Giardino zen

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Esempio di giardino zen

Il più noto dei giardini zen è il karesansui 枯山水, è un giardino tipico della cultura giapponese, i cui gli elementi (acqua, piante, pietre) sono rappresentati in maniera simbolica da pietre e ghiaia. L'acqua viene rappresentata da "fiumi" di ghiaia il cui moto si scontra con l'emergenza dal suolo di grosse pietre dalle forme naturalmente disordinate, allo scopo di simboleggiare il dinamismo delle forme della natura.

Sono usati dai monaci zen giapponesi durante la meditazione. Talvolta ridotti ad una forma da interni in una struttura in legno, i giardini zen in miniatura sono chiamati Bonseki.


Indice

[modifica] Il giardino, i suoi significati, il suo scopo

Il giardino dei templi del Buddhismo zen si pone, come molta arte orientale tradizionale, ai limiti dell’eternità, grazie alla sua capacità di additare quanto nessun ragionamento e tanto meno un'esperienza sensibile potrebbero cogliere, in uno spazio privilegiato in cui ogni cosa pare predisposta per favorire la conquista dell’assoluto da parte della coscienza individuale del monaco buddista.

Nel giardino zen continui artifici tecnici impediscono, a chi entra, la visione del centro e della totalità del giardino. Come in un labirinto, il centro viene intuito, non percepito; ma, a differenza di un labirinto, passeggiando in un giardino zen si ha la sensazione di progredire, e il progresso ha un significato spirituale. Manca il colpo d’occhio consentito, anzi incoraggiato dai giardini rinascimentali, in cui l’ordine geometrico si dà subito, nella sua compiutezza, al visitatore. Non c’è il dominio della ragione, nei giardini orientali, c’è l’amore per l’intrico che va progressivamente dipanato con serenità paziente, per il groviglio – metafora delle passioni e delle vicende umane - che non si lascia mai dominare dalla razionalità o piegare dalla forza fisica, ma attraversare e comprendere con la pazienza risoluta dello spirito.

Eppure nel giardino zen non c’è disordine, c’è un’ordinata e complessa sovrapposizione di piani naturali, che appare assolutamente spontanea ed è invece del tutto artificiale. Ogni cosa è collocata nel suo luogo ideale: la spontaneità non è il punto di partenza ma il risultato finale di un lunghissima, talvolta centenaria opera insieme botanica e religiosa. Persino la forma, il colore e la posizione dei ciottoli in un ruscello e il suono della corrente d'acqua, che tra essi scorre, sono oggetto di attenzioni meticolose, in apparenza estetiche (la bellezza e il piacere che da essa deriva non sono il fine ultimo del giardino) ma essenzialmente metafisiche e spirituali. Suoni, forme, colori, profumi: tutte le sensazioni, in un giardino zen, non si fermano ai sensi che le percepiscono, al corpo che le assapora, ma procedono ben oltre, verso gli spazi interiori della mente, verso i luoghi sgombri di preoccupazioni materiali dell'anima purificata. Sono in primo luogo simboli (la loro stessa bellezza è tale perché simbolica), cioè segni di una realtà di ordine superiore, anticipazioni terrene della beatitudine celeste. Nel giardino zen la natura è interamente sottomessa all'artificio e non per questo appare artificiale, come per esempio intenzionalmente accade nell'arte topiaria occidentale. L'intervento umano, continuo e minuzioso, é volto esclusivamente a cogliere l'essenza di ogni elemento che lo compone, dall'albero più imponente alla più piccola foglia caduta a terra. Come nel Bonsai, nell'Ikebana, nella cerimonia del te o nelle arti marziali giapponesi, si cerca nel giardino un modello ideale di perfezione. Una ricerca che nasconde un sogno: di fermare il tempo, di raggiungere l'immortalità, attraverso un'opera a sua volta mortale. Ma il sogno è destinato a finire: da ciò la tristezza e l'angoscia che ogni giardino racchiude in sé. C'è un tentativo di fermare il tempo, nel giardino zen, di immortalare in un unico istante la beatitudine eterna. Ma il tempo non s'arresta e tutto tristemente scompare.

Un sogno, dicevamo, che contiene in sé un'idea antica e profonda: che un principio divino sia nascosto nella natura e che solo colui che sarà capace di dominarla e di carpirne il segreto potrà arrivare infine alla comprensione ultima. L’amore per la Verità, in questo modo, si intreccia con la lotta ossessiva contro il tempo, nella ricerca di un altrove, prefigurato dal giardino ma estraneo al divenire, in cui la pienezza del principio si rivelerà per ricondurre a sé ogni determinazione. Solo allora, in un istante senza tempo e in un luogo fuori dallo spazio, il monaco potrà cogliere il significato ultimo d'ogni cosa, dell'essere intero, in una illuminazione - satori - che rappresenterà il compimento del suo scopo e la meta di quell'itinerario dell'anima simboleggiato dal giardino. Un percorso interiore, questo, che si proietta nel giardino in un continuo gioco di rimandi simbolici: il ponte, l'albero, la montagna sacra, l'isola degli immortali, il padiglione d'oro, la fenice ... Il tutto orientato - però non in forma geometrica - verso un unico punto centrale, che si pone come luogo finale per eccellenza, traguardo conclusivo sia della gradevole passeggiata nella natura sia del ben più arduo e doloroso pellegrinaggio dell'anima alla volta del bene.

Qui si apre improvviso il giardino di pietra, in cui tutta la vegetazione come per incanto scompare, per lasciare il vuoto di un muro bianco, alla cui base riposa un altrettanto candido lago di ghiaia. La natura rigogliosa, traboccante di luci, colori e forme, rivela, in questa uniformità culminante, il suo essere illusorio: nella silenziosa e spirituale monotonia del giardino di pietra, l'illusione e il fascino dell'universo si consumano e rivelano, agli occhi illuminati del monaco, la loro essenza di vuoto. Finalmente, nel nirvana, nella quiete profonda del nulla, l'anima trova la pace, da cui in fondo non si era mai separata. Nella beatitudine, che si coglie dal sorriso del Buddha e nell'immobilità eterna della pietra, scompaiono il monaco e il giardino, l'anima e la vita e, con essi, tutti i mali che da sempre affliggono, senza distinzione, uomini ed esseri viventi.

[modifica] Tempio di Ryoan-ji

Il più celebre giardino zen è quello di Ryoan-ji, tempio di Kyōto.

Il giardino di ghiaia è stato creato per offrire ai monaci un posto dove meditare, ed è conosciuto per il suo effetto calmante.

[modifica] Disegno

Il giardino zen al tempio Ryoan-ji

Ci sono stati molti tentativi di spiegare il disegno dei giardini zen. Alcuni di questi sono:

  • La ghiaia rappresenta l'oceano e le pietre rappresentano le isole del Giappone
  • Le rocce rappresentano una mamma tigre con i cuccioli che nuota verso un drago
  • Le rocce formano parte del kanji per cuore o mente

Si veda Ryōan-ji per una analisi matematica di un giardino zen

Un recente suggerimento dei ricercatori Gert van Tonder dell'Università di Kyoto e di Michael J. Lyons degli ATR Intelligent Robotics and Communication Labs è che le pietre formino un'immagine subliminale di un albero. Questa immagine non può essere percepita consciamente quando la si guarda; i ricercatori sostengono che la mente subconscia sia in grado di vedere una sottile associazione tra le pietre. Essi ritengono che ciò sia responsabile dell'effetto calmante del giardino.

[modifica] Adattamenti per la progettazione paesaggistica

I concetti della progettazione di un giardino Zen sono stati adattati per la creazione di un paesaggio piantumato in maniera più naturale. nella foto sottostante, un piccolo giardino "Zen" che è parte del Japanese Tea Garden a San Francisco Golden Gate Park. Non visibile in questo scorcio, sul lato sinistro, ci sono numerosi sassi sulla riva del letto di pietruzze, racchiusi da arbusti di bordura.

[modifica] Critiche

Il concetto di giardino zen viene considerato un mito da molti importanti esperti giardinieri giapponesi e da molti esperti di buddismo. Essi sostengono che si tratta di una creazione occidentale della fine del XX secolo, che non ha niente a che fare con la tradizione del giardinaggio giapponese. L'estetica del karesansui o "giardino secco" non è affatto unica dei giardini che si trovano vicino ai templi zen. I giardini secchi si possono trovare fuori da case, ristoranti e alberghi. Similarmente, i giardini attorno ai templi zen possono avere molti stili differenti, e i giardini secchi sono solo uno di questi.

Il termine "giardino zen" apparve per la prima volta nel libro del 1935 di Loraine Kuck, intitolato One Hundred Kyoto Gardens. Il primo uso del termine in lingua giapponese non apparve su stampa fino al 1958. Ciò può implicare che qualche studioso giapponese possa aver semplicemente seguito l'uso occidentale, adottando il concetto in voga di "giardino zen", perché già utilizzato dagli stranieri.


Il libro Themes, Scenes & Taste in the History of Japanese Garden Art di Wybe Kuitert, pubblicato nel 1988, contesta fortemente la correlazione fra Zen e karesansui:

« Kuck confonde la sua interpretazione del giardino Zen (XX secolo) storicamente determinata, con un antico giardino appartenente ad una cultura completamente diversa. Questo falsa la sua interpretazione.
... (il giardino medievale) trovava la sua collocazione nei templi Zen e nelle residenze dei guerrieri perché ne aumentava il prestigio culturale. Che la sua valutazione fosse determinata da elementi religiosi, piuttosto che di 'forma' è discutibile. »

Inoltre Kuitert parla del giardino Zen da una prospettiva Buddista: "(dal punto di vista di Dogen) il miglior giardino per rappresentare il Sermone del Buddha sarebbe il nulla. O perlomeno non sarebbe sicuramente stato un giardino esteticamente gradevole, il quale avrebbe solamente distratto da una reale ricerca dell'Illuminazione." Kuitert si mostra ancora più critico traducendo i commenti a Toh-ji di un monaco dell'era Muromachi: “Chi pratica lo Zen non deve costruire giardini. In una sutra è detto che il Bodhisattva Makatsu, volendo meditare, per prima cosa abbandonò totalmente le cose di questo mondo, tanto il far affari e ottenere profitti quanto il coltivare piante..."

L'opinione che i monaci Zen usino i giardini per la meditazione è smentita dal fatto che in Giappone i monaci Zen meditano quasi sempre al chiuso, sia di fronte ad un muro (Soto Zen) sia di fronte al centro della stanza (Rinzai Zen), e non di fronte ad un paesaggio. Dunque le foto di monaci giapponesi che meditano su giardini di ghiaia sono verosimilmente delle messe in scena [1].

[modifica] Avviso per il lettore

Le note citate sopra presuppongono un'interpretazione troppo letterale del termine Giardino Zen. Il termine si riferisce al fatto che questo stile di giardino si è sviluppato nei templi Rinzai Zen con alcuni dei più importanti progettisti, come Muso Soseki e Soami, i quali erano monaci o praticanti lo Zen. Inoltre lo stile dei giardini Zen tradizionali si è sviluppato durante un periodo della storia giapponese in cui le pratiche culturali associate al buddismo Zen, come la calligrafia e la pittura di paesaggi, erano molto praticate e andavano aumentando la loro influenza nell' arte giapponese. Questa influenza si diffuse più ampiamente nella cultura giapponese, ecco perché questo stile di giardinaggio, che ebbe origine nei templi Zen, si trova in case, uffici e ristoranti.

C'è naturalmente una varietà di opinioni sul rilievo che questi giardini assumono nella pratica Buddista, tuttavia non si può negare che il loro sviluppo è strettamente associato con i templi Rinzai Zen, in particolare modo gli enormi e intricati templi di Kyoto.

[modifica] Immagini

[modifica] Note

  1. ^ Journal of Japanese Gardening

[modifica] Altri progetti

Strumenti personali