Spaccio de la bestia trionfante

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Spaccio de la bestia trionfante
Bruno Spaccio.jpg
Frontespizio dello Spaccio, stampato in realtà a Londra e non a Parigi, 1584
AutoreGiordano Bruno
1ª ed. originale1584
Generedialogo
Sottogenerefilosofico
Lingua originale italiano
PersonaggiMercurio, Saulino, Sofia

Spaccio de la bestia trionfante è un'opera filosofica in italiano di Giordano Bruno pubblicata a Londra nel 1584. Scritto in forma di dialogo, lo Spaccio è un testo allegorico di filosofia morale. I tre interlocutori, Sofia (la Sapienza), Saulino (personaggio di fantasia) e Mercurio (il messaggero degli dèì della mitologia romana), discorrono sull'attuazione di una riforma ordinata da Giove per rinnovare la volta celeste e così porre fine a un declino che dura da tempo: spacciare[1], cioè cacciar via dal cielo vecchi vizi per sostituirli con nuove virtù. L'opera si presta a essere interpretata su diversi livelli, tra i quali resta fondamentale quello dell'intento polemico di Bruno contro la Riforma protestante, che agli occhi del Nolano rappresenta il punto infimo di un ciclo di degenerazione iniziato col cristianesimo.[2]

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Il testo è dedicato al cavaliere Philip Sidney (1554 – 1586)[3], nobile britannico alla corte di Elisabetta I, militare e poeta, esponente di spicco del Rinascimento inglese. Preceduto da una epistola esplicatoria, lo Spaccio è composto di tre dialoghi ognuno dei quali suddiviso in tre parti. Dei tre protagonisti Saulino, personaggio non identificato, forse immaginario, è anche interlocutore nella Cabala del cavallo pegaseo.[4]

Come l'autore stesso spiega nell'epistola, Giove, il padre degli dèi nella mitologia greca, «ch'avea colmo di tante bestie, come di tanti vizii, il cielo, secondo la forma di quarant'otto famose imagini», decide di bandire dalla volta celeste queste bestie per sostituirle con «disperse virtù».[5] I quarantotto animali cui Bruno si riferisce corrispondono alle costellazioni enumerate e descritte da Tolomeo nel suo Almagesto, costellazioni che nell'Antica Grecia erano raffigurate con altrettanti animali, reali o mitologici. Chiamati a raccolta tutti gli dèi, Giove espone la sua idea e ne discute con loro. Nei dialoghi è Sofia a narrare a Saulino lo svolgimento del consiglio celeste.

Il testo[modifica | modifica wikitesto]

Dialogo primo[modifica | modifica wikitesto]

Le stelle della costellazione dell'Orsa Minore in una illustrazione risalente al 1690

La prima parte del primo dialogo vede Sofia e Saulino discorrere sull'avvicendarsi degli eventi nel mondo, la «vicissitudine». La mutazione della materia è uno dei punti principali del pensiero di Bruno:[6] tutto nell'universo è in continuo cambiamento e rientra nella natura delle cose il passare da un estremo all'altro, procedere cioè «per contrarii». Per cui, conclude Sofia, la verità quanto più viene sommersa nel tempo tanto più poi si innalzerà.[7] Bruno fa rientrare la riforma voluta da Giove, e quindi la restaurazione dei valori, nella ordinarietà della vicissitudine universale.

Nella seconda parte trova posto l'"Orazione di Giove", il discorso che questi pronuncia al collegio divino da lui stesso convocato. Il padre degli dèi è sconfortato perché le leggi che egli ha inviato agli uomini sono state usurpate da «indegnissime poltronarie»[8], e lo stesso cielo ne dà testimonianza con il disordine delle costellazioni. Occorre dunque riformare il cielo per restaurare il mondo, occorre che «togliamo dalle nostre spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene».[8] Lo "spaccio" consisterà allora nell'espulsione di queste costellazioni, "bestie trionfanti", simbolo della crisi in cui versa l'umanità.

Nella terza parte l'esposizione prosegue col dialogo tra Sofia e il messagero degli dèi, Mercurio: è stato deciso che nel posto occupato dalle costellazioni dell'Orsa Minore (dove è situata la Stella Polare)[9], del Drago, di Cefeo, dell'Artofilace e in quello accanto alla Corona[10] vengano a situarsi rispettivamente le virtù Verità, Prudenza, Sofia, Legge e Giudizio, ciascuna con le sue ancelle; scompaiono così la Falsità, la Casualità, l'Ignoranza, la Prevaricazione, l'Iniquità, e con queste anche le tante «ministre», come la stolta fede, l'ipocrisia, l'eccesso, la vendetta, eccetera.

Trova posto al termine di quest'ultima parte la curiosa descrizione che Mercurio fa a Sofia delle disposizioni impartitegli da Giove prima che egli giungesse. L'«alato nume» elenca così tutta una serie di compiti apparentemente irrisori, «minuzzaria»[11]: ogni cosa nel mondo, anche quella apparentemente più insignificante ha la sua importanza, perché «la cognizion divina non è come la nostra, la quale séguite dopo le cose; ma è avanti le cose e si trova in tutte le cose, di maniera che, se non la vi si trovasse, non sarrebono cause prossime e secondarie.»[12]

Dialogo secondo[modifica | modifica wikitesto]

Hermes, Zeus e Atena in un'illustrazione dell'Odissea, John Flaxman 1810

Il secondo dialogo procede con Sofia che rispondendo alle domande di Saulino spiega perché quelle cinque virtù siano state preferite alle altre. Avanti tutte le cose non può che esserci la verità, causa, principio, mezzo e fine di tutto. La prudenza, nota anche come providenza quando riferita al divino, agisce in noi come espressione di quella e si fa guidare dalla dialettica e dalla metafisica. Sofia è la sapienza, cioè il fine della conoscenza stessa, intento nobile quando finalizzato alla ricerca della verità. «Alla sofia succede la legge, sua figlia»[13], perché la legge deve essere asservita alla sapienza e con questa operare. Il giudizio ha, infine, il compito di prendersi cura della legge. Il risultato di questa nuova catena di valori, e Bruno è esplicito, non può dunque comprendere una legge cieca, che discenda da dèi che «si commuoveno o si adirano»[13] per quello che gli uomini fanno; che minacciano e premiano senza aver chiaro il «fine e l'utilitade de gli uomini medesimi»[13]; che «non accenda l'appetito de la gloria ne gli petti umani»[13].

La seconda parte del secondo dialogo vede la Ricchezza reclamare un posto per sé, ma non v'è spazio per la ricchezza: essa è quella che fa «zoppicare» il Giudizio, zittire la Legge e calpestare la Sapienza. E nemmeno sembra esserci posto per la Povertà, che vedendo la Ricchezza essere scacciata «si fece innante»[14]. Giove tuttavia la preferisce alla Ricchezza perché «alla filosofia donano impedimento le ricchezze»[14]. E Sofia saggiamente commenta che è povero non chi ha poco ma chi desidera molto. È il turno della Fortuna, la dea bendata, che chiede di occupare il posto della costellazione di Ercole. La Fortuna, nel suo discorso, rivendica quel posto perché proprio per essere senza vista, ella si dà a «tutti equalmente»[13], e quindi non può essere incolpata dei vizi e dei problemi dell'umanità. Giove, pur approvando le motivazioni addotte dalla Fortuna non la reputa degna di prendere quello spazio così importante, che invece assegna alla Fortezza – e siamo all'ultima parte del secondo dialogo: se non c'è volontà e forza d'animo non si può giungere ad alcun fine, restando altrimenti in balia della sorte.

Al posto della Lira Bruno pone la Memoria, Mnemosine con le sue nove figlie, le Muse. Il dialogo procede con altre costellazioni che vengono spacciate per essere sostituite da Penitenza, Semplicità, Diligenza, Fatica, eccetera.

Dialogo terzo[modifica | modifica wikitesto]

Statua in onore di Sophia, la Sapienza, o Conoscenza, sito di Efeso

Nell'ultimo dialogo la parte prima contiene la critica contro l'Ozio e l'età dell'oro. È infatti proprio l'Ozio a difendere l'età dell'oro: tutti la lodano e la invocano perché è all'insegna di una vita semplice, senza affanni, in cui si può avere tutto quello che la natura mette a disposizione senza fatica. Giove gli risponde cha all'uomo sono state date le mani e l'intelletto,[15] funzioni che lo distinguono dagli animali e che l'uomo non può lasciare inutilizzate perché «allontanandosi dall'esser bestiale, più altamente s'approssimano a l'esser divino»[16]. E aggiunge che quindi non può esserci virtù nell'oziare, «atteso che è differenza molta tra il non esser vizioso e l'esser virtuoso»[16]. Per l'ozio c'è spazio soltanto dopo occupazioni degne, altrimenti l'ozio è non soltanto inutile ma dannoso, conclude Giove. Per Bruno esaltare l'età aurea equivale a favorire la stasi e l'ignoranza. Il riferimento implicito è anche al paradiso terrestre, dal quale il dio biblico scaccia l'uomo condannandolo al lavoro: al contrario, il lavoro non è punizione divina, l'uso delle mani e della ragione è nel bene e nel male quello della civiltà umana. Si comprende così perché Bruno, in chiusura del precedente dialogo, aveva speso non poche pagine per esaltare la Fatica.[17]

Nella seconda parte Saulino e Sofia discorrono sugli antichi egizi. «La natura non è altro che Dio nelle cose»[18] e «Iddio tutto è in tutte le cose»[19], spiega Sofia, ma nella natura il divino si presenta in forme differenti, alcune delle quali hanno tratti comuni, questi tratti possono essere pensati come dèi, per esempio gli dei dell'Olimpo o quelli dell'antico Egitto:

«Cossí pensar devi di ciascuno de gli dei per ciascuna de le specie sotto diversi geni de lo ente, perché sicome la divinità descende in certo modo per quanto che si comunica alla natura, cossí alla divinità s'ascende per la natura, cossí per la vita rilucente nelle cose naturali si monta alla vita che soprasiede a quelle.»

(Sofia: dialogo III, parte II)

Quindi nell'adorare Giove, per esempio, essi non lo adoravano come fosse Dio, bensì adoravano Dio in lui.[20] Qui Bruno, per evitare che il lettore fraintenda identificando il nome della divinità con le sue caratteristiche, riferisce il culto di Giove agli egizi. Saulino riprende infatti Sofia facendole notare che Giove era una divinità sconosciuta agli egizi, ma la si ritrova molto tempo dopo presso la civiltà greca. Sofia invita Saulino a non aver pensiero del nome, ma di prestare attenzione alla «consuetudine più universale». Il divino si comunica all'uomo in «modi innumerabili... e ave nomi innumerabili».[21] Ed è proprio questa la sapienza che occorre avere per discernere, oltre il multiforme aspetto della natura, oltre lo scorrere dei tempi, oltre la variabilità dei nomi, l'unità divina che tutto sottende, «il quale abito si chiama magia».[21][22]

Contenuti[modifica | modifica wikitesto]

La nuova religione[modifica | modifica wikitesto]

Riferendosi alla legge Bruno scrive:

«Alla Sofia succede la legge, sua figlia; e per essa quella vuole oprare, e per questa lei vuole essere adoperata; per questa gli prencipi regnano, e li regni e republiche si mantegnono. [...] Gli ha donata Giove la potenza di legare, la quale massime consista in questo, che lei non si faccia tale che incorra dispreggio e indignità.»

(Sofia: dialogo II, parte I)

La Legge, come le altre virtù ha due aspetti congiunti, l'uno divino e l'altro terreno, ma il fine è comune, e la legge divina può ben intendersi come "religione".[23] Religione è termine dalla etimologia non chiara, ma che Bruno intende come "legare", "tenere insieme", dal latino re-ligare.[24][25] La legge deve favorire la civiltà umana e la coesione sociale; i riti e le cerimonie non possono né devono essere svolti per favorire dèi che non stiano fra gli uomini, per placare la loro ira o ingraziarsi i loro favori: le cerimonie religiose hanno senso soltanto quando sono parte integrante della gestione pubblica, della vita civile. È in tal maniera che devono essere intesi i modelli che Bruno propone, quelli delle religioni egizia e romana antiche, come lo stesso contesto metaforico entro il quale lo Spaccio è inscenato.[23] La riforma celeste che Giove propone è riforma religiosa e al contempo civile: le leggi degli uomini non vengono dagli dèi, ma sono con gli dèi.

La ricostituzione della legge si inquadra allora per Bruno in un contesto più ampio della sola società in sé stessa: è il legame fra uomo e divino che deve essere riparato.[26] La giustizia umana è al contempo giustizia naturale, e pertanto divina, perché «essenza e natura sono uno»[5]. Nello Spaccio ontologia, etica e religione sono strettamente interconnessi.[27] La religione che Bruno vuole è quella del buon cittadino che opera diligentemente per la comunità, che ha il senso del consorzio civile, del cittadino capace di essere semplice ma anche eroico, che sviluppa e favorisce la convivenza pacifica e la conoscenza della natura. Si tratta dunque di un programma che si pone agli antipodi delle posizioni del cristianesimo, quella «finta religione [...] tragedia caballistica»[28] che va da Paolo a Lutero.[29]

La polemica anticristiana[modifica | modifica wikitesto]

I riferimenti polemici contro il cristianesimo, pur se non espliciti, sono frequenti nello Spaccio.[30] Riferendosi ai «grammatici» Bruno li accusa di:

«togliere le conversazioni, dissipar le concordie, dissolvere l'unioni, far ribellar gli figli da' padri, gli servi da padroni, gli sudditi da superiori, mettere scisma tra popoli e popoli, gente e gente, compagni e compagni, fratelli e fratelli, e ponere in disquarto le fameglie, cittadi, republiche e regni: ed in conclusione, se, mentre salutano con la pace, portano, ovunque entrano, il coltello della divisione ed il fuoco della dispersione.»

(Sofia: dialogo II, parte I)

E Bruno qui allude alle guerre civili che in quegli anni imperversavano in Europa, identificando i grammatici coi pedanti teologi.[31]

Parlando della costellazione di Orione, dove dimorano Impostura, Destrezza e Gentilezza disutile, Bruno scrive «che fa orinare il cielo»[32] e che costui «sa far meraviglie... e può caminar sopra l'onde del mare senza infossarsi,[33] senza bagnarsi gli piedi»[34]: Orione-Cristo[35] non merita di stare nel cielo fra gli dèi, ma nel mondo dove potrà provare a far credere quello che vuole, anche che la «natura è una puttana bagassa»[36], «che ogni atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza[37] è la più bella scienza del mondo».[34] Con riferimento al patto stabilito nel Nuovo Testamento fra Dio e l'umanità per mezzo di Gesù, Bruno scrive che non conosce alcuna «forfantaria» chi non conosce questa, che è la «madre di tutte»[38], patto che ha per fine soltanto la «vana gloria» di Dio. Costoro, conclude Bruno, «son meritevoli d'esser perseguitati dal cielo e da la terra, ed esterminati come peste del mondo».

Nel terzo dialogo, là dove si loda la religione degli antichi egizi, si contrappone quei culti a quello di «escrementi di cose morte et inanimate»[21], con allusione al culto delle reliquie nel cristianesimo.[39] Gli ebrei poi, son «convitti per escremento de l'Egitto»[21], cioè portatori di una cultura ormai corrotta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Spacciare, treccani.it
  2. ^ Ciliberto 1996, p. 58, pp. 85-86, p. 93
  3. ^ Filippo Sidneo, nel testo.
  4. ^ Spaccio (a cura di M. Ciliberto), 1996, nota p. 73
  5. ^ a b Spaccio: epistola dedicatoria
  6. ^ Spaccio (a cura di M. Ciliberto), 1996, nota p. 96
  7. ^ «Tal io con il mio divino oggetto, che è la verità...», Sofia: dialogo I
  8. ^ a b Dialogo I, Sofia: orazione di Giove
  9. ^ Anche l'Orsa Maggiore viene espulsa, ma il suo posto resta per il momento vuoto, tiene a precisare Bruno. Nella Cabala del cavallo pegaseo quel posto sarà colmato dall'"Asinità in abstratto", ovvero l'ignoranza nel suo aspetto positivo. Va anche precisato che non tutte le costellazioni sono espulse dal cielo, restano ad esempio il Capricorno e Idra, «antico e gran serpente».
  10. ^ Nemmeno la Corona è espulsa, il Giudizio vi siederà accanto. Scrive Bruno, per bocca di Giove, che quel posto spetterà in premio a quel Principe che avrà portato la pace in Europa domando le guerre di religione. Il riferimento è a Enrico III di Francia e alle guerre di religione francesi (Introduzione a Opere italiane, p. 114-115).
  11. ^ Come il numero di cagnolini che la cagna di Antonio partorirà; quanti capelli caschino a Laurenza; che Ambruoggio riesca a ingravidare la moglie al centoduesimo tentativo; che nel letto di Costantino dodici cimici si dirigano verso il capezzale, eccetera, eccetera.
  12. ^ Mercurio: dialogo I, parte III.
  13. ^ a b c d e Sofia: dialogo II, parte I
  14. ^ a b Sofia: dialogo II, parte II
  15. ^ Qui Bruno polemizza con Aristotele, per il quale l'uomo ha mani siffatte perché intelligente, anteponendo la ragione alla manualità (Introduzione a Opere italiane, p. 323 e nota 9).
  16. ^ a b Sofia: dialogo III, parte I
  17. ^ Introduzione a Opere italiane, p. 107-108
  18. ^ «Natura est deus in rebus», scrive Bruno
  19. ^ Sofia: dialogo III, parte II. Sono questi temi fondamentali nel pensiero di Bruno, già ampiamente sviluppati nei tre dialoghi londinesi che avevano preceduto lo Spaccio.
  20. ^ «Ti dirò. Non adoravano Giove...». Sofia: dialogo III, parte II
  21. ^ a b c d Sofia: dialogo III, parte II
  22. ^ Bruno svilupperà il tema della magia in opere successive, soprattutto nel De magia. È però qui già chiaro, come fa notare Nuccio Ordine (Introduzione a Opere italiane, p. 112), che per Bruno magia è religione della natura.
  23. ^ a b Introduzione a Opere italiane, p. 102 e segg., nota 307. Così dunque il filosofo italiano Nuccio Ordine, evidenziando il legame bruniano fra legge e religione, finalizzati al «convitto umano».
  24. ^ Religione, etimo.it.
  25. ^ Si veda anche Ciliberto 1996, p. 97 e p. 59, per il significato di "religio" attribuibile a Bruno nello Spaccio.
  26. ^ Ciliberto 1996, p. 107
  27. ^ Spaccio (a cura di M. Ciliberto), 1996, p. 47 e p. 51
  28. ^ Saulino: dialogo II, parte I
  29. ^ Ciliberto 1996, pp. 53-54
  30. ^ «Per Bruno [...] è il cristianesimo in sé e per sé a configurarsi come causa originaria di una decadenza storico-universale pervenuta all'apice con la "difformatissima" riforma luterana.» (Spaccio (a cura di M. Ciliberto), 1996, pp. 40-41, p. 44).
  31. ^ Introduzione a Opere italiane, p. 101 e p. 90
  32. ^ Bruno scrive che è così perché incute «spavento»
  33. ^ Il riferimento è alla camminata sull'acqua, uno dei miracoli di Cristo
  34. ^ a b Sofia: dialogo III, parte III
  35. ^ Per l'identificazione di Orione con Cristo si veda ad esempio Spaccio (a cura di M. Ciliberto), 1996, p. 37: «Orione è Cristo, si sa.» Ciliberto aggiunge che il riferimento è a Lutero in quanto alcune frasi citano, a volte in modo letterale, il De servo arbitrio. Sempre secondo Ciliberto, quando Bruno scrive «macchia del mondo» egli si sta riferendo proprio a Lutero. Si veda anche Introduzione a Opere italiane, p. 111
  36. ^ Bagassa: bagascia, donna da strada
  37. ^ Il tema dell'ignoranza, dell'asinità, sarà al centro del successivo dialogo morale, la Cabala del cavallo pegaseo.
  38. ^ Mercurio, per voce di Sofia: dialogo I, parte III
  39. ^ Introduzione a Opere italiane, p. 356, nota 81

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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