Chitty Bang Bang

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Il conte Zborowski con la Chitty Bang Bang 1 a Brooklands.

Chitty Bang Bang è il nome informale di una serie di auto da competizione inglesi, costruite e pilotate dal conte Louis Zborowski e dal suo ingegnere Clive Gallop negli anni '20. Il quarto modello conquistò il record di velocità terrestre nel 1927. Queste auto hanno ispirato il romanzo di Ian Fleming e il film musicale Citty Citty Bang Bang.

Le "Chittys" vennero costruite a Higham Park, nella residenza di Zborowski a Bridge, vicino a Canterbury nel Kent. Le vetture erano talmente rumorose che un'ordinanza della città di Canterbury ne proibì l'ingresso all'interno delle mura cittadine. L'origine del nome "Chitty Bang Bang" è controversa, ma si crede possa derivare da una canzone soldatesca della prima guerra mondiale o più semplicemente dal caratteristico rumore del motore.

Chitty 1[modifica | modifica sorgente]

La Chitty 1 era costruita su di un telaio modificato Mercedes ed equipaggiata con un motore aeronautico Maybach a 6 cilindri da 23 litri. Vinse due corse al suo debutto a Brooklands nel 1921, e arrivando seconda in una gara d'accelerazione dietro un'altra vettura di Zborowski durante lo stesso evento. La Chitty 1 venne dotata di quattro posti e di uno scarico libero e sovradimensionato con l'intento di disorientare gli scommettitori e gli spettatori. In quella occasione fece registrare la velocità massima di 100,75 mph (162,14 km/h).

Per la successiva uscita, la Chitty 1 fu modificata in una versione a due posti, con il radiatore carenato ed uno scarico più convenzionale. Ottenne in una occasione una velocità prossima alle 120 miglia orarie e pertanto il suo handicap in gara venne notevolmente ridimensionato. Successivamente ebbe un incidente, nel quale un cronometrista perse tre dita, venne ricostruita e passò nella proprietà dei figli di Arthur Conan Doyle, ma fu presto ritirata dalle competizioni e in seguito smontata per ricavarne parti di ricambio.

Chitty 2[modifica | modifica sorgente]

La Chitty 2 aveva un passo più corto, e un motore aeronautico Benz Bz.IV da 18,8 litri. Non ebbe altrettanto successo come la precedente ma prese parte a molte corse su strada, compresa una spedizione nel deserto del Sahara nel 1922. In seguito divenne proprietà del Crawford Auto-Aviation Museum a Cleveland (Ohio) e poi parte della collezione privata Bob Bahre nel Maine.

Chitty 3[modifica | modifica sorgente]

La Chitty 3, anch'essa basata su di un telaio modificato Mercedes e su un motore aeronautico, sempre Mercedes, a sei cilindri con singolo asse a camme in testa da 160 hp, elaborato per erogare 180 hp. La vettura fece registrare un record sul giro a Brooklands alla media di 112,68 miglia orarie. Louis Zborowski in seguito la utilizzò come sua vettura personale, e la guidò fino a Stoccarda dove ottenne di unirsi alla squadra corse Mercedes.[1]

Chitty 4[modifica | modifica sorgente]

La Higham Special o Chitty 4 detta "Babs" al Goodwood Festival of Speed.

La Chitty 4 (detta anche Higham Special) fu la più potente auto di Louis Zborowski. Utilizzava un motore aeronautico V12 Liberty da 450 hp di 27 litri di cilindrata, con cambio e trasmissione a catena della Blitzen Benz anteguerra. Non ancora completamente sviluppata al momento della morte di Zborowski nel novembre 1924, venne acquistata dall'ingegnere e pilota J.G. Parry-Thomas per la somma di 125 sterline.

Parry-Thomas ribattezzò l'auto Babs e la modificò con quattro carburatori Zenith e con pistoni di sua progettazione.[2] Nell'aprile del 1926, Parry-Thomas conquistò con questa vettura il record di velocità terrestre a 171,02 mph (273,6 km/h) a Pendine Sands in Galles, ma rimase ucciso in un successivo tentativo di battere il record. La Babs rimase dimenticata per molti anni a Pendine Sands, ma venne in seguito restaurata e conservata al Pendine Museum of Speed.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ http://www.irishtimes.com/newspaper/motoring/2005/1130/2211000105MOT30HISTORY.html
  2. ^ Jo Payne, ‘Thomas, John Godfrey Parry (1884–1927)’, Oxford Dictionary of National Biography, Oxford University Press, 2004 accessed 9 Sept 2006

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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