Palazzo Vidoni Caffarelli

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Coordinate: 41°53′46.3″N 12°28′30.4″E / 41.896194°N 12.475111°E41.896194; 12.475111

Il palazzo su via del Sudario in un'incisione di Giovan Battista Piranesi che mostra l'edificio già ampliato planimetricamente e sopraelevato
Il palazzo oggi

Palazzo Vidoni Caffarelli è un edificio, di Roma, posto tra Via del Sudario, Piazza Vidoni e Corso Vittorio Emanuele.

Rappresenta uno dei più antichi palazzi rinascimentali e in particolare uno dei pochi ancora esistente, seppure molto modificato ed ampliato, tra quelli costruiti nei primi decenni del XVI secolo, al tempo di Bramante e Raffaello, secondo il prototipo di Palazzo Caprini.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante sia stato attribuito per molto tempo a Raffaello[1], non fu progettato personalmente dal maestro, ma sicuramente da un suo allievo, probabilmente Lorenzo Lotti[2] detto il "Lorenzetto"[3].

Fu costruito tra il 1515 ed il 1536 per Bernardino Caffarelli inglobando edifici pre esistenti appartenenti a una vasta proprietà della famiglia nel rione Sant’Eustachio[4]. La facciata dell'edificio originario corrisponde oggi a una porzione di quella su via del Sudario. La sopraelevazione dell’ultimo piano e i vasti ampliamenti dell'edificio appartengono infatti a fasi di costruzione più tarde.

Nel XVIII secolo, l'edificio dopo vari passaggi [5]arrivò in proprietà al cardinale Vidoni (da cui l'attuale nome) che lo ingrandì, pervenne in seguito alla famiglia Giustiniani Bandini a cui risale l'ultimo ampliamento nel 1886 a seguito dell’apertura di Corso Vittorio Emanuele II, su cui si apre oggi la facciata principale con un impaginato architettonico che imita, con una facciata scandita da paraste, quello della porzione cinquecentesca.

Nel XX secolo fu sede dell'ambasciata di Germania e poi Palazzo del Littorio. Oggi l’edificio è sede del Ministero della Funzione Pubblica.

Patto di Palazzo Vidoni[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 ottobre 1925, agli albori della dittatura, fu firmato a palazzo Vidoni uno storico accordo tra Confindustria e Confederazione delle corporazioni fasciste che di fatto eliminò il sindacato libero.

Caratteri stilistici[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio originario rispecchia un modello e uno stile riferibile non solo a Raffaello ma soprattutto a Bramante e in particolare allo scomparso Palazzo Caprini, residenza di Raffaello. La facciata presentava sette campate[6] con il piano terreno trattato come un basamento bugnato a fasce orizzontali in tufo di colore scuro. Il piano nobile era invece scandito da coppie di semicolonne doriche con soprastante trabeazione, in cui si rinuncia però al conseguente fregio con metope, reso difficoltoso dal raddoppio delle semicolonne, rendendo evidente l'intervento di un progettista meno dotato e personale di Raffaello.[7]

Patrimonio artistico[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo conserva, nella sala "Carlo V", importanti affreschi cinquecenteschi, raffiguranti momenti della vita dell'imperatore, di cui non si conosce l'autore[8] e forse da riferire alla scuola di Perin del Vaga, allievo di Raffaello.
Altri affreschi settecenteschi, un tempo attribuiti a Mengs sono stati di recente attribuiti ad artisti romani del XVIII secolo (Nicola Lapiccola, Bernardino Nocchi, Tommaso Conca, Ludovico Mazzanti. All’interno, nel cortile sono conservate alcune statue romane e una fontana ricavata da un sarcofago del periodo classico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ in una lapide apposta nel cortile del palazzo si può leggere l’attribuzione della costruzione del palazzo all’artista urbinate.
  2. ^ Roberto Luciani (a cura di), Palazzo Caffarelli Vidoni, Roma 2002.
  3. ^ Vasari parla del "disegno" fatto dallo scultore Lorenzo di Lodovico , detto “Lorenzetto” allievo di Raffaello: Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri. Firenze, 1550.
  4. ^ Roberto Luciani (a cura di), Op. cit., Roma 2002.
  5. ^ tra i proprietari, un cardinale Stoppani con il cui nome il palazzo fu noto fino al XIX secolo. Così è richiamato, ad esempio, ancora nella guida Colpo d'occhio a Roma del 1862.
  6. ^ Roberto Luciani (a cura di), Op. cit., Roma 2002.
  7. ^ Lemerle Frédérique , Pauwels Yves, Du bon usage de la frise dorique. Bramante, Raphaël et les ordres in "Mélanges de l'Ecole française de Rome", 1998 n.110-2 pp. 687-702
  8. ^ Roberto Luciani (a cura di), Op. cit., Roma 2002.