Il male oscuro (romanzo)

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« Penso che questa storia della mia lunga lotta col padre, che un tempo ritenevo insolita per non dire unica, non sia in fondo tanto straordinaria se come sembra può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti [...] »
(Il male oscuro)
Il male oscuro
Autore Giuseppe Berto
1ª ed. originale 1964
Genere Romanzo
Lingua originale italiano

Il male oscuro è un romanzo del 1964 di Giuseppe Berto. Esso ripercorre autobiograficamente la vita dell'autore alla ricerca delle radici della sua sofferenza. Si aggiudicò in una sola settimana due premi letterari prestigiosi: il Premio Viareggio e il Premio Campiello.

L'analisi del vissuto dell'autore è condotta mediante l'uso del flusso di coscienza (stream of consciousness) senza interposizioni narrative, a differenza de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, in cui invece l'autore triestino ricorreva all'uso di meccanismi di intertestualità presentando l'opera sotto forma di memoriale pubblicato dal Dottor S. (analista di Zeno) per vendicarsi del fatto che il suo paziente si sarebbe sottratto alle necessarie cure psicoanalitiche. Dal canto suo, Giuseppe Berto nel romanzo rivela i diversi avvenimenti della sua infanzia, in primo luogo il suo rapporto difficile con il padre (che lo spinge verso la depressione in seguito alla morte del genitore) e poi il suo complesso di Edipo, quindi l'ambigua e latente conflittualità sessuale nonché lo smodato desiderio di gloria del protagonista, a sua volta all'origine di forti sensi di colpa. La trama segue la descrizione dell'attuale stato della malattia (che dura complessivamente un decennio), il matrimonio e la nascita della figlia Augusta, in un continuo alternarsi di flashback. La costante ricerca di medici più o meno esperti, dopo varie vicissitudini, spinge il protagonista a rivolgersi a uno psicoanalista (Nicola Perrotti, anonimo nel romanzo) che risolverà in parte i suoi problemi, fino al tradimento della moglie e al ritiro dell'autore in Calabria.

La prosa, volutamente povera di punteggiatura, rende lo scritto un ininterrotto flusso di coscienza, riproducendo l'instabilità interiore del tempo codificato e l'idea di quel che l'autore avrebbe potuto dire, in sede di analisi, proprio al suo psicanalista. Berto riesce a privare di sistematicità la trama autobiografica, dissolvendo la struttura narrativa e rendendo il suo libro una novità assoluta.

Da quest'opera è anche stato tratto un film omonimo, diretto nel 1989 da Mario Monicelli.

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