Fosforite

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Fosforite
Phosphorit (Staffelit) - Staffel Lahngebiet.jpg
Categoria roccia sedimentaria
Sottocategoria roccia organogena - roccia chimica
Minerali principali Staffelite varietà carbonatica dell'Apatite
Struttura botroidale
Utilizzo fonte di fosfato
Affioramento Staffel, Germania

La fosforite è una roccia sedimentaria non clastica che presenta alte concentrazioni dei minerali del fosforo. Il contenuto di fosfato della fosforite deve essere almeno del 15-20% che la distingue dalla media delle rocce sedimentarie che hanno un contenuto di fosfato inferiore allo 0,2%[1] Il fosfato è presente come fluorapatite Ca5(PO4)3F, tipicamente in masse criptocristalline (cristalli inferiori ad 1 μm) varietà definite localmente collofane[1] o staffelite. Un altro minerale rilevante è l'idrossiapatite Ca5(PO4)3OH, spesso di origine organogena mentre la fluorapatite è di origine idrotermale. Un'altra fonte di fosforite può essere la lisciviazione di rocce ignee e metamorfiche. Le fosforiti costituiscono strati estesi complessivamente decine di migliaia di chilometri quadrati nella crosta terrestre.[2]

Le fosforiti si associano comunemente ai calcari ed alle argille.[3] Le fosforiti sono presenti in strati laminati dal marrone scuro al nero aventi potenze da centimetriche a metriche. Gli strati di rocce fosfatiche sono comunemente intercalati con scisti, selci, calcari, dolomie e, a volte, arenarie.[3] Gli strati presentano le stesse strutture dei calcari fini e spesso rappresentano una sostituzione diagenetica dei minerali carbonatici con i fosfati.[3] Le fosforiti sono note dal Proterozoico delle Banded iron beds (letteralmente orizzonti ferriferi a bande) australiane, ma sono più comuni nei sedimenti del paleozoico e cenozoico. Una formazione rilevante è la Phosphoria Formation del permiano nord americano che copre, con uno spessore massimo di 420m, 350.000Km2 ed un intervallo deposizionale di 15 milioni di anni.[1] Le fosforiti sono coltivate commercialmente negli Stati Uniti, Francia, Belgio, Spagna, Marocco, Tunisia, Algeria..[4]


Fosforiti primarie di origine marina[modifica | modifica sorgente]

Tutti i sedimenti marini, in particolar modo quelli carbonatici, contengono una percentuale di fosfato e, in particolari condizioni, questa percentuale può aumentare notevolmente (calcari fosfatici) e più raramente raggiungere anche una concentrazione tale da poter essere sfruttata da un punto di vista economico.

I depositi fosfatici sfruttati economicamente solitamente sono il risultato di una lisciviazione selettiva del CaCO3 o della estrazione di fosfato dai livelli più alti seguita dalla concentrazione delle acque liscivianti verso il basso. La presenza di idrocarburi e glauconite in molti fosfati primari suggerisce l'ipotesi che tali detriti si siano formati in condizioni anaerobiche. Le condizioni favorevoli alla deposizione dei fosfati è evidentemente rara, dal momento che non sono comuni nei sedimenti.

Fosforiti organogene[modifica | modifica sorgente]

In numerosi orizzonti sedimentari si trovano accumuli locali di ossa, denti, scaglie e coproliti. È possibile che la lisciviazione di questi orizzonti possa talvolta dar luogo alla fosfatizzazione di strati calcarei che si trovano a un livello inferiore rispetto a tali orizzonti.

Guano[modifica | modifica sorgente]

Accumuli di deiezioni di uccelli marini o pipistrelli; generalmente si rinvengono sulle isole oceaniche, o, nel caso di guano di pipistrello, nelle caverne molto ampie. per la sua formazione richiede un clima secco e probabilmente per la natura debolmente acida degli escrementi anche calcari sottostanti talvolta vengono fosfatizzati.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c H. Blatt, R.J. Tracy, Petrology, Freeman, 1996, 2nd ed. pp. 345-349 ISBN 0-7167-2438-3
  2. ^ C.Michael Hogan. 2011.Phosphate. Encyclopedia of Earth. Topic ed. Andy Jorgensen. Ed.-in-Chief C.J.Cleveland. National Council for Science and the Environment. Washington DC
  3. ^ a b c D.R. Prothero, Sedimentary Geology An Intro to Sedimentary Rocks and Straitagraphy Second Edition. W.H. Freeman and Company New York. 265-269, 1996.
  4. ^ Klein, Cornelis and Cornelius S. Hurlbut, Jr., Manual of Mineralogy, Wiley, 1985, 20th ed., p. 360, ISBN 0-471-80580-7

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