Enûma Eliš

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Marduk, dio poliade di Babilonia, in una immagine proveniente da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C., e dedicato al dio dal re babilonese Marduk-zâkir-šumi (regno: c. 854-819 a.C.). Secondo l'iscrizione che accompagna il manufatto, esso doveva comporsi in oro ed essere appeso alla statua del dio posta nel tempio di Marduk, l'Esagila, a Babilonia. Fu rinvenuto nei resti di una casa di un artigiano di monili del periodo partico. Marduk è qui accompagnato dal serpente-drago con corna Mušhuššu (lett. "Serpente terribile"). Con la mano sinistra regge il listello e la corda, strumenti della giustizia. Il suo corpo è adornato da simboli astrali.
Il nome Marduk è attestato già in antiche fonti sumeriche (ad esempio nella Lista degli dèi rinvenuta ad Abu Salabikh) nella forma di d amar.UD (o AMAR.UTU) nel probabile significato di "Giovane toro del dio Sole" o "Giovane discendente del dio Sole", il segno AMAR può indicare infatti ambedue i significati, mentre UD/UTU sta a significare il Sole). Ma il nome con cui viene più frequentemente indicato tale dio in lingua accadica, e quindi assira e babilonese, è Bēl (bēlu; resa del sumerico: en), col significato di "Signore". Con il poema teogonico e cosmogonico dell'Enûma Eliš, risalente probabilmente al XII secolo a.C. egli assurge a guida dell'intero Universo. Nella pietà religiosa babilonese egli possiede un ruolo preminente e fondamentale.
« O Marduk guerriero, la cui ira è (come) il diluvio,
ma il cui perdono è quello di un padre misericordioso.
Parlare senz'essere ascoltato mi ha privato del sonno,
gridare senz'avere risposta mi ha tormentato:
mi ha fatto svanire le forze del cuore,
mi ha incurvato come se fossi un vecchio.
O Marduk, grande signore, dio misericordioso,
gli uomini, per quanti essi sono,
chi li può comprendere nella loro realtà?
(Anche) tra i non negligenti, chi non si è (mai) reso colpevole? Chi è colui che comprende le vie di un dio?
Che io possa badare a non commettere colpe!
Che io possa incessantemente cercare le sedi della vita!
L'umanità è destinata dagli dèi ad operare nella maledizione,
a sostenere la mano divina (che pesa) sull'uomo. »
(Preghiera penitenziale a Marduk, a mano alzata (šu-íl-lá), 1-16. Testo cuneiforme: King, BMS, n.41; Ebeling, LKA n.61. Trascrizione e traduzione Ebeling AGH 72-75 e SAHG 298-300. Traduzione in italiano di Luigi Cagni)
Particolare di un kudurru in calcare del re cassita Meli-Šipak II (XII sec. a.C.), raffigurante un serpente-drago con corna (Mušhuššu, lett. "Serpente terribile") e una vanga appuntita (marru), simboli del dio Marduk (conservata al Museo del Louvre di Parigi).

L'Enûma Eliš (in italiano "Quando in alto"[1], in cuneiforme: Enuma Elish.jpg) è un poema teogonico e cosmogonico, in lingua accadica, appartenente alla tradizione religiosa babilonese, che tratta in particolar modo del mito della creazione e le imprese del dio Marduk[2], divinità poliade della città di Babilonia (Babylōnía, greco antico; in accadico Bābilāni, da Bāb-ili che rende l'antico nome sumerico KA.DIN.GIR.RA, col significato di "Porta del Dio"[3], la città amorrea fondata nel XIX secolo a.C.).

L'Enûma Eliš veniva recitato, o forse cantato[4], durante l'Akītu (in sumerico: A2.KI.TIL3, cuneiforme Cuneiforme A-ki-til.JPG, col significato di "forza che fa rivivere il mondo"[5]; nome sumerico della festività, anche Zagmuk), la festa di inizio del Nuovo Anno di Babilonia, segnatamente il quarto giorno degli undici prescritti, nel mese di Nisān (Nissanu)[6][7][8].

Indice

Origine del poema e sua datazione[modifica | modifica wikitesto]

L'opera risale al periodo di Nabucodonosor I di Babilonia (Nabû-kudurrī-uṣur I, XII a.C.; secondo la cronologia media[9]).

« La composizione dell'Enûma Eliš era stata per molto tempo, in mancanza di ulteriori prove, fatta risalire all'epoca di Hammurabi (1729-1750 a.C.). Oggi si è però deciso, in base a solide ragioni che vedremo più avanti, di abbassarne la datazione di circa mezzo millennio. »
(Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dèi della Mesopotamia, Milano, Mondadori, 2012, p.641)
« Manoscritti del mito si sono trovati nei siti più diversi dell'Assiria e della Babilonia; essi coprono un periodo che va pressappoco dall'anno 1000 al 300 a.C., sicché possiamo ritenere con una certa sicurezza che la sua data di componimento è veramente recente, cioè l'ultimo periodo della civiltà mesopotamica. »
(Giovanni Pettinato. Mitologia assiro-babilonese, Torino, UTET, 2005, p.101)

Le origini dell'opera sono sconosciute (le versioni pervenute sono tutte tarde, del I millennio a.C.: in particolare, sono sopravvissute, tra le altre, copie assire dalla Biblioteca di Assurbanipal, ma anche copie degli studenti che si istruivano per diventare scribi[10]). La sua scoperta è datata al 1875, grazie all'assiriologo britannico George Smith (1840-1876), peraltro il primo assiriologo a individuare il Poema di Atraḫasis.

Tuttavia Mario Liverani osserva come già nella Babilonia di Hammurabi (Ḫammurapi I) si sia avviata una riforma religiosa a vantaggio delle divinità astrali (come Šamaš, Adad o Ištar) con un ridimensionamento di quelle sumeriche; in tal senso la Babilonia si indirizza a far assurgere il suo dio poliade, Marduk, al vertice divino, tale ultima opera, tuttavia, «troverà piena attuazione solo con Nabucodonosor I, mezzo millennio dopo Hammurabi.»[11].

« Un secondo filone è quello della collocazione di Marduk al centro dell'immaginario cosmogonico e cosmologico, in sostituzione di Enlil e in parziale identificazione con lui. Ma questa operazione, consegnata al poema cultuale detto Enûma Eliš ("Quando in alto" dalle parole iniziali), recitato nella festa del Nuovo Anno babilonese, si realizzerà per quanto ne sappiamo, solo con Nabucodonosor I »
(Mario Liverani, Antico Oriente, 2011, pp. 355-6)

Le caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

L'Enûma Eliš si compone di sette tavole di circa 150 versi ognuna per complessivi 1.100 versi circa. Da notare, elemento di grande rilievo, che tutte le copie giunte a noi corrispondono esattamente nella loro stesura sia nel testo che dal punto di vista grafico, il che denuncerebbe, secondo gli studiosi Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer[12], la grande importanza che possedeva questa opera per la cultura religiosa babilonese. Di evidenza anche il fatto che quando gli scribi assiri riporteranno tale opera nelle loro versioni manterranno il testo inalterato, pur modificando il nome di Marduk, dio poliade di Babilonia, con Assur (Aššūr), dio poliade della omonima capitale assira.

Il testo[modifica | modifica wikitesto]

Tavola I[modifica | modifica wikitesto]

La teogonia: versi 1-20[modifica | modifica wikitesto]

I primi versi del poema (I, 1-9) sono:

(AKK)

« e-nu-ma e-liš la na-bu-ú šâ-ma-mu
šap-liš am-ma-tum šu-ma la zak-rat
ZUAB ma reš-tu-ú za-ru-šu-un
mu-um-mu ti-amat mu-al-li-da-at gim-ri-šú-un
A-MEŠ-šú-nu iš-te-niš i-ḫi-qu-ú-šú-un
gi-pa-ra la ki-is-su-ru su-sa-a la še-'u-ú
e-nu-ma DINGIR-DINGIR la šu-pu-u ma-na-ma
šu-ma la zuk-ku-ru ši-ma-tú la ši-na-ma
ib-ba-nu-ú-ma DINGIR-DINGIR qê-reb-šú-un
 »

(IT)

« Quando (enu) in alto (eliš) il Cielo non aveva ancora un nome,
E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l'antico, il loro creatore,
E la creatrice-Tiāmat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i prati non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei. »

(Tavola I, vv. 1-9)

All'origine di ogni cosa vi sono dunque due princìpi divini: Apsû e Tiāmat. Apsû (l'Abzu, ZU.AB, sumerico) è l'Abisso, le Acque dolci dell'Abisso, padre di tutto il Cosmo; Tiāmat è l'Acqua salata del mare[13], madre di tutto il Cosmo. Da questi due princìpi divini vengono ad essere gli altri dèi. Questi dèi, nel prosieguo della I Tavola, sono Laḫmu e Laḫamu[14][15], e mentre questi due dèi primordiali crescono, ecco venire Anšar ("l'insieme del Cielo") e Kišar ("l'insieme della Terrà"). Segue Anu (l'An sumerico, il dio Cielo), figlio di Anšar[16] e Kišar, e a loro eguale. Anu genera Nudimudd ("Generatore degli uomini", inteso come appellativo di Ea, l'Enki sumerico), colui che controlla i suoi padri, più potente del padre di suo padre Anšar, non ha eguali tra i suoi fratelli.

I nuovi dèi disturbano Apsû e Tiāmat, Apsû si prepara per ucciderli: versi 21-54[modifica | modifica wikitesto]

Gli dèi generati da Tiāmat e Apsû disturbano i propri genitori con i loro rumori e le loro divine danze. Questi giovani dèi portano scompiglio nell'Anduruna (anche Andurunna, lett. "dove abita il dio Anu", ovvero il Cosmo). Apsû convoca il proprio paggio Mummu[17] e si reca da Tiāmat denunciando il proposito di uccidere i giovani dèi. Tiāmat, pur disturbata anch'essa dal loro clamore, lo invita a riflettere sul fatto che non si può distruggere ciò che si è creato e lo invita a educarli con dolcezza. Mummu interviene spronando invece Apsû a uccidere i giovani dèi, recuperando in questo modo la propria tranquillità e quindi il silenzio primordiale.

Ea, il dio figlio di Anu, uccide Apsû e si stabilisce nelle Acque abissali con la propria paredra Damkina, generando il dio Marduk: versi 55-84[modifica | modifica wikitesto]

I giovani dèi vengono a conoscenza delle intenzioni di Apsû e si ammutoliscono nella paura; ma tra questi, Ea, il più intelligente, predispone un incantesimo e recitandolo lo diffonde sulle acque, facendo così addormentare Apsû, quindi priva della corona e dello splendore divino (accadico: melammû; la radiosità terrificante che promana dalla figura divina mesopotamica) il dio primordiale e, dopo averlo costretto in catene, lo uccide. Quindi, Ea, imprigiona il paggio di Apsû, Mummu. Compiute queste gesta, Ea stabilisce nelle Acque dell'Abisso la propria residenza, indicandole con lo stesso nome del dio primordiale che aveva appena ucciso: Apsû. Lì vive ora Ea con la propria paredra, Damkina[18].

E nell'Apsû, Ea e Damkina generano il dio Marduk[19]:

(AKK)

« ina kiṣṣi šimāti atmān uṣurāti
lēʾû lēʾûti apkal ilāni bēlu ittarḫema »

(IT)

« Nella cella dei destini, nella stanza degli archetipi[20]
fu generato il più saggio dei saggi, il più intelligente degli dèi, Bel. »

(Tavola I, vv. 79-80. Traduzione Giovanni Pettinato)

La gloria di Marduk: versi 85-104[modifica | modifica wikitesto]

In questa parte della I Tavola viene esaltata la figura del nuovo dio, in particolare nella riga 92 (šu-uš-qu ma-'diš UGU-šú-nu a-tar mim-mu-šu) esso viene indicato come "superiore per le sue qualità agli altri [dèi]". Quattro sono i suoi occhi e quattro gli orecchi, dalle sue labbra fuoriescono le fiamme. Di enormi fattezze e di incomparabile forza, il suo sguardo abbraccia ogni cosa, possiede lo "splendore" di dieci dèi, cinquanta "terrori" sono raccolti in lui.

Marduk provoca con i quattro venti Tiāmat, la madre del Cosmo si prepara allo scontro: versi 105-162[modifica | modifica wikitesto]

Il padre Anu regala al divino Marduk i quattro venti che ha appena generato, il figlio li fa turbinare creando nuovamente scompiglio. Marduk spazientisce Tiāmat. Tiāmat è sconvolta, e alcuni dèi le ricordano come non sia intervenuta mentre Ea uccideva Apsû e imprigionava Mummu, il suo paggio, e questo ha permesso la genesi dei venti e la sua solitudine. Quindi la invitano a liberarli da questo fardello. La progenitrice Tiāmat si decide per la guerra con gli dèi che la sostengono. Quindi Ḫubur[21] consegna loro armi terribili e inizia a generare draghi giganteschi rendendoli simili agli dèi. Quindi genera undici differenti specie di creature mostruose: girtablullû (gli "uomini scorpione"), uridimmu (gli "uomini leone" o meglio "uomini cane feroce"[22]), kulullû (gli "uomini pesce"), kusarikku (gli "uomini toro"), lahamu (gli "eroi pelosi"), ūmu dabrutū (le "tempeste terribili"), mušmahhu, ušumgallu e bašmu (tre differenti tipi di "serpente con corna"), mušhuššu (il "serpente-drago"), ugallu (i "demoni leone"). Tra i suoi figli divini, Tiāmat sceglie Kingu (anche Qingu) che pone a capo dell'armata, facendolo suo sposo (verso 155). Tiāmat pone quindi Kingu a capo di tutti gli dèi, ponendo sul suo petto la "Tavola dei Destini" (accadico: ṭup šīmātu; sumerico: DUB.NAM.(TAR).MEŠ. Verso 157: id-din-šum-ma ṭuppi šīmāti i-ra-tuš ú-šat-mi-ih), consegnandogli in questo modo la dignità che era di Anu (verso 159).

Tavola II[modifica | modifica wikitesto]

Ea informato dei preparativi di Tiāmat, conferisce con il padre Anšar che lo invita a incontrare Tiāmat, ma Ea si ritira: versi 1-90[modifica | modifica wikitesto]

Il dio Ea viene a sapere dei preparativi di Tiāmat, infuriato si reca dal padre Anšar. Anšar gli risponde che l'unico responsabile della furia di Tiāmat è lui, Ea, che ha ucciso Apsû. Ea replica che non era a conoscenza di ciò che avrebbe causato, ma la morte di Apsû era stata determinata da precise circostanze. Anšar viene convinto dalle risposte di Ea e quindi lo invita a recarsi dalla progenitrice per calmarla con i suoi incantesimi. Ea si reca verso Tiāmat ma si rende subito conto che non è in grado di sconfiggerla con i suoi scongiuri, quindi torna da Anšar.

Dopo Ea, Anu tenta di sconfiggere Tiāmat: versi 91-136[modifica | modifica wikitesto]

Anšar convoca il proprio figlio, dio Cielo Anu, e lo invita a recarsi al cospetto di Tiāmat, ma anche Anu si rende conto che la potenza della dea madre del Cosmo è troppo grande per lui e si ritira. Tutti gli dèi si ammutoliscono e nessuno vuole muovere contro Tiāmat.

Il figlio di Ea, il dio Marduk, su consiglio del padre si reca al cospetto di Anšar: versi 137-162[modifica | modifica wikitesto]

Ea convoca il figlio Marduk e lo invita a recarsi da Anšar, offrendosi contro Tiāmat. Anšar accetta l'offerta di Marduk rallegrandosi, e lo sprona a sconfiggere la dea madre. Marduk chiede, tuttavia, la convocazione dell'assemblea degli dèi nell'Ubšukkinakku[23] di modo che, in quella sede, gli sia concessa la regalità su tutti gli dèi.

Tavola III[modifica | modifica wikitesto]

Gli dèi decidono di affidare il destino di gloria a Marduk: versi 1-138[modifica | modifica wikitesto]

Anšar invia il suo paggio Kaka al cospetto degli antichi dèi Laḫmu e Laḫamu per metterli al corrente delle gravi vicende, ovvero l'odio di Tiāmat, e di alcuni dèi con lei schierati, contro il restante mondo divino. Odio che era giunto a privare della dignità regale il padre Anu conferendola a Kingu, il generale delle schiere di Tiāmat. Gli dèi riuniti nell'Ubšukkinakku si decidono quindi per un destino di gloria per Marduk, affinché egli sconfigga la progenitrice divina.

Tavola IV[modifica | modifica wikitesto]

L'assemblea degli dèi e le prove del dio Marduk: versi 1-34[modifica | modifica wikitesto]

Gli dèi riuniti in assemblea decidono il destino del dio Marduk, un destino che lo pone alla loro guida consegnandogli la supremazia sul Cosmo:

(AKK)

« ištu ūmimma lā inninnâ qibītka
šušqu u šušpulu šī lū šūka
lū kīnat ṣit pîka lā sarar siqarka
mammân ina ilāni ītukka lā ittiq
zanānūtum eršat parak ilānīma
ašar sagîšunu lū kūn ašrukka
Marduk attāma mutīru gimillini
niddinka šarrūtum kiššat kāl gimrētī
tišabma ina ukkinni lū šaqâta amatka
kakkīka aj ippalṭū liraʾʾisū nakrīka
bēlum ša taklūka napištāšu gimilma
u ilāni ša lemnēti īḫuzū tubuk napšatsu »

(IT)

« D’ora in avanti il tuo verdetto non deve essere più cambiato;
è in tuo potere l'innalzare e l'umiliare
la tua parola è efficace, il tuo comando non può più essere contraddetto;nessuno degli dèi oltrepasserà più il confine da te stabilito.
Per le abitazioni degli dèi sarà richiesto l’approvvigionamento,
affinché tu nei luoghi di culto, trovi posto!
Tu sei Marduk, il nostro vendicatore,
noi ti abbiamo conferito la regalità sulla totalità dell'universo intero;
prendi posto nell'assemblea: là la tua parola sia preminente .
Le tue armi non devono fallire, ma colpire i tuoi nemici!
Bel[24], a chi confida in te, risparmia la sua vita,
ma annienta il dio che ha tramato il male! »

(Tavola IV, vv. 7-18; Traduzione di Giovanni Pettinato)

Gli dèi quindi chiedono a Marduk di far scomparire e poi riapparire una costellazione, Marduk supera questa prova e loro lo proclamano re, invitandolo a staccare la testa alla progenitrice divina Tiāmat.

Marduk si arma: versi 35-64[modifica | modifica wikitesto]

Marduk si prepara allo scontro con Tiāmat e si arma di arco e frecce, mazza e fulmini, lingue di fuoco avvolgono il suo corpo, con una rete intende catturare gli intestini della progenitrice divina. Dispone i quattro venti, dono del dio Anu, altri sette venti e tempeste crea, dispone i suoi quattro destrieri e il suo terribile carro. Si copre con un mantello che in realtà è una corazza. Sul suo capo pone lo splendore terrificante. Nella bocca serra un incantesimo e nella mano stringe una pianta contro il veleno di Tiāmat. Tutti gli dèi si pongono al suo fianco.

Lo scontro tra Marduk e Tiāmat e l'uccisione della divina progenitrice: versi 65-134[modifica | modifica wikitesto]

Marduk solleva il Ciclone e lo scaglia contro Tiāmat accusandola di essere senza pietà contro i propri figli, anche se questi erano molesti. Accusa Tiāmat anche di aver privato Anu della sua dignità e di essere stata malvagia nei confronti del re degli dèi, Anšar. Tiāmat scatena la sua rabbia cercando di inghiottire Marduk, ma quest'ultimo le getta addosso il Vento cattivo che le impedisce di chiudere la bocca. Così altri venti entrano nel suo intestino; Marduk scocca quindi la freccia fatale che lacera il ventre alla progenitrice divina, quindi le strappa gli intestini e le perfora il cuore. Uccisa Tiāmat, Marduk monta sul suo cadavere. Poi cattura l'esercito della divina progenitrice e, dopo averlo privato della Tavola dei Destini, annovera Kingu tra gli dèi morti. Quindi taglia le vene di Tiāmat affinché il sangue scorra verso l'alto per comunicare al Cosmo la sua vittoria.

Marduk seziona il cadavere di Tiāmat per creare il mondo: versi 135-146[modifica | modifica wikitesto]

Marduk osserva il cadavere di Tiāmat (i-nu-úḫ-ma be-lum šá-lam-taš i-bar-ri: «Bel si riposò mentre ne studiava il cadavere» IV, 135), poi lo taglia in due, come un pesce essiccato (iḫ-pi-ši-ma ki-ma nu-un maš-ṭe-e a-na ši-ni-šu IV, 136). Con una parte crea il cielo, avendo cura di tendere la pelle affinché non cada l'acqua. Poi misura l'Apsû dove costruisce l'Ešarra e vi fa accomodare Anu, Enlil ed Ea, nei loro templi.

Tavola V[modifica | modifica wikitesto]

L'opera di creazione del Cosmo da parte di Marduk: versi 1-76[modifica | modifica wikitesto]

Marduk crea le collocazioni stellari per gli dèi, inserendo le stelle Lumašu (ú-ba-áš-šim man-za-za an DINGIR.DINGIR GAL.GAL/MUL.meš tam-šil-šu-nu lu-ma-ši uš-zi-iz: «Egli creò la postazione celeste per i grandi dèi/ e vi applicò le stelle Lumašu, che sono il modello di tutte le (altre) stelle.» V, 1-2), limitandone i confini e stabilendo l'anno. Quindi indica la collocazione celeste di Neberu, decidendo in questo modo la distanza tra le stelle. Crea Nanna (il dio Luna, Sîn, Nanna-Suen) affidandogli la notte e incoronandolo, stabilendone il movimento che decide i giorni sulla Terra in coordinamento con il dio Sole (Šamaš). «La saliva di Tiāmat [...]/Marduk fece [...]/egli raccolse e ne fece nuvole» (V, 46-48). Quindi apre il cranio di Tiāmat riempendone la cavità di acqua e così facendo fa sgorgare dai suoi occhi i fiumi Tigri ed Eufrate. Nel petto della divina progenitrice predispone le montagne, poi piega la sua coda e la lega al Durmaḫ[25]. Allo stesso modo ne dispone il sedere per ancorare il cielo. La restante metà di Tiāmat la stende e la rende Terra. Compiuta l'opera con Tiāmat, Marduk fece venire ad essere "il tutto". Rinnovata la creazione, Marduk stabilisce le regole e le affida al padre Ea. Dona la Tavola dei destini ad Anu (V, 70). Le undici creature di Tiāmat vengono da Marduk catturate: distrutte le loro armi e incatenati i loro piedi, predispone le loro immagini che appende come monito all'ingresso dell'Apsû.

L'intronizzazione di Marduk: versi 77-116[modifica | modifica wikitesto]

Il giubilo degli dèi per la vittoria di Marduk è grande. Accorrono festosi. Anšar proclama Marduk "re vincitore" (v.79).

(AKK)

« paḫrūma Igigî kalīšunu uškīnūš
Anunnakī mala bašū unaššaqū šēpēti
innindūma puḫuršunu labāniš appi
[...] izizū iknušū annāma šarru »

(IT)

« Gli Igigi si radunarono e gli resero omaggio
ciascuno degli Anunnaki baciò i suoi piedi.
Essi tutti [si radunarono] per dimostrare la loro sottomissione
si risollevarono [ ] e si inchinarono (nuovamente dicendo:): "Ecco il re!" »

(Tavola V, vv. 85-88)
(AKK)

« Laḫmu u Laḫāmu [ ]
īpušūma pâšunu izakkarū an ilāni Igigî
pānāma Marduk māru naramni
inanna šarrakun qibītsu qālā
šanīš izzakrūma iqbû puḫuršun
Lugal-dimmer-ankia zikrāšu šuāšu tiklāšu »

(IT)

« Laḫmu e Laḫamu [ ]
aprirono la loro bocca e così [dissero] agli dèi-Igigi:
"Prima Marduk era il nostro amato figlio,
ora egli è il vostro re; prestate attenzione al suo comando!"
Dopo di che parlarono essi, tutti insieme:
"Il suo nome è Lugaldimmerankia (='Re degli dèi di cielo e terra') confidate in lui!" »

(Tavola V, vv. 107-112)

Babilonia: versi 117-156[modifica | modifica wikitesto]

Marduk parla ai suoi progenitori divini e gli comunica l'intenzione di edificare la sua casa sopra l'Apsû e sotto il Cielo. Lì, in mezzo, egli vuole costruire la sua casa e intende chiamarla Babilonia, "la casa dei grandi dèi" (verso 129: lubbīma šumšu Bābilim bītāt ilānim rabiūtim), e lì intende organizzare la sua festa.

Tavola VI[modifica | modifica wikitesto]

La creazione dell'uomo: versi 1-44[modifica | modifica wikitesto]

Ottenuta l'approvazione degli dèi, Marduk concepisce cose meravigliose. Parla con Ea e gli comunica l'intenzione di creare Lullu (dal sumerico: LU2.LU7, LÙ.U18/19.LU, il "primo uomo") e chiamarlo "uomo" (verso 6: lušzizma Lullâ lū amēlu šumūšu), coagulando il suo sangue e formandogli le ossa. Marduk vuole creare Lullu, l'uomo, affinché gli sia destinata la fatica che prima competeva agli dèi. Ea gli risponde che uno degli dèi deve perire per poter creare l'uomo, allora Marduk, re degli dèi, convoca gli Anunnaki e gli chiede chi abbia aizzato Tiāmat provocando la guerra divina; gli Igigi gli rispondono che è stato Kingu e conducono, legato, lo sposo di Tiāmat al cospetto di Ea, quindi gli aprono le vene: con il sangue di Kingu Ea crea l'umanità addossando a quest'ultima il lavoro che prima spettava agli dèi. Marduk suddivide quindi gli dèi: 300 Anunnaki stabilisce nel Cielo, 300 li organizza per far funzionare la Terra (versi 41-44).

Gli Anunnaki costruiscono Babilonia: versi 45-120[modifica | modifica wikitesto]

Gli Anunnaki intendono mostrare riconoscenza a Marduk per averli liberati dal pericolo. Per questa ragione Marduk li invita a costruire la città di Babilonia. Gli Anunnaki impugnano allora le zappe e fabbricano i mattoni, costruiscono la cima di Esagila e la grande Ziggurat, realizzando infine i santuari. Quindi i 300 Igigi del cielo e i 600 dell'Apsû lì si raccolgono tutti. Marduk organizza un banchetto con i cinquanta dèi maggiori, invitandoli a permanere gioiosamente in Babilonia, la loro residenza (annam Babīli šubat narmēkun nugā ašruššu ḫidūtāšu tišbāma); di rimando gli dèi gli conferiscono la regalità, ricordando:

(AKK)

« lū zizama ṣalmāt qaqqadīm ilāni
nâši mala šumi nimbū šū lū ilni »

(IT)

« Se anche le Teste Nere[26] dovessero venerare un altro dio,
è egli il dio di ciascuno di noi. »

(Tavola VI, vv. 119-120)

Tavole VI e VII[modifica | modifica wikitesto]

I cinquanta nomi di Marduk (Tavola VI: 121-166; Tavola VII: 1-144)[modifica | modifica wikitesto]

Gli dèi riuniti in assemblea decidono di pronunciare i 50 nomi del re degli dèi Marduk.

  1. Marduk: così lo chiamò il padre Anu fin dalla nascita.
  2. Marukka: è il dio che li ha creati, dando pace agli dèi.
  3. Marutukku: sostegno del paese, della città e delle popolazioni.
  4. Maršakušu: portato all'ira, ma pur sempre tollerante.
  5. Lugal-dimmer-ankia: è il nome con cui ci rivolgiamo a lui, "re degli dèi di cielo e terra".
  6. Nari-lugal-dimmer-ankia: si prende cura degli dèi.
  7. Asallūḫi: è spirito protettivo per dio e paese.
  8. Asallūḫi-namtila: ancora una volta lo si chiama dio che dona la vita.
  9. Asallūḫi-namru: ancora per la terza volta, il dio che purifica la nostra condotta. Così lo indicarono Anšar, Laḫmu e Laḫamu.
  10. Asari: che crea il terreno agricolo, l'orzo e le piante, che fa crescere l'erba.
  11. Asar-alim: il suo consiglio è stimato e ben accolto, gli dèi lo seguono e lo temono.
  12. Asar-alim-nuna: il venerato, che guida le decisioni di Anu, Enlil ed Ea.
  13. Tutu: egli organizza il loro rinnovo e può purificare i loro santuari.
  14. Tutuzi'ukkinna: creò per gli dei il puro cielo, stabilendo le loro postazioni.
  15. Tutuziku: il dio del soffio benefico che opera la purificazione.
  16. Tutu'agaku: il misericordioso nel cui potere è la resurrezione.
  17. Tutuku: colui che ha estirpato ogni male con il suo scongiuro.
  18. Šazu: colui che non fa fuggire i malvagi e che ha diffuso la verità.
  19. Šazu-Zisi: colui che piega gli aggressori.
  20. Šazu-Suḫrim: colui che cancellò i nemici con le armi.
  21. Šazu-Suḫgurim: sradicò i nemici, cancellandone la discendenza.
  22. Šazu-Zaḫrim: cancella i ribelli e i disobbedienti.
  23. Šazu-Zaḫgurim: annientò i nemici.
  24. Enbilulu: signore che fornisce la ricchezza, che tiene in ordine i pascoli, che mette in funzione i canali e li fornisce d'acqua.
  25. Enbilulu'epadun: signore delle pianure e dei canali.
  26. Enbilulu-Gugal: signore dei canali, signore dell'abbondanza e dei grandi raccolti.
  27. Enbilulu-Ḫegal: che fa accumulare ricchezza agli uomini, fa crescere le piante assicurando verdura grassa.
  28. Sirsir: colui che spogliò con le sue armi il cadavere di Tiāmat.
  29. Sirsir-Malaḫ: Tiāmat era la sua nave ed egli era il marinaio.
  30. Gilim: colui che crea in continuazione cumuli di grano, dona seme al paese, procura greggi.
  31. Gilimma: rese forte il legamo tra gli dèi, rese saldo il paese.
  32. Agilimma: controlla l'inondazione, procura la neve, creò la terra sull'acqua, rendendo stabile il cielo.
  33. Zulum: amministra i santuari, distribuendo terreno da pascolo per gli dèi.
  34. Mummu: ha creato il cielo e la terra, protegge i fuggiaschi. Anche Zulum'ummu, che non trova eguali tra gli dèi.
  35. Gišnumunab: creatore degli uomini, annientando gli dèi vicini a Tiāmat con le loro parti a fatto gli uomini.
  36. Lugalabdubur: ha strappato le armi a Tiāmat, il suo fondamento è ovunque sicuro.
  37. Papgalgu'enna: dalla forza eccelsa, il più nobile fra gli dèi.
  38. Lugaldurmaḫ: infinitamente superiore agli altri dèi, signore di Durame.
  39. Aranunna: consigliere di Ea.
  40. Dumuduku: colui che rinnova Duku, il suo puro luogo.
  41. Lugalšuʾanna: Forza di Anu, re sublime tra gli dèi.
  42. Irugga: che ha derubato in mezzo ai mari, onnicomprensivo nella saggezza.
  43. Irkingu: che ha derubato Kingu, stabilendo il proprio dominio.
  44. Kinma: guida e consiglio degli dèi; davanti a lui gli dèi si piegano impauriti come di fronte alla tempesta.
  45. Dingiresiskur ((Diĝir)-e-siskur): possa sedersi sul trono nella casa della benedizione, grazie a lui sono state create le regioni delle Teste Nere, oltre a lui nessun dio conosce il numero dei loro giorni.
  46. Girru: grande intelligenza, durante lo scontro con Tiāmat creò cose meravigliose.
  47. Addu: copre il cielo e tuona sulla terra con la sua voce armoniosa.
  48. Ašāru: cura i destini degli dèi e controlla la condotta degli uomini.
  49. Neberu: è la sua stella che brilla nel firmamento, luogo dove ha preso il posto del solstizio.
  50. Bêl Mātāti (Signore dei paesi): creatore dei cieli e della terra, l'Enlil lo definì così, "Signore dei paesi".

Con questi cinquanta nomi i grandi dèi appellarono Marduk.

La VII è ultima tavola dell'Enûma Eliš, sottolinea:

(AKK)

« liṣṣabtūma maḫrû likallim
enqu mūdû mitḫariš limtalkū
lišannima abu māri lišāḫiz
ša rēʾî u nāqidi lipattâ uznāšun
lā igīma ana Enlil ilāni Marduk
mātsu liddišša šū lū šalma »

(IT)

« essi devono essere ricordati, un condottiero li deve spiegare,
il saggio e il colto li devono discutere assieme,
un padre deve ripeterli e insegnarli ai suoi figli
qualcuno li deve spiegare al pastore e al bovaro.
Chi non è trasandato nei confronti di Marduk, l'Enlil degli dèi,
il suo paese sarà fiorente ed egli stesso vivrà sano. »

(Tavola VII, vv. 145-150)

Concludendo:

(AKK)

« lišassūma zamāru ša Marduk
ša Tiāmat ikmuma ilqû šarrūti »

(IT)

« ....il Canto di Marduk
che annientò Tiāmat e ricevette la dignità regale. »

(Tavola VII, vv. 161-162; traduzione di Giovanni Pettinato)

L'utilizzo cultuale: la festa di Akītu[modifica | modifica wikitesto]

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Ricostruzione della "Via della Processione" di Babilonia lungo la quale, in occasione della Festa del Nuovo Anno (Akītu), un corteo religioso portava le statue di Marduk e di suo figlio Nabû, quest'ultima giunta dal tempio Ezida (lett. "Casa della verità" oppure "Casa sicura") di Borsippa. Dal tempio di Esagila, la processione attraversava la Porta di Ištar, raggiungendo il tempio di Akītu, situato all'esterno delle mura cittadine e che si apriva per l'occasione una volta l'anno.
A destra: la Porta di Ištar conservata al Pergamon-Museum di Berlino.
A sinistra: Immagine di una statua di un dio servitore rinvenuta all'ingresso del tempio dedicato a Nabû a Nimrud (oggi Kalhu), e risalente al periodo neo-assiro (811-783 a.C.). È molto improbabile che tale raffigurazione rappresenti il dio Nabû in quanto, pur se la testa riporta le corna proprie delle divinità, le mani giunte indicano un servitore.
« Bel, tua abitazione è Babel, Borsippa la tua corona;
i cieli nella loro estenzione sono il tuo addome.
Con i tuoi occhi penetetri il tutto,
con i tuoi oracoli tu scruti gli oracoli,
con uno sguardo impartisci gli ordini.
[Con] il tuo tocco (?) consumi i potenti,
[...] gli umili li prendi per mano;
[quando] li guardi ti prendi pietà per loro,
fai vedere loro la luce ed essi vantano il tuo valore. »
(Dalla preghiera a Marduk (Bel) pronunciata dal šešgallu, il 2º giorno di Nisannu prima dell'alba, all'apertura della festa di Akītu. In Rituale dell'Anno Nuovo a Babel, 10-18; traduzione di Giorgio R. Castellino pp. 735 e sgg.)
« Ṣarpānītu la cui stazione (nel cielo) è elevata!
Beltia (Mia Signora) è splendente nobile e sublime
Tra le dee nessuna le è pari:
essa accusa e difende,
umilia il ricco, raddrizza il povero,
abbatte il nemico che non venerà la sua divinità,
salva il prigioniero, dà la mano a chi è caduto.
[...]
Per il servo che ti benedice abbi pietà!
nella stretta e nella miseria, prestagli aiuto,
nella malattia e nella sofferenza, ridagli la vita. »
(Dalla preghiera pronunciata dal šešgallu a Beltia (lett. "Mia Signora" ovvero Ṣarpānītu, la paredra di Marduk), il 4º giorno di Nisannu, prima dell'alba. In Rituale dell'Anno Nuovo a Babel, 255-270 (262-277 sono qui omissis); traduzione di Giorgio R. Castellino pp. 735 e sgg.)

L'Enûma Eliš è quindi l'apoteosi del dio poliade di Babilonia, Marduk, nella sua più alta espressione teologica. Marduk, con questo poema religioso, assurge al divino cielo più alto della Mesopotamia. L'Enûma Eliš veniva recitato, o forse cantato[4], durante l'Akītu, la festa di inizio del Nuovo Anno di Babilonia, segnatamente il quarto giorno degli undici prescritti, nel mese di Nisān[6][7]. L'Akītu, festa attestata in area mesopotamica già in epoca pre-sargonica e fino al III secolo d.C.[27], era la festa babilonese più importante e poteva essere celebrata solo alla presenza del suo re.

Il culmine della festività consisteva in una lunga processione che trasportava le statue di Marduk e di suo figlio Nabû[28], quest'ultima giunta da Borsippa, sede del suo culto. Dal "tempio di Esagila" (lett. "Casa che leva alto il capo", "Casa elevata"), il corteo religioso si snodava lungo la Via della Processione decorata con pareti smaltate policrome, attraversando la Porta di Ištar, anch'essa smaltata con raffigurazioni di draghi e leoni, fino all'attraversamento del fiume, raggiungendo il "tempio di Akītu" (bīt Akītu), situato all'esterno delle mura cittadine e che si apriva per l'occasione una volta l'anno.

Il rituale dell'Akītu (Anno Nuovo) a Babilonia[modifica | modifica wikitesto]

Il rituale dell'Akītu (Anno Nuovo) a Babilonia lo conosciamo, in parte, quindi con lacune, grazie a dei testi rituali e a delle iscrizioni, in particolare a quattro frammenti a noi pervenuti. Tutti questi frammenti sono pezzi staccati da tavole che in origine erano composte da sei colonne (tre per lato), contenute, a loro volta, in un più ampio testo il quale sembrerebbe non essere limitato al solo rituale del Capodanno. La traslitterazione del testo dal cuneiforme accadico è dovuta all'assiriologo francese François Thureau-Dangin (1872-1944) ed è riportata a partire dalla p. 129 del suo Rituels Accadiens (Parigi, Éditions Ernest Leroux, 1927). L'assiriologo italiano Giorgio R. Castellino l'ha tradotta in italiano nel suo Testi sumerici e accadici (Torino, UTET, 1977, pp. 735 e sgg.). A partire da questi testi, Mark E. Cohen, in The Cultic Calendars of the Ancient Near East (CDL Press Bethesda, Maryland 1993, pp. 437 e sgg.), ne ha ricostruito il calendario; successivamente approfondito, anche se con delle differenti conclusioni da quelle di Cohen, da Julye Bidmead in The Akitu Festival: Religious Continuity and Royal Legitimation in Mesopotamia (Piscataway NJ, Gorgias Press, 2002), testo a cui si rimanda per una disamina degli studi precedenti.

  • Gli avvenimenti del 1º giorno di Nisān (Nisannu), ovvero del 1º giorno della festività, sono pressoché sconosciuti[29].
  • Il 2º giorno del mese di Nisān (Nisannu) due ore prima dell'alba, il šešgallu[30] si alza e si lava con l'acqua del fiume. Poi entra nel tempio alla presenza di Bel (Marduk) e recita la preghiera[31], quindi apre la porta del tempio ai divinatori (kalû) e ai cantori. Tre ore dopo l'alba, il šešgallu chiama l'artigiano consegnandogli oro e pietre preziose che provengono dal tesoro del tempio affinché predisponga due statuine per il VI giorno. Convoca anche l'ebanista consegnandogli il necessario legno di cedro e di tamarisco.
  • Dal 3º al 6º giorno gli artigiani, gli ebanisti, i tessitori e gli orefici portano le offerte a Bel, che consistono in due statue di 7 pollici di altezza, una di cedro e una di tamarisco, adornate d'oro e di pietre dušû: una tiene in mano un piccolo serpente in cedro, offrendo la destra in alto verso Nabû; l'altra uno scorpione offrendo sempre la destra in alto verso Nabû. Queste due piccole statue resteranno nel tempio di Madānu[32] per essere giudicate, fino al 6º giorno.
  • Il 4º giorno, tre ore e un terzo d'ora prima dell'alba, il šešgallu si alza per lavarsi nelle acque del fiume, rientrando nel tempio, e lì rimuovendo la cortina di fronte alle immagini di Bel e Belti (nell'Etuša, lett. "Casa dell'abitazione" che designa la cella templare dove ha sede la statua all'interno dell'Esagila), intona a Bel una preghiera. Dopo la preghiera, il šešgallu esce dal tempio e si volge verso nord intonando altre preghiere. Poi apre le porte del tempio facendovi entrare gli officianti (ērib bīti). In questo giorno, dopo il pasto serale, il šešgallu pronuncia l'Enûma Eliš, dall'inizio alla fine, di fronte a Bel. Mentre compie questo, la faccia della tiara di Anu e il trono di Enlil devono essere coperti (devono essere coperti i simboli dei loro poteri). In questo stesso giorno una processione trasporta la statua del figlio di Marduk, il dio Nabû, dal suo tempio Ezida (lett. "Casa della verità" oppure "Casa sicura") di Borsippa al tempio di Esagila.
  • Il 5º giorno, tre ore e un terzo d'ora prima dell'alba, il šešgallu si alza per lavarsi nelle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate, quindi entrerà nel tempio e rimuovendo la cortina posta di fronte a Bel e a Beltia pronuncerà una preghiera. Quindi fa entrare nel tempio gli officianti, che compiranno i riti, così anche i kalû e i cantori. Due ore dopo l'alba il šešgallu chiama l'incantatore che purificherà il tempio con l'acqua della cisterna del Tigri e l'acqua della cisterna dell'Eufrate. Dopo l'aspersione del tempio, verrà suonato il timpano di rame, agitando l'incensiere e la torcia. Seguono altre purificazioni dei locali più interni, infine l'unzione dei battenti della cella con olio di cedro, ponendo un incensiere d'argento dove bruceranno aromi e ginepro. Quindi entra il portatore di spada che mozzerà la testa a un montone. Con il corpo del montone viene strofinato il tempio. L'incantatore prende poi il corpo del montone e recatosi al fiume, voltandosi a occidente, lo getterà nelle acque. Il portatore di spada farà la stessa cosa con la testa del montone e infine quest'ultimo e l'incantatore si recheranno in campagna senza poter più entrare in Babilonia finché permarrà l'immagine del dio Nabû nella città. Quindi dal 5° al 12° resteranno in campagna. Il šešgallu non deve assistere alla purificazione del tempio altrimenti essa non ha luogo. In questo giorno il re di Babilonia si reca all'Esagila, dove, purificatesi le mani (šuluhhu) e spogliato dei suoi simboli regali (scettro, tiara, cerchio e mazza), viene condotto dal šešgallu al cospetto di Nabû e non viene quindi ancora introdotto al cospetto di Marduk. Qui il re viene schiaffeggiato dal šešgallu il quale, prendendolo per un orecchio, lo trascina in ginocchio nel santuario di Marduk, dove il re assicura il dio sulla sua condotta religiosa, chiedendo perdono per le sue colpe[33]. Allora il šešgallu, assicurandone la grazia divina e la potenza per sconfiggere i nemici, riconsegna i simboli del potere al re, di fatto rinominandolo nel suo ruolo per un altro anno. Poi il sommo sacerdote continua a colpire il re sul volto finché questi, supplicando il dio, non piange dal dolore: le lacrime del re sono segno che Marduk ha accettato il suo pentimento, qualora non dovessero sgorgare è segno nefasto, il re potrà essere ucciso dai suoi nemici. Successivamente, dopo il tramonto, il sommo sacerdote e il re bruciano, in un sacrificio eseguito nel cortile del tempio, un toro bianco in una fossa in cui sono stati gettati un fascio composto da quaranta canne, ben dritte e non danneggiate, legate con ramo di palma, e miele, crema e olio di prima qualità. Il re, con una torcia, dà fuoco al sacrificio recitando, con il šešgallu, una preghiera di cui resta il seguente frammento:
(AKK)

« dAlpu nùru nam-ri mu-n[am-mir ik-li-ti] »

(IT)

« O toro divino, luce splendente che ris[chiara le tenebre]. »

(v.461)

I giorni dal 6° al 12° sono ricostruiti esclusivamente in base a dei commentari, in particolare i giorni dal 9° al 12° sono basati su testimonianze molto frammentarie.

  • Il 6º giorno, la statua di Nabû viene trasferita nel tempio di Eḫursagtila dove e le due statuine preparate dagli artigiani, vengono dapprima decapitate e poi bruciate. In questo giorno si avvia il periodo delle donazioni.
  • L'8º giorno, l'assemblea degli dèi giunti a Babilonia si riunisce all'ubšuukkina per decidere i destini dell'anno che segue. In questo stesso giorno, Marduk, con una grande processione cittadina, viene trasferito al tempio di Akītu (bīt Akītu) situato fuori della città.
  • Il 10º giorno, gli dèi si riuniscono in assemblea nel tempio di Akītu.
  • L'11* giorno, gli dèi celebrano una grande festa al tempio di Akītu; Marduk rientra nel suo tempio a Babilonia insieme a Nabû. Si celebra il matrimonio rituale tra Marduk e la paredra Ṣarpānītu.
  • Il 12º giorno si conclude il periodo della festività.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dal nome delle prime parole di apertura del poema (cfr. Liverani, 2009, p. 416), che, come nelle altre opere della tradizione mesopotamica, ne caratterizzano il titolo.
  2. ^ Dio attestato fin dalla metà del III millenno a.C.; cfr., ad esempio, Pietro Mander, Il pantheon di Abu-Salabikh, Istituto Universitario Orientale, Dipartimento di Studi Asiatici, Napoli, 1986.
  3. ^ Perché da lì gli dèi scendevano sulla terra (cfr. Mircea Eliade, Il mito dell'eterno ritorno, Roma, Borla, 1999, p. 23.
  4. ^ a b All'ultima Tavola, la VII verso 161, tale opera viene indicata con il nome di "Canto di Marduk"
  5. ^ in Eliade I, 74
  6. ^ a b Rituale della festa di Akitu, Cfr. Giovanni Pettinato, Mitologia assiro-babilonese, Torino, UTET, 2004, p. 102.
  7. ^ a b Nisān, primo mese dell'anno babilonese della durata di 30 giorni, corrisponde a un periodo compreso nei nostri marzo e aprile
  8. ^ Da tener presente anche che «the Enuma Elid was also recited to Marduk during the akitu-festival in Babylon in the seventh month; ...» (Mark E. Cohen, The Cultic Calendars of the Ancient Near East, CDL Press Bethesda, Maryland, 1993, nota 4 a p.438); quindi un secondo momento della festività era celebrato nel mese di Tašritu (settembre-ottobre), anche se con rituali differenti.
  9. ^ Liverani, 2011, p. 356.
  10. ^ Leonard W. King, Enuma Elish (2 Volumes in One), Cosimo, Inc., 2010, p. XXV-XXVI.
  11. ^ Mario Liverani, Antico Oriente, 2011, p.354.
  12. ^ Op.cit. pp. 640-642.
  13. ^ Tiāmtu(m) in accadico indica il "mare".
  14. ^ Sumerico lahama; in accadico forse con il significato di "peloso", essere "peloso". Qui sono due, ma generalmente il termine indica una divina collettività, come gli Anunnaki e gli Igigi. Nei testi sumerici sono legati al dio Enki. Nel periodo di Ur III e in quello paleobabilonese, sono divinità protettrici degli ingressi.
  15. ^ La versione assira inserisce qui Ea e Damkina al posto Laḫmu e Laḫamu.
  16. ^ La versione assira ha qui Marduk al posto di Anšar.
  17. ^ Tale termine compare anche nel rigo 4, tuttavia
    « Il Mummu che precede Tiamat nel testo al verso 4 non è, in realtà, che un epiteto di quest'ultima, forse mal copiato (sta per ummu "madre"?) Lo si è spesso considerato a torto una "terza persona" apparsa allo stesso tempo della diade originale. L'errore risale all'età antica, probabilmente ancora prima di Damascio, che ne sarebbe il primo testimone (?) Questo errore sarebbe stato anche favorito dalla designazione di "paggio" di Apsû in I:30 sg.? »
    (nota 6 pag. 642 di Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dèi della Mesopotamia, Torino, Einaudi, 1992)
    Diversamente avevano concluso H. e H.A. Frankfort, John A. Wilson, Thorkild Jacobsen e William A. Irvin in La filosofia prima dei Greci Torino, Einaudi, 1963 p. 202, quando sostengono che
    « Il caos consisteva di tre elementi mescolati: Apsu che rappresenta le acque dolci, T'iamat che rappresenta il mare e Mummu che non ci è possibile ora identificare con certezza ma che potrebbe rappresentare i banchi di nubi e la nebbia. »
  18. ^ Damkina, già divinita femminile del pantheon sumerico (dove è conosciuta come Nin-ki, Signora Terra, o, successivamente come Damgalnuna e dove probabilmente consisteva in una delle manifestazioni del Dea-madre (quindi correlata a Ninḫursanga, dnin-ḫur-sağ; anche Nintu, Grande Signora, o Ninmah, Signora generatrice, Signora pedemontana, Signora dell'ḫur-sağ, Dea madre, la cui forza consente al seme della terra e al feto di venire alla luce), e dove conservava dei culti e dei templi sia a Nippur (Nibru) che ad Adab. Nella cultura religiosa babilonese diviene la paredra di Ea (Enki) stabilendosi con lui nell'Apsû, da qui il suo epiteto babilonese di Sarrat Apsû (regina dell'Apsû).
  19. ^ La paredra, sposa, di Marduk, sarà Ṣarpānītu indicata anche con l'epiteto di Erūa (in qualità di "protettrice delle donne incinte").
  20. ^ Bottèro-Kramer rende: «In questo Santuario-dei Destini, questa Cappella-delle-Sorti».
    Furlani rende: «Nel luogo dei destini, nella dimora delle determinazioni».
    Dalley rende:«In the chamber of destinies, the hall of designs».
  21. ^ Nome di un fiume dell'Oltretomba, qui epiteto di Tiāmat.
  22. ^ Richard S. Ellis, Well, dog my cats! A note on the Uridimmu 1" in "If A Man Builds A Joyful House. Assyriological Studies In Honor Of Erie Verdun Leichty", Ann K. Guinan, Maria del Ellis, A.J. Ferrara, Sally M. Freedman, Matthew T. Rutz, Leonhard Sassmannshausen, Steve Tinney, and M.W. Waters (Eds), Brill 2006, p.109 e sgg. [1]
  23. ^ L'Ubšukkinakku è quella parte dell'area templare di Nippur riservata alle assemblee divine degli Anunnaki.
  24. ^ Il più diffuso nome del dio Marduk è Bēl (bēlu; resa del sumerico en), col significato di "Signore".
  25. ^ È la corda cosmica che tiene unite le parti del Cosmo.
  26. ^ Qui inteso per "esseri umani", sono gli dèi che parlano.
  27. ^ Il culto di Bēl (Marduk) e Nabû è, ad esempio, è fortemente presente a Palmira ancora nel I secolo d.C.
  28. ^ Come "figlio" dal periodo cassita, prima come suo "ministro", cfr. Jeremy Black e Anthony Green, Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia, Londra, The British Museum Press, 2004, p. 133.
  29. ^ «We do not have much evidences for day 1 of Nisannu, the first day of the festival.» (Marc J.H. Linssen, The Cults of Uruk and Babylon, 2002, Leiden, Brill, p.79.
  30. ^ È sumerico, lett. "fratello maggiore" (ŠEŠ.GAL, ŠEŠ=fratello, GAL=grande), è l'alto sacerdote del tempio dell'Esagila che sovrintende i riti.
  31. ^ Consiste in un inno bilingue (sumerico e accadico); indicata nel testo come "segreto dell'Esagila", cfr. Castellino, p. 736.
  32. ^ La divinità della giustizia.
  33. ^ La descrizione della cerimonia dell'umiliazione del re viene riportata ed esaminata in particolare in Julye Bidmead in The Akitu Festival: Religious Continuity and Royal Legitimation in Mesopotamia, pp. 77 e sgg.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Le traduzioni integrali in lingua italiana dell'Enûma Eliš si trovano in:
  • Una traduzione integrale in inglese è in:
    • Stephanie Dalley, Myths from Mesopotamia, Oxford, Oxford University Press, 2000, pp. 233–274.
  • Testi per l'inquadramento storico e storico-religioso:
  • Sul rituale dell'Akītu (Festa dell'Anno Nuovo) a Babilonia
    • François Thureau-Dangin (1872-1944) Rituels Accadiens, Parigi, Éditions Ernest Leroux, 1927.
    • Giorgio R. Castellino, Testi sumerici e accadici, Torino, UTET, 1977 ( pp. 735 e sgg.).
    • Mark E. Cohen, The Cultic Calendars of the Ancient Near East, CDL Press Bethesda, Maryland 1993 (pp. 437 e sgg.).
    • Julye Bidmead, The Akitu Festival: Religious Continuity and Royal Legitimation in Mesopotamia, Piscataway NJ, Gorgias Press, 2002.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]