabbisogni in rapporto alla capacità di ingestione volontaria. La provenienza e la natura di tali concentrati è composita e varia notevolmente secondo il comparto produttivo, la fisiologia delle singole specie, il tipo produttivo della specie allevata e, infine, l'ordinamento produttivo dell'azienda. Oltre ai cereali e ai loro derivati, che rappresentano la base fondamentale dei concentrati, si fa largo ricorso ai sottoprodotti della trasformazione agroalimentare.

La tabella a fianco è utile per confrontare due tipi di allevamento completamente diverso: quello industriale tipico, per gli USA, e uno tradizionale, per l'India.

La prima differenza che si nota è proprio l'alimentazione degli animali: negli USA si dà agli animali cibo che sarebbe adatto anche agli uomini (soia, granturco ecc.) prodotto appositamente, e poco cibo non commestibile, che invece è preponderante in India, dove si sfruttano gli «scarti» della produzione agricola (fieno e paglia) e agroforestale. La differenza dipende dal modello agricolo: le varietà ad alta resa negli USA riducono la produzione di fieno per le mandrie, che vanno quindi nutrite con colture apposite; in India le varietà indigene producono sia cibo per l'uomo sia cibo per gli animali.

Dai prodotti è evidente il diverso obiettivo dei due modelli di allevamento: data una partenza circa uguale in termini di massa ed energia, gli allevamenti USA producono circa il doppio di latte e carne; in India la carne bovina non ha rilevanza alimentare (le vacche sono considerate sacre e non possono essere uccise, e anche per questo hanno una vita molto più lunga di quelle statunitensi e danno quindi meno carne). In compenso, in India l'allevamento è integrato con l'agricoltura e gli animali servono a coltivare i campi, sia grazie al lavoro che svolgono sia grazie al concime che producono, e inoltre forniscono energia perché gli escrementi essiccati sono usati anche come combustibile; le voci corrispondenti per gli USA sono nulle o quasi, e vanno perciò compensate con combustibili fossili e fertilizzanti chimici.

Il trattamento dei reflui zootecnici, di cui si parla sotto, potrebbe inserire il recupero delle deiezioni come concime e fonte energetica anche negli allevamenti industriali

In entrambi i casi si ha una forte perdita di massa ed energia, per ottenere prodotti più pregiati (in particolare nel caso statunitense, dove la produzione è massima per carne e latte), con la differenza che nel caso indiano non solo la perdita (in termini quantitativi) è minore, ma si parte anche da immissioni meno pregiate, che anzi per i criteri della rivoluzione verde sono solo scarti (soprattutto da fieno e paglia), al contrario di mangimi, fertilizzanti e combustibile necessari per il funzionamento del modello statunitense.

Aspetti critici[modifica | modifica sorgente]

La pratica dell'allevamento intensivo è oggetto di numerose critiche di ordine etico, salutistico e ambientalista. Alcune di queste critiche sono rivolte contro l'allevamento intensivo in quanto tale; altre sono relative a determinate pratiche o tecniche che vengono utilizzate solo in certi contesti.[senza fonte]

Fame nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Un aspetto drammatico dell’allevamento intensivo, spesso taciuto dai media, è l’enorme consumo di cereali per nutrire i bovini . Già agli inizi degli anni ’90 il 70% dei cereali prodotti negli Stati Uniti veniva utilizzato per l’alimentazione animale.[4] L’emerito entomologo Damid Pimentel nel libro Food, Energy and Society scrive: «Le proteine somministrate ai manzi e agli altri animali consistono per circa il 42% di foraggio e per il resto di cereali. I bovini hanno un’efficienza di conversione delle proteine alimentari solo del 6%. Ciò significa che un animale produce meno di 50 kg di proteine consumando più di 790 kg di proteine vegetali.» [5] Tutto ciò mantiene alto il prezzo dei cereali, penalizzando i paesi poveri e contribuendo in maniera rilevante al problema della fame nel mondo.

Benessere degli animali[modifica | modifica sorgente]

Le critiche di carattere generale provengono principalmente dal mondo animalista. Molti animalisti sostengono che negli allevamenti intensivi le condizioni di vita degli animali sono sensibilmente peggiori di quelle degli animali allevati in modo tradizionale. I movimenti animalisti hanno attaccato diverse pratiche in uso negli allevamenti, alcune delle quali sono state in seguito rese illegali in alcuni paesi. Per esempio, sono stati denunciati casi in cui gli animali subivano regolarmente amputazioni (come il debeaking), venivano cresciuti in ambienti talmente ristretti da causare atrofia muscolare, erano tenuti al buio per tutta la vita, e via dicendo. La controparte si difende affermando che l'amputazione dell'estremità distale della coda, nei bovini da ingrasso, (oggi peraltro rigidamente regolamentata) serviva a impedire l'avanzamento di processi di necrosi della coda; circa la presunta atrofia muscolare, si osserva che questa è esattamente il contrario del motivo per cui gli animali sono allevati (produzione di carne).

Igiene e salute[modifica | modifica sorgente]

L'altissima concentrazione di animali negli allevamenti intensivi è la principale causa dell'insorgere periodico di svariate malattie rispetto a quanto accade nel caso di animali cresciuti in natura.[senza fonte] In questi allevamenti l'uso di farmaci (per esempio antibiotici) è diffuso, sia per prevenire l'insorgere di epidemie, si come stimolanti della crescita. Queste modalità d'uso degli antibiotici (basso dosaggio per lunghi periodi di tempo) può portare al diffondersi di nuove forme di batteri resistenti a tali medicinali.[6][7] Il Center for Disease Control and Prevention statunitense stima che nel mondo, ogni anno, ci siano oltre 76 milioni di casi di malattie portate dal cibo da allevamento, e oltre 5000 morti.

A prescindere dall'eventuale diffondersi di malattie, molti critici sostengono che la qualità delle carni e degli altri prodotti realizzati tramite allevamento intensivo è di qualità inferiore rispetto a quello ottenuto con tecniche tradizionali, per vari motivi legati alla differente alimentazione e al diverso stile di vita degli animali stessi. Particolarmente criticato in questo senso è l'uso di farmaci volti a indurre lo sviluppo corporeo degli animali (per esempio ormoni). Questa pratica, vietata in Europa, è uno dei principali elementi differenziali tra l'allevamento intensivo americano e quello europeo.

Anche l'alimentazione degli animali degli allevamenti intensivi è stata spesso oggetto di attenzione e critiche. Per esempio, l'uso di farine di origine animale per nutrire le vacche è stato considerato fra le cause della diffusione del morbo della mucca pazza.

Impatto ambientale[modifica | modifica sorgente]

Le feci provenienti da enormi quantità di animali concentrati in aree relativamente piccole causano inquinamento delle falde acquifere e la contaminazione dell'acqua da parte di colibatteri.

Inoltre i reflui (o effluenti) zootecnici sono ricchi di azoto ed hanno un elevato BOD; la loro dispersione nelle acque superficiali provoca gravi danni a causa dell'eutrofizzazione.[8] Per risolvere questi problemi è indispensabile usufruire di impianti di depurazione: a questo scopo, per mitigare l'impatto si può usare la tecnica della digestione anaerobica con cogenerazione del biogas.

Nel contempo, le attività legate all'allevamento su grande scala possono causare un depauperamento delle risorse naturali del territorio. Molti paesi emergenti (il caso emblematico è il Brasile) per entrare nel ricco business della carne disboscano ampie fette di territorio per far posto ai pascoli. Questo diminuisce la capacità di assorbimento dell'anidride carbonica e distrugge la biodiversità. In più il continuo calpestio del suolo da parte delle grandi mandrie compatta il terreno riducendo l'assorbimento delle piogge dando luogo a numerosi fenomeni di desertificazione.

L'8 settembre 2008, Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC, ha presentato a Londra un documento dal titolo “Riscaldamento globale: l'impatto sui cambiamenti climatici della produzione e del consumo di carne”. In questo documento, l'economista indiano evidenzia che produrre 1 kg di carne ha enormi costi in termini ambientali: l'emissione di 36,4 chili di anidride carbonica, il rilascio nell'ambiente sostanze fertilizzanti pari a 340 grammi di anidride solforosa e 59 grammi di fosfati. In termini di comparazione, produrre 1 kg di carne ha lo stesso impatto ambientale di un'auto media europea che percorre 250 chilometri. In riferimento al consumo idrico, Pachauri sostiene che per ottenere 1 kg di mais sono necessari 900 litri di acqua, per 1 kg di riso 3.000 litri, per 1 kg di pollo 3.900 litri, per 1 kg di maiale 4.900 litri e per 1 kg di manzo 15.500 litri di acqua. Inoltre, il 30% delle terre emerse ed il 70% delle terre agricole sarebbero destinate al settore zootecnico.

Impatto economico[modifica | modifica sorgente]

Soprattutto (ma non solo) quando applicato nei paesi del Terzo Mondo l'allevamento intensivo causa la rapida scomparsa dell'allevamento tradizionale, con conseguenze sul livello di occupazione della zona[senza fonte]. Inoltre, su scala globale, la produzione di carne e altri cibi di origine animale comporta un uso del terreno molto meno efficiente rispetto all'agricoltura; questo dato riguarda tuttavia l'allevamento in generale e non in particolare quello intensivo, in quanto l'alimentazione dell'uomo con cibi di origine animale lo colloca su un livello più alto - e quindi meno sostenibile sotto l'aspetto energetico - nella piramide alimentare.

Normative europee[modifica | modifica sorgente]

L'Unione Europea è intervenuta più volte legiferando in materia di allevamento intensivo. Fra l'altro:

  • L'uso di farmaci è soggetto a una precisa regolamentazione; per esempio, gli antibiotici possono essere impiegati solo in caso di malattia dell'animale, e la somministrazione di ormoni è vietata.[senza fonte]
  • I reflui aziendali sono soggetti a rigidi regolamenti, volti a ridurre l'impatto ambientale (vedi ad esempio la direttiva nitrati).
  • Diverse norme relative al benessere animale hanno lo scopo di impedire forme di trattamento degli animali giudicate particolarmente crudeli, come certi tipi di amputazioni o la costrizione in ambienti eccessivamente ristretti.
  • Sia le condizioni igieniche degli stabilimenti che l'alimentazione degli animali sono soggetti a restrizioni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Uova di gallina, occhio all'etichetta Corriere della Sera, 11 marzo 2010
  2. ^ Egg industry alarmed about efforts to limit cage sizes The Washington Post, 6 settembre 2010
  3. ^ B. Leon, Agriculture: A Sacred Cow, Environment, XVII, 1975; Shiva 1995, p. 131.
  4. ^ U.S. Department of Agricolture, Economic Research Service World Agricultural Supply and Demand Estimates, WASDE-256,Washington D.C.., USDA, 11luglio 1991
  5. ^ Damid Pimentel e Marcia Pimentel, Food, Energy and Socity, New York, Wiley, 1979.
  6. ^ Antibiotici a pranzo e cena. Con la carne Corriere della Sera, 3 marzo 2001
  7. ^ Allevamenti intensivi: la verità sui rischi sanitari Ecquo, 2 marzo 2010
  8. ^ Marina Zenobio, Polli a dieta contro l'eutrofizzazione, il manifesto, 17 agosto 2007, p. 17.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Vandana Shiva, Monocolture della mente (1993), traduzione di Giovanna Ricoveri, Bollati Boringhieri, 1995. ISBN 8833909182

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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