Concilio di Epaon

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Il Concilio di Epaon fu un concilio nazionale della Chiesa cattolica presso i Burgundi, tenutosi nel 517 ad Epaon, oggi Saint-Romain-d'Albon (molto più probabilmente nei pressi del monastero di Agaune la cui prossimità, se si accoglie questa localizzazione, potrebbe essere una ragione dello spazio che il concilio riserva alle questioni monastiche).[1] Fu presieduto da Alcimo Avito, arcivescovo di Vienne. Pare che questo non sia stato il primo concilio della Chiesa cattolica burgunda, anche se, per la sua importanza, è il primo che la tradizione ci ha tramandato.[1] Il concilio sancì il passaggio all'ortodossia nicena del popolo burgundo.[1] Come il concilio di visigoto di Agde e quello franco d'Orleans,fu un'assemblea di dimensione e impostazione nazionale[2], ma con la differenza che non venne convocata dal sovrano Sigismondo, da poco sovrano unico.[1] Il desiderio del sovrano era di incrementare la fusione del suo popolo con quello gallo-romano facendo leva su una politica religiosa di conciliazione.[1]

Principali decisioni[modifica | modifica wikitesto]

È ricordato per aver proibito per la prima volta gli altari lignei, esigendone la costruzione in pietra [3].

Il Concilio, nel canone XVI, permise agli eretici battezzati di essere ammessi nella Chiesa attraverso un rito di unzione crismale [4]. Questa pratica era già diffusa in Oriente, mentre in Italia l'ammissione avveniva attraverso l'imposizione delle mani. [5]

Inoltre vietò in tutto il regno l'ordinazione di diaconesse.[6]

Altri canoni proibivano la frequentazione di banchetti israelitici (canone XV) e agli ecclesiastici la caccia.

Ebbe conseguenze politiche la proibizione per i vedovi di sposare i parenti del congiunto. Stefano, ministro del re Sigismondo, sposò la sorella della defunta moglie e fu scomunicato. Il Re allora si infuriò con i vescovi, minacciandoli, e fu anch'egli scomunicato [7].

Elenco dei partecipanti[modifica | modifica wikitesto]

Al concilio presero parte i rappresentanti di 25 Chiese del regno dei Burgundi, comprendente un territorio (Gallia sud-orientale) che superava abbondantemente la giurisdizione del metropolita Avito e che coincideva piuttosto con l'area occupata fino ad un anno prima dai Burgundi, durante il loro apogeo territoriale.[1] Essi vennero convocati tramite lettera dai metropoliti Avito e Vivenziolo.[1] In queste lettere e negli atti del concilio non appare sorprendentemente il nome del re o un qualunque riferimento alla sua benevolenza e al patrocinio regi che hanno contribuito all'iniziativa.[1] I due vescovi non sentono l'esigenza di fare un ufficiale ossequio nei confronti di Sigismondo.[1][8] Avito invece non tralascia di fare riferimento alle regole canoniche e all'autorità della sede romana, sottolineando l'importanza del momento collegiale e invitando i vescovi a non mancare all'appello.[1] Nella lettera di Vivenziolo vi è una forte apertura ai laici, che sono invitati a partecipare in qualità di uditori ai lavori conciliari, per far sì che la comunità dei fedeli possa essere rapidamente messa al corrente delle decisioni prese.[1]

Questo è l'elenco delle 25 sottoscrizioni agli atti conciliari come riportato da Mansi nell'ottavo volume della sua Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k Rossana Barcellona, Concili "nazionali" e sotterranee rivoluzioni. Agde 506, Orléans 511, Épaone 517, in Reti Medievali, 18, 1 (2017), Firenze university Press, ISSN 1593-2214 (WC · ACNP).
  2. ^ La maggior parte dei canoni del concilio si rifanno inoltre a questi due concili.
  3. ^ (EN) History of the Christian Altar, in Catholic Encyclopedia, New York, Encyclopedia Press, 1913.
  4. ^ «Presbyteros, . . . si conversionem subitam petant, chrismate subvenire permittimus»
  5. ^ (EN) Abjuration, in Catholic Encyclopedia, New York, Encyclopedia Press, 1913.
  6. ^ Texts on Ordination of Women
  7. ^ J. Favrod, Les Burgondes, Collection «Le savoir suisse», Presses polytechniques et universitaires romandes, Lausanne 2002, p. 106-108
  8. ^ L'unica menzione del re avviene nel canone 18. Egli è definito con i sostantici "dominus" e "princeps" e gli aggettivi "noster" e "gloriosissimus" che esaltano la sua regalità ma la sua autorità è implicitamente sottoposta alla legge ecclesiastica.
  9. ^ Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, VIII, Firenze 1762, coll. 564-565.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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