Saggio sulla lucidità

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Saggio sulla lucidità
Titolo originaleEnsaio sobre a Lucidez
AutoreJosé Saramago
1ª ed. originale2004
Genereromanzo
Sottogenereromanzo a sfondo sociale
Lingua originaleportoghese
Ambientazioneuna città senza nome, capitale di un paese senza nome
Protagonistiil commissario
Coprotagonistila moglie del medico, il primo ministro, il presidente della repubblica
Antagonistiil ministro dell'interno
Altri personaggil'ispettore, l'agente di seconda classe, il primo cieco, altri ministri

«Siete voi, sì, soltanto voi, i colpevoli, siete voi, sì, che ignominiosamente avete disertato dal concerto nazionale per seguire il cammino contorto della sovversione, della indisciplina, della più perversa e diabolica sfida al potere legittimo dello stato di cui si abbia memoria in tutta la storia delle nazioni.»

(Un passo del discorso del presidente della repubblica agli abitanti della città che ha votato in massa scheda bianca)

Saggio sulla lucidità (titolo originale, in lingua portoghese: Ensaio sobre a Lucidez) è un romanzo dello scrittore e premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, edito nel 2004. È una sorta di seguito del romanzo Cecità (Ensaio sobre a Cegueira, che gli valse il Nobel nel 1998) del 1995, in quanto accomunato a questo dalla presenza di alcuni personaggi.

La trama[modifica | modifica wikitesto]

La narrazione inizia con la presentazione del seggio quattordici delle elezioni nazionali, a cui oltre al Presidente di seggio erano presenti il rappresentanti del p.d.d.(partito di destra), del p.d.m. (partito di mezzo) e del p.d.s. (partito di sinistra). La mattina delle elezioni sulla città vi è un grande acquazzone che causa il mancato arrivo dei cittadini votanti. La situazione sembra normalizzarsi solo verso le 16:00 quando finita la pioggia tutti i cittadini si presentano in massa, scatenando la curiosità di poliziotti che però non riescono a trovare risposte a questa anomalia. Appena arriva il momento di aprire le urne è subito chiaro che circa il 75% delle schede sono bianche, quindi la maggior parte dei cittadini si è astenuta. Subito tutto il governo è basito e decide di fissare un'altra data per le elezioni, in un giorno in cui il maltempo non possa incidere sul risultato, con l’unica differenza che questa volta delle spie inviate dal governo avrebbero monitorato e registrato tutti i movimenti e le frasi degli elettori nel caso qualcuno rivelasse informazioni importanti sul motivo di tante astensioni la scorsa volta. Il fatidico giorno delle nuove elezioni non tarda ad arrivare e questa volta il flusso di gente è molto più regolare, a tal punto che tutti i seggi sono decisi a dimenticare la brutta esperienza della volta prima. Purtroppo alla fine dello spoglio delle urne il risultato è ancora più catastrofico della volta prima, infatti il risultato delle elezioni vede il p.d.d. con l'8% dei voti, il p.d.m. con il 7%, il p.d.s. con il 2%, e una percentuale di schede bianche pari all'83%.

Il gabinetto ministeriale è sconvolto, crede che questo delle schede bianche sia un movimento di protesta da parte dei cittadini contro lo stato; inoltre al governo come nelle vie della città la parola “bianco” sembra incutere timore, a tal punto che si arriva a storpiare il nome di oggetti di uso comune per paura di nominare quell’oggetto. Il governo sotto la proposta del presidente della repubblica, discussa dal ministro dell’interno e dal ministro della giustizia, prende l’importante decisione di abbandonare completamente la capitale insieme a tutte le forze dell’ordine meno che i pompieri.

L'esilio dalla capitale è programmato per le tre di mattina, cosicché i cittadini avrebbero scoperto di questa “fuga” solo qualche ora più tardi leggendo i giornali o guardando la televisione.

All’ora prestabilita tutti gli organi coinvolti si trovano sulla strada principale pronti per cominciare questa uscita di massa. Man mano che la comitiva prosegue lungo la via le luci delle case che costeggiano la strada si accendono come se le famiglie siano state informate di quello che sta succedendo.

Nelle settimane successive i cittadini della capitale tuttavia sembrano non accusare il colpo, infatti né furti né gli stupri sono aumentati, e tutti quanti hanno continuato a lavorare ordinariamente.

In città è rimasto solo il sindaco che resta sempre in contatto con il presidente della repubblica tramite telefono, inoltre i confini sono sempre sorvegliati dai militari di modo tale che nessun cittadino possa uscire. Proprio dopo una di quelle telefonate tra il primo cittadino e il presidente della repubblica, alla fine di cui il sindaco è deciso a dimettersi dalla sua carica, nella città perviene il suono di una esplosione, allora l’ancora sindaco esce di scatto dal ristorante in cui si trova per recarsi nel luogo oggetto dell'attentato, che di fatto è la stazione centrale. Sulla scena accorrono anche diversi giornalisti, che però non ricevono il miglior trattamento da parte del primo cittadino. I morti sono circa una trentina, e il governo attribuisce la colpa dell’attentato ai “biancosi”, ovvero a coloro che si pensa siano dietro al movimento delle schede bianche, tuttavia in un discorso tra il presidente della repubblica e alcuni ministri emerge che la bomba è stata fatta collocare dal ministro dell’interno proprio per avere un pretesto per colpevolizzare maggiormente i “nemici della patria”.

Il governo decide di screditare ulteriormente questo “movimento” facendo piovere durante la mattina dei volantini da alcuni aerei.

Qualche giorno dopo sulle scrivanie del ministro dell’interno, del presidente della repubblica e del primo ministro, arriva la lettera di un uomo che afferma che 4 anni prima durate l’epidemia di cecità che aveva colpito l’intero stato lui e altre 5 persone erano state salvate dalla morte da una donna, moglie di un medico oculista, che non aveva contratto “il mal bianco”, che tra l’altro si era macchiata di un omicidio proprio durate quel periodo; l’uomo affermava anche che nella sua opinione quella donna che qualche anno prima li aveva salvati dalla cecità, questa volta potrebbe salvarli dai “biancosi”.

Subito quella lettera è considerata di massima segretezza e viene istituito un gabinetto per analizzare la questione.

Al gabinetto partecipano i tre che hanno ricevuto la lettere, e dopo un'accesa discussione si decide di istituire una squadra composta da: un commissario, un ispettore e un agente di seconda classe, alla quale si dà il compito di indagare su questa donna e nel caso farle ricadere la colpa di questa situazione politica.

La squadra decide di cominciare le indagini interrogando l’autore della lettera. Durante il colloquio con l’uomo emerge che questa persona è il primo ad avere contratto il “mal bianco” e che aveva conosciuto gli altri per la prima volta quando insieme a quella che ormai è la sua ex moglie si era recato nello studio dell'oculista, marito della donna che oggi potrebbe salvarli, subito dopo essere divenuto cieco. Al commissario fu subito chiaro che i membri della comitiva si frequentano ancora, tranne per quanto riguarda questo “primo cieco” che aveva deciso di esiliarsi da quella compagnia dopo avere divorziato dalla moglie per colpa di un gesto necessario che lei aveva compiuto quando erano internati, su cui però l’uomo provava vergogna. Per lo stupore del primo cieco il commissario non sembra interessato a sapere la concordanza che secondo lui esiste tra l’epidemia di cecità e quella di schede bianche, piuttosto sembra interessato a sapere dell’omicidio che la moglie del medico avrebbe commesso dentro il manicomio, di cui però sa bene che non vi siano né prove né testimoni oculari. Alla fine del colloquio tra l’uomo e i tre delegati dal ministero, il commissario chiede al primo cieco di fornirgli oltre al nome e all’indirizzo di tutti i partecipanti del gruppo (tranne del ragazzino strabico), una foto che vedesse la presenza di tutta la comitiva.

Per i tre agenti, il ministero ha disposto un luogo per dormire nella provvidenziale s&a, assicurazioni e riassicurazioni.

Subito il commissario suddivide i compiti tra i suoi agenti: l’ispettore sarebbe andato a interrogare il vecchio dalla benda nera e la ragazza dagli occhiali scuri (due “membri” della comitiva), l’agente di seconda classe avrebbe interrogato l'ex moglie del primo cieco, mentre il commissario sarebbe andato a interrogare il medico oculista e sua moglie.

Il commissario è uscito presto per recarsi a casa dei due coniugi presunti colpevoli della rivolta delle schede bianche, e appena arrivato è subito accolto dalla moglie che dopo avergli offerto il caffè gli racconta (anche con il suo stupore) dell’omicidio di cui si era macchiata, argomento con cui il commissario aveva deciso che sarebbe cominciata la conversazione per non insospettire i due con la questione delle schede bianche.

Alla fine di questo colloquio il commissario non ha delle prove concrete su cui basare i sospetti, e neanche i suoi collaboratori ne hanno, quindi decide che avrebbe continuato a pedinarli senza però farsi notare.

Due giorni dopo il commissario girando per la città immerso nei suoi pensieri si ferma in un parco che ha al centro una statua di una donna con una brocca, e su una panchina incontra la moglie del medico la quale sta portando il cane delle lacrime (o Costante) fuori. I due cominciano una conversazione alquanto informale tra un commissario e un'indagata che convince ancora di più il poliziotto dell’innocenza della donna.

La sera stessa al “bollettino” giornaliero che il commissario pone al ministro dell’interno, quest’ultimo chiede al primo di portargli una foto della comitiva al posto sei-nord, dove un uomo con la cravatta blu a pallini bianchi lo avrebbe aspettato.

Il giorno successivo dopo che il commissario con qualche difficolta ha raggiunto il luogo e consegnato la foto, torna a casa e continua le indagini benché dentro di lui ha capito che la donna e i suoi amici sono innocenti, fino a che la sera decide di confessare al ministro dell’interno i suoi pensieri sulle indagini. Dopo quelle parole il ministro ha fatto uscire tutta la sua poca serietà dicendo che la sua missione non è scoprire se la donna è innocente o meno, bensì consiste nell'incastrare la moglie del medico a ogni costo anche inventando delle prove. Il commissario si rifiuta comunque di accettare la colpevolezza della donna, allora il ministro dell’interno decide di richiamare i due aiutanti del commissario dandogli appuntamento al posto sei-nord, mentre per quando riguarda il commissario sarebbe rimasto comunque per i giorni rimanenti nel caso volesse “rivedere” la sua ipotesi.

Dopo essere stato abbandonato il commissario si reca dalla moglie del medico ad avvisarla del rischio che corre, prima di ritirarsi alla provvidenziale s&a e ricevere una telefonata del ministro dell’interno che lo avvisava di guardare il giornale il giorno seguente.

La mattina successiva tutti i giornali tranne due riportano titoli che condannano la moglie del medico a essere il capo espiatorio del movimento delle schede bianche. Allora il commissario decide di scrivere una lettera e portarla a uno dei due giornali che non si sono piegati alle minacce del ministero. Arrivato alla direzione del giornale per la seconda volta (la prima volta è stata quella mattina ma non aveva trovato il direttore) va a parlare con i massimi vertici della redazione che dà la sua disponibilità a pubblicare la lettera sotto un titolo che avrebbe ingannato la censura, solamente che non sarebbe stato molto il tempo che il governo avrebbe impiegato per risalire all’autore della lettera, però questo non interessa al commissario che decide comunque di passare i guai per questa causa, convinto anche da una frase che da piccolo lo aveva molto colpito.

Il giorno dopo l’articolo esce puntuale sulla prima pagina e subito il giornale che normalmente non attira molti lettori comincia ad andare a ruba, fino a che la censura non procede cominciando a ritirare tutte le copie.

Il commissario a questo punto è convinto del fallimento e si incammina per le vie della città quando improvvisamente da sopra la sua testa cominciano a piovere i giornali fotocopiati con il suo articolo, segno che la popolazione non si è curata delle accuse alla donna.

Il giorno dopo il commissario (contento di non essere stato vittima di un blitz notturno a causa di una sua mancata presentazione) si reca al parco della statua con la brocca, nella panchina dove si era incontrato con la moglie del medico, quando improvvisamente un cecchino dell’uomo con la cravatta blu a pallini bianchi gli spara alla testa. Poco dopo il ministro dell’interno tiene una conferenza dove accusa i “biancosi” di avere assassinato l’uomo che stava investigando su di loro e che il prima possibile il commissario defunto sarebbe stato insignito postumo della massima onorificenza. Dopo quella conferenza il ministro dell'interno riceve la chiamata del presidente della repubblica che lo dimette dalla sua carica per avere esagerato uccidendo il commissario.

La mattina del giorno seguente a casa della moglie del medico si presentano dei poliziotti che sequestrano l’oculista per un interrogatorio. A questo punto la donna si reca sul terrazzo dove il solito cecchino dell’uomo con la cravatta blu a pallini bianchi gli spara due colpi, prima di sparare anche al cane delle lacrime interrompendo il suo ululato.

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