Sepolcro dei Domizi

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Coordinate: 41°54′40.96″N 12°28′35.21″E / 41.911378°N 12.476447°E41.911378; 12.476447

Roma, Piazza del Popolo in un'incisione del XVIII secolo di Gianbattista Piranesi

Il Sepolcro dei Domizi, anche detto Mausoleo dei Domizi Enobarbi, è un'antica tomba della prima età imperiale, le cui vestigia sono situate a Roma, al di sotto della basilica di Santa Maria del Popolo, alle pendici del Pincio.

Qui vennero sepolte le ceneri di Nerone, che erano conservate in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense[1].

La distruzione del sepolcro[modifica | modifica wikitesto]

La distruzione del mausoleo avvenne, agli inizi del XII secolo, per volere di Papa Pasquale II, allo scopo di eliminare la memoria popolare di Nerone che ancora sopravviveva ad oltre un millennio dalla morte. Pasquale II era uomo particolarmente superstizioso, ossessionato dai corvi che volteggiavano sul noce secolare piantato nelle adiacenze della tomba dei Domizi Enobarbi. Egli era terrorizzato dall'idea che quei corvi fossero demòni in attesa della reincarnazione dell'imperatore Nerone, da secoli identificato come l'anticristo.

Giovan Battista Piranesi, la presunta tomba di Nerone sulla Via Cassia

La convinzione di Pasquale era nata dallo strampalato sillogismo di alcuni autori cristiani come Vittorino, Commodiano e Sulpicio Severo, che avevano messo in relazione il passo 13-15 dell'Apocalisse di Giovanni "Bestia il cui numero è 666" con il fatto che sommando il valore numerico delle lettere che compongono le parole "Nerone Cesare" in lingua ebraica, si ottiene il numero 666.

Al di là di tali convinzioni di Pasquale, la tomba era divenuta un problematica seria che affliggeva soprattutto il popolo di Roma. La paura che Nerone potesse tornare dagli inferi nella figura di Anticristo era una credenza popolare che l'élite degli intellettuali cristiani guardava con sospetto; nell'opera agostiniana De Civitate Dei l'autore scrive "vi sono perciò persone che affermano che Nerone risorgerà e diventerà l'Anticristo [...] Quanto a me, sono assai stupito della grande presunzione di coloro che azzardano simili congiutture". Dunque tale credenza popolare radicatasi dal tardo terzo secolo, risultò fastidiosa ai capi della Chiesa.

È difficile sapere con certezza il motivo; se per una personale convinzione di ritorno dall'Aldilà del matricida, se per mitigare le credenze del popolo o addirittura evitare possibili venerazioni, il Papa fece radere al suolo il mausoleo dei Domizi Enobarbi e tagliare il noce secolare. Al loro posto, fu eretta una cappella: nucleo originario di quella che oggi, dopo varie trasformazioni e ampliamenti, è la basilica di Santa Maria del Popolo, in Piazza del Popolo a Roma. Le ceneri di Nerone, con tutta probabilità, furono invece gettate nel fiume Tevere.

Successivamente venne diffusa la voce che i resti di Nerone fossero stati traslati in un mausoleo sulla via Cassia, fuori dalle mura cittadine. Forse le autorità speravano nella distanza per scoraggiare l'annuale pellegrinaggio che, al contrario, continuò. Tant'è che a tutt'oggi la zona è denominata Tomba di Nerone, sebbene l'epigrafe latina indichi chiaramente essere il sepolcro del prefetto Publio Vibio Mariano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Svetonio, Nero 50.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1984.
  • Massimo Fini, Nerone, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993.
  • Edward Champlin, Nerone, Editori Laterza, 2010.