Le stagioni (Haydn)

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Le stagioni
Compositore Joseph Haydn
Tipo di composizione Oratorio
Numero d'opera Hob. XXI:3
Epoca di composizione 1799-1801
Prima esecuzione VIenna, Palazzo Schwarzenberg, 24 aprile 1801 (esecuzione in forma semi-privata); Vienna, Redoutensaal, 29 maggio 1801 (prima esecuzione pubblica)
Pubblicazione Lipsia, Breitkopf und Härtel, 1802
Autografo preduto

Le stagioni (Die Jahreszeiten) è un oratorio di Joseph Haydn, su libretto di Gottfried van Swieten derivato dal poema Stagioni di James Thomson.

L'opera si compone di 4 parti, ciascuna dedicata a una stagione, e comprende 44 numeri tra recitativi secchi e accompagnati, arie, duetti, terzetti e cori. Fu eseguito per la prima volta privatamente a Vienna il 24 aprile 1801 e pubblicamente presso la Redoutensaal nella Hofburg di Vienna il 29 maggio. Nel 1808 avviene la prima all'Università di Vienna diretta da Antonio Salieri. Nel 1811 avviene la prima nel Conservatorio Giovanni Battista Martini di Bologna con Gioachino Rossini maestro al cembalo, nel 1935 nel Teatro della Pergola di Firenze diretto da Vittorio Gui con Maria Caniglia, nel 1943 nel Teatro La Fenice di Venezia diretta da Gui con Gabriella Gatti, Francesco Albanese e Luciano Neroni, nel 1989 nel Teatro Verdi (Firenze), nel 1990 nel Teatro Comunale di Firenze e nel 2000 nell'Auditorium della RSI (azienda) di Lugano.

Organico orchestrale[modifica | modifica wikitesto]

La partitura di Haydn prevede l'utilizzo di:

Citazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Una fertilità d'invenzione, una ricchezza di coloriti che hanno del prodigioso, e certi effetti di cui i nostri amatori attribuiscono l'invenzione a Mendelssohn e Schumann esistono già in quest'opera meravigliosa. (Camille Saint-Saëns)
  • Vi sono delle arie e dei concertati piuttosto lunghi e tediosi, e degli effetti descrittivi alquanto infantili. Ma accanto a questi, e in compenso, l'opera conta pagine incantevoli, ricche di una freschezza e di una grazia che il tempo non ha corrotto, preludi orchestrali di una coloritura deliziosa e di una ingegnosità di scrittura che si rivela ancor oggi originale dopo tutte le raffinate audacie dei moderni, e infine cori d'un vigore e d'una vivezza da non temer confronti. (Paul Dukas)
  • Sono una specie di Georgiche laicizzate, senza la segreta malinconia del poeta antico e il «mortalibus aegris» di Virgilio. (Jules Combarieu)
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