Palazzo Caprini

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Il Palazzo Caprini era un importante edificio rinascimentale di Roma.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo Caprini nell'incisione di Antoine Lafréry.

Il palazzo Caprini fu un edificio progettato da Bramante intorno al 1510 (o forse prima[1]) per il protonotario apostolico viterbese Adriano de Caprinis. Si trovava a Roma nel quartiere del Borgo, in angolo tra piazza Scossacavalli e via Alessandrina, tracciata in occasione del giubileo del 1500.[2] Era chiamato anche Palazzo di Raffaello (o Casa di Raffaello) perché l'artista nel 1517 lo aveva acquistato[3] e vi aveva dimorato fino alla morte (1520). Alla fine del XVI secolo l'edificio venne poi inglobato nel Palazzo dei Convertendi e poi definitivamente demolito nel XVII sec. Nonostante questo fu un prototipo fondativo dell'architettura civile rinascimentale e del classicismo in genere.

Conosciamo le caratteristiche del monumento scomparso solo da un'incisione di Antonio Lefreri (Antoine Lafréry) e da uno schizzo con parziale veduta d’angolo, già attribuita a Palladio.

Caratteri stilistici[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio rappresentò una nuova tipologia di palazzo, ripresa nei decenni successivi dai suoi allievi e continuatori a Roma (palazzo Branconio dell'Aquila di Raffaello e Palazzo Vidoni Caffarelli di un allievo di Raffaello) e diventando un modello ripreso da vari architetti del '500 (palazzo Porto di Palladio, Palazzo Uguccioni a Firenze) e nelle epoche artistiche successive.

L'edificio era caratterizzato da una facciata su due livelli (registri) e cinque campate, trattata con un possente bugnato al piano inferiore come alto basamento dell’ordine dorico; il piano superiore era infatti scandito da colonne binate sormontate da una trabeazione completa (architrave e fregio ornato di triglifi e metope). Il palazzo era costituito da un piano terreno destinato a botteghe e da un ammezzato compresi nel basamento bugnato, da un piano nobile occupato da un grande appartamento illuminato da finestre a timpano con balaustra, poste nelle campate dell'ordine ed un piano sottotetto di servizio le cui finestrelle si aprivano nel fregio dorico della trabeazione.

Dalle tecniche costruttive antiche Bramante recupera la tecnica della realizzazione del finto bugnato a stucco, o meglio mediante il getto di malta in casseforme di legno, facendogli assumere la consistenza visiva della pietra bugnata ma probabilmente anche della pietra liscia delle colonne binate.
Questa tecnica avrà un rapido successo a Roma (per esempio Palazzo Massimo alle colonne nel 1532 di B. Peruzzi) ed il suo uso continuerà fino al XX secolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A.Bruschi, Edifici privati di Bramante a Roma, in "Palladio", a.II n.4, 1989
  2. ^ Gianfranco Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, 2003
  3. ^ A.Bruschi, Bramante architetto, 1969