Ištar

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Dettaglio della porta di Ištar di Babilonia (Pergamonmuseum di Berlino)
Ištar armata, rilievo in terracotta, inizio secondo millennio a.C., proveniente da Eshnunna.
Immagine di Ištar nuda incisa su un vaso rinvenuto a Larsa, la dea porta una tiara cornuta ed è circondata da uccelli, pesci, un toro e una tartaruga. Museo del Louvre

Ištar (adattato anche in Ishtar) è la dea dell'amore, della fertilità e dell'erotismo, dea anche della guerra, nella mitologia babilonese, derivata dall'omologa dea sumera Inanna. A lei era dedicata una delle otto porte di Babilonia. Essa aveva contemporaneamente l'aspetto di dea benefica (amore, pietà, vegetazione, maternità) e di dea terrificante (guerra e tempeste).

I principali centri del suo culto erano Uruk, Assur, Babilonia, Ninive.

I miti[modifica | modifica wikitesto]

Come spesso accade i numerosi miti riguardanti Ishtar sono spesso in contrasto tra loro.

In alcuni racconti è figlia di Sin, dio della luna, e sorella di Shamash, dio del sole, mentre in altri è descritta come figlia di Anu, dio del cielo.

In tutti i racconti si mantiene comunque l'associazione della dea con il pianeta Venere, che le comporta l'appellativo di Signora della Luce Risplendente. L'iconografia della dea è associata anche alla stella a otto punte (un simbolo che si ritrova anche nell'iconografia cristiana correlato alla Vergine Maria). Il simbolo della stella a otto punte rievoca il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa già ampiamente conosciuta agli astronomi/astrologi sumeri.

Nell'Epopea di Gilgamesh Ishtar rappresenta l'amore sensuale e viene descritta come innamorata via via del pastore Tammuz, poi di un uccello, di un leone, di un cavallo, di un giardiniere e in ultimo di Gilgamesh stesso, che la rifiuta a causa della crudeltà della dea, che aveva condannato a un triste destino tutti i suoi precedenti amanti.

La morte di Tammuz è anche descritta nell'opera Discesa di Ištar negli Inferi, dove la dea, dopo essere discesa nell'oltretomba ed essere stata giudicata e giustiziata, rinasce scambiando il proprio corpo con quello dello sposo Tammuz. Dopo la morte di Tammuz tutte le donne, compresa la dea, assumono lo stato di lutto che dura un mese, detto appunto il mese di Tammuz. Alcune caratteristiche di questo rituale di lutto, quali per esempio il fondamentale digiuno mensile, sono state trasmesse alle cerimonie religiose islamiche. Durante la sua discesa negli inferi la terra si arresta e nulla può essere creato.

I suoi appellativi sono: "Argentea", "Donatrice di Semi", quindi governava anche la fertilità e il raccolto. In un'epoca successiva divenne anche la protettrice delle prostitute e dell'amore sessuale. Era la dea delle tempeste, dei sogni e dei presagi e distribuiva agli uomini potere e conoscenza.

Diffusione del culto in Egitto[modifica | modifica wikitesto]

Il culto di Ishtar si diffuse anche in Egitto durante la XVIII dinastia.

Secondo la tradizione il culto potrebbe essere stato importato in Egitto da Amenhotep III con la richiesta fatta a Tushratta, re di Mitanni, di poter avere la statua della dea conservata a Ninive allo scopo di curare una malattia del sovrano egizio.

Nell'iconografia egizia la dea è talvolta raffigurata nell'atto di allattare.

Sincretismo con altre divinità[modifica | modifica wikitesto]

La figura di Ishtar si trova connessa con molte altre divinità del Medio e Vicino Oriente come Anath, Anutit, Aruru, Asdar, Asherat, Astarte, Ashtoreth. Athtar, Belit, Inanna, Innimi, Kiliti, Mash, Meni, Nana, Ninhursag, Ninlil e Nintud. Da questo fatto deriva anche la grande quantità di simboli diversi associati alla dea. Essendo in origine una Dea Madre talvolta Ishtar è raffigurata nell'atto di allattare.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mercadante, Anthony S. - Dizionario universale dei miti e delle leggende - Newton & Compton Editori, Roma 2002 - ISBN 88-8289-491-6
  • Tosi, Mario - Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto - Ananke, Torino 2004 - ISBN 88-7325-064-5
  • Krupp, Edwin C. - Echoes of the Ancient Skies: The Astronomy of Lost Civilizations - Oxford University Press - USA 1994 - ISBN 0-19-508801-8

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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