Raid di Makin

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Raid di Makin
Mappa dell'atollo che mostra le zone di resistenza giapponese e la disposizione di edifici e obiettivi
Mappa dell'atollo che mostra le zone di resistenza giapponese e la disposizione di edifici e obiettivi
Data 16 - 18 agosto 1942
Luogo Isola di Makin, arcipelago delle Gilbert
Esito vittoria tattica statunitense
Schieramenti
Effettivi
211 uomini Sconosciuti
Perdite
30 uomini
9 prigionieri poi uccisi
2 navi gravemente danneggiate
2 aerei
una stazione radio
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Il raid di Makin è stata un'incursione effettuata dai Marine Raiders statunitensi, nella seconda metà del 1942, contro la base giapponese sull'isola di Makin, nell'arcipelago delle Gilbert, durante la guerra nel Pacifico.

Situazione strategica[modifica | modifica sorgente]

Nei primi giorni del giugno 1942 il Giappone subiva la catastrofica sconfitta nella battaglia delle Midway, che lo privò sia delle sue migliori portaerei e piloti, sia dell'iniziativa nel teatro del Pacifico.[1] Gli Stati Uniti approfittarono appena possibile della vittoria, sbarcando il 7 agosto nell'isola di Guadalcanal.[2] Lo Stato Maggiore statunitense desiderava però ottenere più informazioni sul potenziale di difesa nipponico nei vari settori dell'immenso fronte oceanico, per cui decise di effettuare una rapida scorreria nell'arcipelago delle Gilbert, e più precisamente nell'atollo di Makin che, se rafforzato, avrebbe minacciato le rotte navali con l'Australia.[3] Un secondo motivo che fece cadere la scelta su tale isola era che la guarnigione giapponese non aveva subito nessun attacco dalla conquista dell'area, avvenuta il 10 dicembre 1941, e dunque era assicurato l'effetto sorpresa.[3]
Per l'operazione si decise di impiegare gli uomini del 2º battaglione Marine Raiders forte di 211 effettivi, trasportati a destinazione dai due sommergibili Nautilus e Argonaut.[3]

L'incursione[modifica | modifica sorgente]

I Raiders schierati sul Nautilus al ritorno dal riuscito raid

L'8 agosto l'operazione ebbe inizio e i due sommergibili, partiti da Pearl Harbor, giunsero il 16 davanti a Makin. Fino a notte fonda effettuarono un'accurata perlustrazione tutt'intorno l'atollo. Constatato che il nemico non era in guardia, i sommergibili emersero; i Raiders montarono su alcuni gommoni a motore, e alle 05:13 fu stabilito un contatto radio.[3] Dopo poco però gli attaccanti dovettero sostenere la feroce reazione della guarnigione giapponese, poco numerosa ma agguerrita.[3] I soldati, grazie alla radio, diressero il tiro dei cannoni del Nautilus, che iniziò a devastare le installazioni e i depositi sulla terraferma; inoltre furono gravemente danneggiate un trasporto e una nave ausiliare nella rada.[3] Effettuate tutte le possibili distruzioni, i Raiders iniziarono a reimbarcarsi, ma poterono essere raccolti dai sommergibili solo a scaglioni, in quanto aerei giapponesi pattugliavano le acque attorno all'atollo. Il 18 agosto i soldati erano stati tutti recuperati, e i due sommergibili, fecero rotta per Pearl Harbor. Gli statunitensi avevano avuto 30 morti, ma sull'atollo erano stati distrutti 2 aerei, una stazione radio, rese inutilizzabili 2 navi e bruciati 135.000 litri di benzina.[3]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Con questo rapido attacco gli Stati Uniti, oltre a provocare un certo shock psicologico in campo avversario, avevano imparato a contrastare in battaglia i soldati giapponesi, integrando le nuove informazioni con le esperienze fatte nello stesso tempo a Guadalcanal. Il raid, però, fu la causa per cui il Giappone decise di rinforzare massicciamente l'arcipelago delle Gilbert, a partire dalla seconda metà di settembre 1942, come fece amaramente notare un generale statunitense che indicò inoltre l'operazione come "una pazzia".[4] I risultati di tali decisioni si sarebbero visti più di un anno dopo, nel novembre 1943, a Tarawa.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bernard Millot, La Guerra del Pacifico, Montreuil, BUR, 1967.
  • Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Millot1967, op. cit., pp. 274, 279
  2. ^ Millot1967, op. cit., pp. 288-289
  3. ^ a b c d e f g Millot1967, op. cit., pp. 448-449
  4. ^ Gilbert 1989, p. 408