Pacificazione di Mokotów

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Lapide commemorativa ai civili di Mokotów, uccisi oppure cacciati via dai tedeschi durante la rivolta di Varsavia

Pacificazione di Mokotów fu un’ondata di omicidi in massa, di saccheggi, incendi dolosi e stupri, la quale colpì Mokotów, un quartiere di Varsavia, durante la rivolta di Varsavia del 1944. Gli atti di violenza contro i prigionieri di guerra e civili del quartiere vennero commessi dai tedeschi fino alla capitolazione di Mokotów il 27 settembre 1944, sebbene fossero i più intensi proprio nei primi giorni della rivolta.

Crimini tedeschi del primo giorno della rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Il 1˚ agosto 1944 alle 17:00 i soldati dell’Armia Krajowa (l’Esercito Nazionale) attaccarono i centri tedeschi di tutti i quartieri della Varsavia occupata. Quel giorno i reparti del V Distretto dell’AK "Mokotów" (in polacco: Obwód V AK "Mokotów") subirono grandi perdite durante i loro assalti falliti alle posizioni di resistenza tedesche, molto rinforzate, in via Rakowiecka e via Puławska. Gli insorti non furono in grado di conquistare neppure tanti altri obiettivi del loro attacco, tra cui caserme nelle scuole in via Kazimierzowska e via Woronicza, il Forte Mokotów e l’ippodromo di Służewiec (una frazione di Mokotów)[1]. A causa della sconfitta una gran parte dei reparti del V Distretto si ritirò in Las Kabacki (un parco boschivo di Varsavia). Cinque compagnie del reggimento "Baszta" (in italiano baszta vuol dire "torre muraria") sotto il comando del tenente colonnello Stanisław Kamiński, detto "Daniel", presidiarono invece casamenti situati nel quadrilatero delle vie: Odyńca – Goszczyńskiego – Puławska – Aleja Niepodległości (in italiano: "Viale di Libertà")[2]. Nei giorni seguenti i rivoltosi riuscirono tuttavia ad allargare queste possessioni e organizzare un forte centro di resistenza in Mokotów Superiore (in polacco: Górny Mokotów).

Già la notte tra il 1˚ e il 2 agosto 1944 unità delle SS, polizia e Wehrmacht commisero in Mokotów una gran quantità di crimini di guerra. Gli insorti catturati venivano fucilati e si dava il colpo di grazia ai feriti. Ai tedeschi non importava che i soldati dell’AK combattessero apertamente e avessero i distintivi militari legali, dunque lottassero in conformità delle Convenzioni dell’Aia[3]. Furono uccisi tra l’altro tutti i soldati polacchi presi durante l’attacco ai centri di resistenza tedeschi in via Rakowiecka[1] e alcune decine dei prigionieri del battaglione"Karpaty" dell’AK, il quale assaltava l’ippodromo di Służewiec[4][5]. I tedeschi fucilarono anche al meno 19 rivoltosi del battaglione "Olza" dell’AK, feriti e catturati dopo essere stati sconfitti durante l’attacco al Forte Mokotów. I risultati dell’esumazione condotta nel 1945 confermarono che una parte delle vittime era stata sepolta viva[4][5].

In più, quella notte ebbero luogo i primi assassini dei civili di Mokotów. Dopo il respingere dell’attacco polacco i soldati della Luftwaffe, appartenenti alla squadra del Fliegerhorst-Kommandantur Warschau-Okecie (in italiano: "il Comando dell’Aeroporto Militare Varsavia-Okęcie") spostarono un 500 dei civili nell’area del Forte Mokotów. Gli esìli erano seguiti dalle esecuzioni immediate. Furono uccisi allora tanti abitanti delle vie: Bachmacka, Baboszewska e Syryńska. I tedeschi radunarono nella cantina di una casa in via Racławicka 97 quattordici degli abitanti e in seguito li ammazzarono con granate[4][5]. L’uccidere prigionieri e civili fu un ordine del generale Doerfler, capo della guarnigione di Okęcie[5].

Ordine di Hitler di distruggere Varsavia e come lo si realizzò in Mokotów[modifica | modifica wikitesto]

Informato dello scoppio della rivolta di Varsavia, Hitler diede al Reichsführer-SS Himmler e al generale Heinz Guderian, capo di stato maggiore del Comando Supremo dell’Esercito tedesco Heer (OKH), un ordine verbale di radere al suolo Varsavia e uccidere tutti i cittadini[3]. Secondo la relazione dell’SS-Obergruppenführer Erich von dem Bach-Zelewski, nominato capo delle forze per soffocare la rivolta, l’ordine era più o meno tale: «Ogni cittadino deve essere ucciso, è vietato prendere prigioni. Varsavia va resa a terra e in questo modo va dato un esempio terrificante a tutta l’Europa»[3]. Anche i capi della guarnigione tedesca a Varsavia ricevettero da Hitler l’ordine di devastare Varsavia. SS-Oberführer Paul Otto Geibel, comandante delle SS e polizia (SS- und Polizeiführer) nel distretto di Varsavia, testimoniò dopo la guerra che già il 1˚ agosto Himmler gli aveva detto al telefono: «Distrugga decine di migliaia»[6]. Successivamente il 2 agosto il generale Reiner Stahel, capo della guarnigione di Varsavia, ordinò ai subordinati reparti della Wehrmacht di uccidere tutti gli uomini considerati insorti reali o potenziali nonché di prendere in ostaggio i civili (donne e bambini inclusi)[3].

In questo periodo Mokotów venne presidiato dalle unità tedesche abbastanza forti, tra l’altro: dal 3o battaglione di scorta dei granatieri corazzati delle SS nella caserma in via Rakowiecka (SS-Stauferkaserne), dalle batterie dell’artiglieria antiaerea al parco Pole Mokotowskie, dai reparti appiedati della Luftwaffe nel Forte Mokotów e nella caserma dell’artiglieria antiaerea in via Puławska (Flakkaserne), nonché dal reparto di gendarmeria nell’edificio del comando distrettuale in via Dworkowa. Malgrado ciò, la realizzazione dell’ordine di sterminio di Varsavia, dato da Hitler, in Mokotów non ebbe risultati così tragici come nei quartieri di Wola, Ochota oppure Śródmieście Południowe (parte sud del quartiere centrale di Vrasavia). Il quartiere era considerato una zona in periferia e perciò i tedeschi per molto tempo non facevano lì grandi operazioni offensive. I reparti tedeschi, passivi verso gli insorti, commettevano nondimento gli omicidi in massa dei civili polacchi che si trovavano nel raggio delle loro azioni militari[2]. Inoltre incendiavano case, commettevano furti e stupravano donne[5][6]. La gente superstite fu sfrattata e mandata al campo transitorio di Pruszków, da dove molte persone vennero deportate nei campi di sterminio o in Germania Nazista per lavori forzati.

Massacro nella prigione di Mokotów[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa alla parete della prigione di Mokotów
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Massacro nella prigione di Mokotów.

Nel momento in cui scoppiò la rivolta, nella prigione di Mokotów in via Rakowiecka 37 c’erano 794 detenuti, tra cui 41 minorenni[4]. Il 1˚ agosto questo luogo venne attaccato dai soldati dell’AK, i quali riuscirono a entrare nel carcere e occupare l’edificio di amministrazione, non essendo però in grado di raggiungere gli edifici penitenziari[7].

Il 2 agosto l’ispettore giudiziario Kirchner, in carica di direttore della prigione, fu convocato nella caserma delle SS vicina, in via Rakowiecka 4. L’SS-Obersturmführer Martin Patz, comando del 3o battaglione di scorta dei granatieri corazzati delle SS, lo informò che il generale Reiner Stahel aveva ordinato la liquidazione di tutti i carcerati. Questa decisione fu poi approvata dall’SS-Oberführer Geibel, che in più comandò di fucilare le guardie carcerarie polacche. Kirchner redasse allora il verbale in virtù del quale tutti i detenuti erano a disposizione di Patz[8]. Nel pomeriggio dello stesso giorno un reparto delle SS entrò nel carcere. Quasi 60 detenuti vennero forzati a scavarsi tre fosse comuni nel cortile della prigione e in seguito fucilati con le mitragliatrici naziste. Poi i tedeschi cominciarono a portare dalle celle gli altri detenuti per ucciderli sopra le fosse scavate. Durante l’esecuzione della durata di alcune ore furono ammazzati oltre 600 carcerati della prigione di Mokotów[4][9].

Il massacro nel cortile del carcere, lo si vedeva bene dalle finestre delle celle; i detenuti che lo guardavano capirono subito di essere condannati alla morte, e perciò non avevano niente da perdere. Questi dai reparti nn. 6 e 7, collocati sul secondo piano, decisero disperatamente di attaccare i loro boia. Così durante la notte, aiutati dagli abitanti delle case vicine, riuscirono a spostarsi nella zona controllata dagli insorti in quantità stimata da 200[4] a 300[10].

Massacro nel monastero gesuita in via Rakowiecka[modifica | modifica wikitesto]

Monastero gesuita in Mokotów, luogo del massacro

La Casa degli Scrtittori della Compagnia di Gesù (in polacco: Dom Pisarzy Towarzystwa Jezusowego) in via Rakowiecka 61 era fuori delle lotte del primo giorno della rivolta; nel monastero si nascosero invece oltre dieci civili che non potevano tornare a casa a causa della sparatoria. La mattina del 2 agosto la Casa degli Scrittori fu fucilata dai cannoncini antiaerei tedeschi provenienti dal vicino parco Pole Mokotowskie; poco più tardi la Casa venne invasa da un reparto delle SS di circa 20 persone – mandato sul posto probabilmente dalla Stauferkaserne dei dintorni. I militari delle SS accusarono le persone nascoste nel chiostro di aver sparato ai soldati tedeschi. Fatta una perquisizione superficiale, durante la quale non si trovò nessuna prova per sostenere queste accuse, i tedeschi portarono fuori il superiore del convento, padre Edward Kosibowicz, affermando che lui dovesse dargli ulteriori informazioni nel comando. In realtà però lo uccisero al parco Pole Mokotowskie con lo sparo alla parte posteriore della testa[6][11].

Qualche tempo più tardi i polacchi rimasti nel monastero furono accalcati in una piccola camera sotterranea, dopo di che i tedeschi gli lanciarono granate. Poi, per molte ore si dava metodicamente il colpo di grazia ai feriti. Oltre 40 persone restarono vittime del massacro, tra cui 8 preti e 8 frati della Compagnia di Gesù. Le salme degli ammazzati vennero cosparse di benzina e bruciate[Osservazioni 1]. Si salvarano quattordici persone (feriti in maggior parte) che, allontanatisi per un attimo i tedeschi, furono capaci di uscire dal mucchio di corpi e fuggire dal monastero [6][11].

Uccidere i civili[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa agli abitanti di via Madalińskiego ammazzati

I reparti tedeschi in Mokotów, le unità sia delle SS e polizia che della Wehrmacht, nei primi giorni di agosto ripetutamente uscivano fuori per terrorizzare i civili polacchi. Queste operazioni includevano di solito esecuzioni veloci con incendi di case. Già il 2 agosto i militari delle SS, i quali si trovavano nella caserma in via Rakowiecka, arrivarono in via Madalińskiego dove ammazzarono dei civili. Furono allora fucilati almeno decine degli abitanti delle case nn.: 18, 20, 19/21, 22, 23 e 25 (in maggioranza uomini)[4][5].

Oltre a ciò vennero uccisi sei abitanti della casa in via Kazimierzowska 76 (tra cui tre donne e un bambino lattante)[4][5]. Nella casa in via Madalińskiego 27 i tedeschi chiusero dieci uomini in una piccola falegnameria nella quale li bruciarono vivi [4][5].

Lapide commemorativa alle vittime dell’esecuzione sulle scale in via Dworkowa

Il 3 agosto SS-Oberführer Geibel, dopo aver rinforzato con qualche carro armato il reparto di gendarmeria distrettuale di via Dworkowa, ordinò un’operazione di ammazzare la popolazione civile nei dintorni di via Puławska[3]. I gendarmi comandati dall’Oberleutnant Karl Lipscher realizzarono il piano terroristico, spostandosi lungo via Puławska in direzione sud. In via Szustra (oggi via Jarosława Dąbrowskiego) fucilarono circa 40 abitanti delle case nn. 1 e 3[4]. Successivamente raggiunsero via Boryszewska, sparando ai civili che scappavano; i corpi dei fucilati coprirono poi via Puławska e le sue traverse. Quel giorno fu uccisa la maggior parte degli abitanti delle case situate nel quadrilatero delle vie: Puławska – Belgijska – Boryszewska – Wygoda [3][5][12]. Vennero ammazzati almeno 108 residenti di via Puławska: 69, 71 e 73/75, nonché alcune decine di questi di via Belgijska. Tra i morti c’erano tante donne e bambini[4]. Inoltre, i tedeschi con i loro collaborazionisti ucraini sfrattarono in via Puławska 49 e 51 più di 150 persone, in maggioranza donne e bambini. I trattenuti furono disposti in file per tre e portati verso la sede di gendarmeria in via Dworkowa. Quando la colonna fu arrivata sull’orlo della scarpata, alle scale che portavano in via Belwederska (oggi il parco Morskie Oko), i tedeschi disfecero abbattute di filo spinato, suggerendo di lasciare andare i civili sul territorio presidiato dagli insorti. Una parte del gruppo era già scesa quando i gendarmi inaspettatamente aprirono il fuoco con le mitragliatrici. Vennero uccise 80 persone, tanti bambini inclusi[4][5]. Una persona particolarmente crudele durante l’esecuzione fu Edward Malicki (vel Maliszewski), volksdeutsch che faceva il servizio militare per la gendarmeria[6]. Per di più, quel giorno 25 avieri tedeschi ammazzarono nella casa in via Bukowińska 25 il gruppo stimato da 10 a 13 persone[4].

Lapide commemorativa ai membri della famiglia Magiera, uccisi durante l’esecuzione in via Puławska

La mattina del 4 agosto ebbe luogo un attacco fallito di due compagnie del reggimento "Baszta" al comando di gendarmeria in via Dworkowa. Respinti i rivoltosi, i tedeschi decisero di vendicarsi sui civili[2]. I gendarmi di via Dworkowa, appoggiati dal reparto di collaborazionisti ucraini collocati nella scuola in via Pogodna, occuparono strettamente una piccola via Olesińska (la quale c’era di fronte al comando di gendarmeria). Alcune centinaia degli abitanti delle case nn. 5 e 7 furono radunate in cantine e in seguito uccise con le granate. Con il fuoco delle mitragliatrici vennero ammazzati quelli che cercavano di uscire dalle cantine, trasformate allora in fosse comuni[5]. Il numero delle vittime è stimato da 100[4] a 200[2] persone. Questo fu uno dei più grandi crimini tedeschi commessi durante la rivolta di Varsavia in Mokotów[5].

Il 4 agosto venivano pacificate anche le vicinanze di via Rakowiecka. I militari delle SS della caserma Stauferkaserne e gli avieri della caserma in via Puławska invasero case, lanciando granate e sparando alle persone che gli aprivano le porte. Vennero allora uccisi circa 30 abitanti di via Rakowiecka: 5, 9 e 15, nonché almeno 20 di via Sandomierska 19/21 e 23[4]. Gli avieri lasciarono in un palazzo a fuoco due donne ferite, permettendo che esse si bruciassero vive[5].

I tedeschi commisero tanti crimini verso i civili di Mokotów anche il 5 agosto. La sera i militari delle SS e vigili mandati dalla sede della Sicherheitspolizei in Aleja Szucha (viale di Szuch) circondarono la zona situata tra le vie: Puławska – Skolimowska – Chocimska e il mercato di Mokotów[5]. Poi ammazzarono più o menco 100 abitanti delle case in via Skolimowska 3 e 5 nonché circa 80 abitanti di via Puławska 11[4]. Fra le vittime si trovarono alcuni rivoltosi nascosti in questi luoghi, compreso il capitano Leon Światopełk-Mirski "Leon", capo della III Regione del V Distretto dell’AK "Mokotów". Le salme dei fucilati vennero cosparse di benzina e bruciate[5]. Lo stesso giorno gli avieri tedeschi uccisero anche 10-15 persone nascoste nel rifugio in via Bukowińska 61[4].

Nei giorni seguenti i tedeschi continuavano a incendiare case e sgombrare gli abitanti dalle zone di Mokotów conquistate[5]. Ebbero anche luogo fucilazioni di civili. L’11 agosto vennero ammazzati circa 20 residenti del palazzo in Aleja Niepodległości 132/136 (tra cui alcune donne)[13]. Il 21 agosto furono fucilati più o meno 30 abitanti della casa in via Madalińskiego 39/43, il giorno dopo questo accadde a 7 abitanti di via Kielecka 29A[14]. Esistono delle relazioni secondo le quali tra l’agosto e il settembre del 1944, nel settore dei giardini da coltivare in via Rakowiecka, i tedeschi avrebbero fucilato quasi 60 civili; tra cui donne, anziani e bambini[6].

Crimini nell’area della Stauferkaserne[modifica | modifica wikitesto]

Stauferkaserne; vista dalla parte di via Rakowiecka, angolo di via Kazimierzowska

Dal 2 agosto i tedeschi buttavano fuori dalle conquistate zone di Mokotów i cittadini polacchi che abitavano là. Una caserma enorme delle SS in via Rakowiecka 4 (cosiddetta SS-Stauferkaserne)[Osservazioni 2] venne allora trasformata in un carcere provvisorio. Si trattenevano lì soprattutto uomini, trattati come ostaggi, che dovevano osservare una disciplina del campo rigorosa[5]. Difatti, i carcerati polacchi della Stauferkaserne erano trattenuti in condizioni disumane e subivano trattamenti molto brutali. Ricevevano delle razioni di cibo ridotte al minimo (al primo gruppo di loro, per fare un esempio, l’alimentazione venne consegnata solo dopo un giorno), per di più erano regolarmente picchiati[6]. I nazisti forzavano gli uomini a lavori estenuanti, tra l’altro: pulire latrine a mani nude, smontare barricate degli insorti, lavare carri armati, seppellire cadaveri, fare lavori di sterro nell’area della caserma (p.es. scavare i fossi di collegamento), pulire le strade, spostare e scaricare su veicoli oggetti del furto tedesco. L’unico scopo di tanti di questi lavori era infatti di umiliare e far esaurire i detenuti[6]. Le condizioni di vita e di lavoro durissisme condussero presto al totale deperimento dei carcerati, in mezzo ai quali inoltre scoppiò l’epidemia di dissenteria[6].

Nel periodo della rivolta i tedeschi uccisero nella Stauferkaserne almeno 100 polacchi[4]. Il 3 agosto, per esempio, i nazisti scelsero a caso tra i detenuti circa 45 uomini; li divisero nei tre gruppi, ciascuna per 15, e portarono fuori un gruppo dopo l’altro per fucilare gli scelti oltre i confini dell’area di caserma[15]. Il giorno seguente furono uccisi circa 40 uomini della casa situata all’angolo di via Narbutta e Aleja Niepodległości[5][16]. Nella zona della caserma spesso ebbero luogo anche delle esecuzioni singole, di solito per ordine dell’SS-Obersturmführer Patz. Ci fu anche un caso di impiccare in pubblico uno dei detenuti[17]. Oltre a ciò, una parte degli uomini della Stauferkaserne venne deportata con i camion della Gestapo in un luogo sconosciuto, dove le tracce dei carcerati si persero. Probabilmente furono ammazzati vicino alla sede della Sipo in Aleja Szucha. Le donne di Mokotów trattenute nella caserma vennero invece spinte avanti, seguite da carri armati, in direzione delle barricate dei rivoltosi[5][18].

Pacificazione di Sadyba[modifica | modifica wikitesto]

Sadyba[Osservazioni 3], una parte di Mokotów, a partire dal 19 agosto rimaneva presidiata dai reparti dell’AK arrivati da Lasy Chojnowskie. Sadyba, essendo nelle mani polacche, proteggeva da sud le posizioni degli insorti in Mokotów Inferiore (in polacco: Dolny Mokotów). Il generale Günther Rohr, capo delle forze tedesche nei quartieri di Varsavia sud, ottenne dall’SS-Obergruppenführer Bach ordine di conquistare Sadyba, il che sarebbe stato il primo passo per cacciare gli insorti dalle rive della Vistola[1]. Per questo i reparti tedeschi dal 29 agosto attaccavano Sadyba. La zona veniva intensamente bombardata dall’aviazione tedesca ed era sotto il fuoco dell’artiglieria pesante. Il 2 settembre i reparti di Rohr, attaccando da diverse parti, riuscirono dopotutto a prendere Sadyba. Circa 200 difenditori vennero uccisi. Solo pochi dell’AK furono in grado di ritirarsi nell’area degli insorti in Mokotów[1].

Dopo aver conquistato Sadyba, i tedeschi ammazzarono tutti i rivoltosi fatti prigionieri; dando poi il colpo di grazia ai feriti[1][5]. Furono commessi tanti crimini anche verso la popolazione civile. I soldati tedeschi, soprattutto quelli dai gruppi appiedati della Luftwaffe, lanciavano granate nelle cantine in cui si nascondevano civili, nonché facevano esecuzioni immediate non solo dei giovani uomini sospetti di partecipare alla rivolta, ma anche di donne, anziani e bambini. In una delle fosse comuni vennero più tardi trovati i corpi di otto donne nude che avevano le mani legate con il filo spinato[1][5]. Caduta Sadyba, furono uccisi tra l’altro perlomeno 80 abitanti delle vie: Podhalańska, Klarysewska e Chochołowska[4]. Una delle vittime di questa strage fu Józef Grudziński, attivista del movimento popolare e vicedirettore della Rada Jedności Narodowej (cioè Consiglio dell’Unità Nazionale) clandestina[5]. Dalle deposizioni dei testimoni risulta che i soldati tedeschi uccidendo la popolazione di Sadyba si riferivano agli ordini del comando di eliminare tutti gli abitanti di Varsavia[1].

Alla fine i tedeschi radunarono nel Forte di Piłsudski (in polacco: Fort Piłsudskiego) alcune migliaia dei civili rimasti ancora vivi, che furono però salvati grazie all’intervento di un generale tedesco[12]. Il generale potrebbe essere stato l’SS-Obergruppenführer Bach stesso, il quale scrisse quel giorno nel suo diario che era andato «lungo le migliaia di prigionieri e civili» facendo «discorsi ferventi» nei quali garantiva a essi la vita[19]. Nonostante ciò, nella zona del forte venne ammazzata una quantità degli uomini giovani sospetti della partecipazione alla rivolta[12].

Caduta di Mokotów[modifica | modifica wikitesto]

Popolazione civile mentre buttata fuori da Mokotów

Il 24 settembre 1944 i reparti tedeschi diedero un assalto generale a Mokotów Superiore. Dopo quattro giorni di lotte accanite ebbe luogo la caduta del quartiere[1]. Come in altri quartieri di Varsavia, i soldati tedeschi ammazzarono il personale medico e i feriti nei conquistati ospedali per gli insorti. Il 26 agosto vennero fucilati oppure bruciati vivi più di dieci feriti dell’ospedale per i rivoltosi in via Czeczota 17 e nel posto di medicazione in via Czeczota 19[4]. Lo stesso giorno i tedeschi fucilarono l’infermiera Ewa Matuszewska detta "Mewa" (lo pesudonimo in italiano significa "Gabbiano") all’ospedale per gli insorti in Aleja Niepodległości 117/119; un numero sconosciuto dei feriti venne ucciso con le granate[5]. Dopo la resa di Mokotów (il 27 settembre) l’SS-Obergruppenführer Bach assicurò la salvazione ai rivoltosi catturati. Malgrado ciò i nazisti uccisero una quantità non definita dei polacchi gravemente feriti e coricati nelle cantine di case in via Szustra (un tratto tra le vie Bałuckiego e Puławska), nonché incendiarono l’ospedale in via Puławska 91, per cui morirono più di 20 persone[4][12].

I tedeschi cacciavano via, in un modo brutale, gli abitanti delle zone di Mokotów espugnate, abbandonandosi nello stesso tempo ai saccheggi e incendi dolosi[1]. In via Kazimierzowska vennero fucilati oltre 70 uomini sospetti di partecipare alla rivolta[4]. Dopo la battaglia i tedeschi radunarono all’ippodromo di Służewiec la popolazione civile e insorti feriti; poi li deportarono al campo transitorio di Pruszków[1].

Esecuzione in via Dworkowa[modifica | modifica wikitesto]

Uno degli insorti preso nei dintorni di via Dworkowa

Pochi giorni dell’assalto tedesco bastarono per capire che, a causa della superiorità del nemico, la caduta del quartiere era inevitabile. La sera del 26 settembre per ordine del capo della difesa di Mokotów, il tenente colonnello Józef Rokicki "Daniel", i reparti della X Divisione di Fanteria dell’AK iniziarono l’evacuazione tramite i canali di Śródmieście, quartiere che apparteneva ancora agli insorti polacchi[1].

Durante quest’evacuazione caotica una parte degli insorti si perse nei canali e, dopo alcune decine di ore di una marcia faticosa, uscì da un tombino sulla zona occupata dai tedeschi. Gli insorti catturati vennero allora portati insieme ai civili al comando di gendarmeria in via Dworkowa. I tedeschi separarono lì dal resto dei catturati la popolazione civile nonché una parte di infermiere e donne staffetta; ai soldati dell’AK presi dettero di mettersi in ginocchio presso un steccato sull’orlo della scarpata vicina. Dopo che uno dei rivoltosi, non reggendo la tensione, ebbe provato a riprendere un’arma da una guardia tedesca, vigili della Schutzpolizei fucilarano tutti i soldati dell’AK catturati[1][5]. Circa 140 prigionieri restarono vittime del massacro[20].

Altri 98 insorti, presi dopo esser usciti da canali, vennero fucilati in via Chocimska[4]. Prima dell’esecuzione i tedeschi torturavano i prigionieri forzandoli a stare inginocchiati con le mani alzate in alto e colpendoli con calci dei fucili[21].

Responsabilità dei colpevoli[modifica | modifica wikitesto]

L’8 agosto 1944, quindi ancora durante la rivolta, i soldati dell’AK catturarono per caso l’SS-Untersturmführer Horst Stein, il quale aveva condotto il massacro in via Olesińska quattro giorni prima. Stein fu portato davanti alla corte marziale degli insorti e in seguito condannato alla morte. La sentenza fu realizzata[5].

Nel 1954 il Tribunale del Voivodato per la città di Varsavia condannò all’ergastolo l’SS-Brigadeführer Paul Otton Geibel, che aveva ufficialmente comandato i reparti delle SS e polizia, colpevoli di numerosi crimini in Mokotów nei primi giorni dell’agosto del 1944. Il 12 ottobre 1966 Geibel si suicidò nel carcere di Mokotów[22]. Il dottor Ludwig Hahn, comandante dell’SD e della polizia di sicurezza a Varsavia, il quale aveva guidato i tedeschi insieme a Geibel durante la difesa del "quartiere di polizia" (in polacco: "dzielnica policyjna"), visse per molti anni ad Amburgo sotto il suo vero nome. Venne citato in giudizio solo nel 1972 e, dopo un anno di processo, condannato a 12 anni di reclusione; durante la revisione del processo la giuria di Amburgo contestò quel verdetto cambiandolo nell’ergastolo (1975). Hahn però uscì di prigione nel 1983; tre anni più tardi morì[23].

Nel 1980 un tribunale a Colonia dichiarò l’SS-Obersturmführer Martin Patz, comando del 3o battaglione di scorta dei granatieri corazzati delle SS, colpevole dell’omicidio di 600 detenuti della prigione di Mokotów e lo condannò a 9 anni di reclusione. Karl Misling, giudicato durante lo stesso processo, ebbe una sentenza di 4 anni[24].

Osservazioni[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Insieme ai morti furono allora bruciati vivi anche i gravemente feriti che si trovavano ancora sul posto della strage.
  2. ^ L’edificio anteguerra del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito Polacco.
  3. ^ In quel periodo chiamata anche il "Giardino Città Czerniaków" (in polacco: "Ogród Miasto Czerniaków")

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l Adam Borkiewicz: Powstanie warszawskie. Zarys działań natury wojskowej. Warszawa: Instytut Wydawniczy „Pax”, 1969.
  2. ^ a b c d Adam Borkiewicz: Powstanie warszawskie. Zarys działań natury wojskowej. Warszawa: Instytut Wydawniczy „Pax”, 1969. p. 82
  3. ^ a b c d e f Przygoński, Antoni., Powstanie Warszawskie w sierpniu 1944 r., Państwowe Wydawn. Nauk, 1980 dr. ukończ. 1979, ISBN 830100293X, OCLC 6395787. URL consultato il 12 luglio 2018.
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Maja Motyl, Stanisław Rutkowski: Powstanie Warszawskie – rejestr miejsc i faktów zbrodni. Warszawa: GKBZpNP-IPN, 1994.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y Bartelski, Lesław M., Mokotów 1944, Wyd. 3., popr. i uzup, Wydawn. Ministerstwa Obrony Narodowej, 1985, ©1986, ISBN 8311070784, OCLC 16227612. URL consultato il 12 luglio 2018.
  6. ^ a b c d e f g h i Szymon Datner, Kazimierz Leszczyński (red.): Zbrodnie okupanta w czasie powstania warszawskiego w 1944 roku (w dokumentach). Warszawa: wydawnictwo MON, 1962.
  7. ^ Lesław M. Bartelski: Mokotów 1944. Warszawa: wydawnictwo MON, 1986. ISBN 83-11-07078-4. p. 189
  8. ^ Lesław M. Bartelski: Mokotów 1944. Warszawa: wydawnictwo MON, 1986. ISBN 83-11-07078-4. p. 277
  9. ^ Lesław M. Bartelski: Mokotów 1944. Warszawa: wydawnictwo MON, 1986. ISBN 83-11-07078-4. p. 278
  10. ^ Lesław M. Bartelski: Mokotów 1944. Warszawa: wydawnictwo MON, 1986. ISBN 83-11-07078-4. p. 278-279
  11. ^ a b Paluszkiewicz, Felicjan., Masakra w klasztorze, Wydawn. "Rhetos", 2003, ISBN 8391784916, OCLC 53158204. URL consultato il 12 luglio 2018.
  12. ^ a b c d Ludność cywilna w powstaniu warszawskim. T. I. Cz. 2: Pamiętniki, relacje, zeznania. Warszawa: Państwowy Instytut Wydawniczy, 1974.
  13. ^ Maja Motyl, Stanisław Rutkowski: Powstanie Warszawskie – rejestr miejsc i faktów zbrodni. Warszawa: GKBZpNP-IPN, 1994. p. 102
  14. ^ Maja Motyl, Stanisław Rutkowski: Powstanie Warszawskie – rejestr miejsc i faktów zbrodni. Warszawa: GKBZpNP-IPN, 1994. pp. 69, 87
  15. ^ Szymon Datner, Kazimierz Leszczyński (red.): Zbrodnie okupanta w czasie powstania warszawskiego w 1944 roku (w dokumentach). Warszawa: wydawnictwo MON, 1962. p. 116
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  17. ^ Szymon Datner, Kazimierz Leszczyński (red.): Zbrodnie okupanta w czasie powstania warszawskiego w 1944 roku (w dokumentach). Warszawa: wydawnictwo MON, 1962. pp. 110-112, 117, 123
  18. ^ Szymon Datner, Kazimierz Leszczyński (red.): Zbrodnie okupanta w czasie powstania warszawskiego w 1944 roku (w dokumentach). Warszawa: wydawnictwo MON, 1962. pp. 110, 117
  19. ^ Sawicki, Tadeusz (1924-1999)., Rozkaz: zdławić powstanie : Niemcy i ich sojusznicy w walce z Powstaniem Warszawskim, Bellona, cop. 2010, ISBN 9788311118928, OCLC 750670136. URL consultato il 12 luglio 2018.
  20. ^ Marek Getter. Straty ludzkie i materialne w Powstaniu Warszawskim. „Biuletyn IPN”. 8-9 (43-44), sierpień–wrzesień 2004. p. 66
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  22. ^ Władysław Bartoszewski: Warszawski pierścień śmierci 1939–1944. Warszawa: Interpress, 1970. p. 424
  23. ^ Kopka, Bogusław., Konzentrationslager Warschau : historia i następstwa, Instytut Pamięci Narodowej--Komisja Ścigania Zbrodni przeciwko Narodowi Polskiemu, 2007, ISBN 9788360464465, OCLC 182540468. URL consultato il 12 luglio 2018.
  24. ^ Friedo Sachser. Central Europe. Federal Republic of Germany. Nazi Trials. „American Jewish Year Book”. 82, 1982 p. 213

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lesław M. Bartelski: Mokotów 1944. Warszawa: wydawnictwo MON, 1986. ISBN 83-11-07078-4.
  • Władysław Bartoszewski: Warszawski pierścień śmierci 1939–1944. Warszawa: Interpress, 1970.
  • Adam Borkiewicz: Powstanie warszawskie. Zarys działań natury wojskowej. Warszawa: Instytut Wydawniczy „Pax”, 1969.
  • Szymon Datner, Kazimierz Leszczyński (red.): Zbrodnie okupanta w czasie powstania warszawskiego w 1944 roku (w dokumentach). Warszawa: wydawnictwo MON, 1962.
  • Szymon Datner: Zbrodnie Wehrmachtu na jeńcach wojennych w II wojnie światowej. Warszawa: Wydawnictwo MON, 1961.
  • Marek Getter. Straty ludzkie i materialne w Powstaniu Warszawskim. „Biuletyn IPN”. 8-9 (43-44), sierpień–wrzesień 2004.
  • Bogusław Kopka: Konzentrationslager Warschau. Historia i następstwa. Warszawa: Instytut Pamięci Narodowej, 2007. ISBN 978-83-60464-46-5.
  • Maja Motyl, Stanisław Rutkowski: Powstanie Warszawskie – rejestr miejsc i faktów zbrodni. Warszawa: GKBZpNP-IPN, 1994.
  • Felicjan Paluszkiewicz: Masakra w Klasztorze. Warszawa: wydawnictwo Rhetos, 2003. ISBN 83-917849-1-6.
  • Antoni Przygoński: Powstanie warszawskie w sierpniu 1944 r. T. I. Warszawa: PWN, 1980. ISBN 83-01-00293-X.
  • Friedo Sachser. Central Europe. Federal Republic of Germany. Nazi Trials. „American Jewish Year Book”. 82, 1982.
  • Tad eusz Sawicki: Rozkaz zdławić powstanie. Niemcy i ich sojusznicy w walce z powstaniem warszawskim. Warszawa: Bellona, 2010.ISBN 978-83-11-11892-8.
  • Ludność cywilna w powstaniu warszawskim. T. I. Cz. 2: Pamiętniki, relacje, zeznania. Warszawa: Państwowy Instytut Wydawniczy, 1974.