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Battaglia di Uhud

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Battaglia di Uhud
parte prime battaglie islamiche
Battle of Auhad.png
Schema della battaglia
Data 15 shawwāl del 3 E.
23 marzo 625
Luogo Pendici del monte Uhud (Medina)
Causa vendetta dei pagani meccani dopo Badr
Esito vittoria meccana
Modifiche territoriali nessuna
Schieramenti
musulmani (Muhājirūn e Anṣār di Medina) e qualche pagano anti-meccano pagani meccani e loro alleati (Aḥābīsh)
Comandanti
Maometto
Ali ibn Abi Talib, Usayd ibn Hudaiyr e Al Hubab ibn Al- Munzir
Abu Sufyan, Khālid b. al-Walīd
e ʿIkrima b. Abī Jahl
Effettivi
700 uomini 3.000 uomini
Perdite
65 uomini, tra cui
Ḥamza b. ʿAbd al-Muṭṭalib e Mus'ab ibn 'Umayr
22 uomini circa
Prima sconfitta musulmana della storia
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La battaglia di Uḥud (in arabo: غزوة أحد‎, Ghazwat Uḥud) è direttamente collegabile alla vittoria dei musulmani a Badr ai danni di una carovana della Mecca e degli uomini della sua scorta.

Dopo questo smacco, i maggiorenti della Mecca cercarono infatti una rivincita che potesse infine sradicare la Comunità islamica (Umma) che si era costituita a Yathrib.

Armarono quindi un forte contingente, al comando di Khālid b. al-Walīd e lo spedirono contro la città-oasi per impartire una dura lezione ai musulmani fuoriusciti (Muhājirūn e ai convertiti medinesi (Anṣār).

Malgrado la riottosità del profeta Maometto che si rendeva conto del suo stato di debolezza numerica e il mancato intervento degli ebrei di Medina (come previsto invece dalla Costituzione di Medina), i più giovani fra i musulmani e i più zelanti fra loro insistettero per accettare battaglia. A costringere i Medinesi ad accettare una battaglia che era evidentemente impari fu anche la distruzione operata dai meccani del raccolto di orzo ormai maturo che cresceva nella piana di al-ʿIrḍ (di proprietà dei Banū ʿAbd al-Ašhal), sita fra le pendici del monte Uḥud e la zona di al-Jurf. Le cavalcature meccane cominciarono infatti a pascolare in quella piana e i Medinesi premettero perché i musulmani reagissero.
Lo scontro avvenne il 31 marzo 625 sotto il monte Uhud e lì Maometto appostò un gruppo di 50 arcieri, al comando del Sahib ʿAbd Allāh b. Jubayr, con l'ordine di non abbandonare la posizione qualsiasi cosa fosse successa.

Khālid invece si appostò di fianco al monte con l'ala destra della cavalleria (la sinistra era comandata da ʿIkrima b. Abī Jahl) e inviò suoi uomini appiedati ad impegnare gli arcieri, dando loro ordine di retrocedere al momento opportuno per invogliare i musulmani a staccarsi dalla loro posizione difensiva.

Quando un arretramento vi fu - vero o simulato - i musulmani furono presi da incontenibile desiderio di razziare l'accampamento meccano[1] e si lanciarono all'inseguimento di quanti sembravano ormai in rotta. La cavalleria di Khālid li colpì allora di fianco e la disfatta musulmana fu totale.

Rimase ferito lo stesso profeta Maometto, colpito da una pietra, scagliatagli contro da uno degli Aḥābīsh, Ibn Qamīʾa al-Ḥārithī al-Laythī, che gli ruppe il naso e un incisivo, oltre a ferirgli il volto. Il suo tramortimento lo salvò, perché fu preso per morto.
Ḥamza b. ʿAbd al-Muṭṭalib, per canto suo, uccise con un preciso colpo di freccia alla testa Sibāʿ b. ʿAbd al-ʿUzzā, detto Abū Niyār,[2] antico padrone di Khabbāb ibn al-Aratt. Interessante l'insulto che lanciò al suo avversario prima di colpirlo a morte: "Vieni, o figlio di un'amputatrice di clitoridi!" (Halumma ilayyī yā ibn muqaṭṭiʿa al-buẓūr),[3] che denuncia l'evidente uso nel periodo preislamico della pratica - non si sa quanto diffusa - della clitoridectomia, poi vietata dalla giurisprudenza islamica.[4]
Poco dopo il giovane zio del Profeta rimase a sua volta ucciso dalla zagaglia dell'abissino Waḥshī ibn Ḥarb e dal suo ventre squarciato la moglie di Abū Sufyān, Hind (che aveva avuto il padre Utba ibn Rabi'a ucciso a Badr) estrasse il fegato cui dette un morso, sputandolo poi via, appagata per la sua belluina vendetta.
I vincitori si abbandonarono ad atti di mutilazione dei caduti, secondo l'uso dei tempi ma Maometto (che inizialmente aveva decretato si uccidessero 25 meccani, come rappresaglia per la morte del giovane suo zio) decise invece quasi subito di non dar corso a quel genere di vendetta, affermando che Allāh[5] aveva posto sotto la propria protezione i prigionieri.

Tra i caduti musulmani vi fu anche Mus'ab ibn 'Umayr (che aveva predicato l'Islam a Yathrib prima dell'Egira) e il cugino materno del Profeta, Abd Allah ibn Jahsh.
Tra le file dei musulmani combatté anche Abū l-Ghaydāq Quzmān, forse ebreo secondo Leone Caetani[6] o pagano. Lo stesso profeta lo aveva forse per questo definito come "appartenente al popolo dell'Inferno" (Innahu li-man ahl al-Nār).[7] Si batté valorosamente, uccidendo sette o otto politeisti che combattevano nei ranghi meccani e dei loro alleati, tra cui Khālid b. al-Aʿlam al-ʿUqaylī e al-Walīd b. al-ʿĀṣ b. Hishām. Quando Quzmān fu infine ferito a sua volta e prima di togliersi la vita appoggiandosi sulla punta della propria spada, alle lodi che gli rivolgeva un musulmano, replicò: "Perdio! Non ho combattuto altro che per l'onore [lett. "i meriti"] del mio popolo".[8]

L'esercito meccano si ritirò dal campo di battaglia e incautamente non si dedicò all'annientamento del nemico, visti i vincoli di parentela e di clientela che legavano la Mecca e Yathrib, decidendo di tornare rapidamente in patria, probabilmente anche per l'aggravarsi preoccupante di problemi logistici.

Subito dopo la disfatta Maometto attuò l'espulsione del gruppo ebraico dei Banū Naḍīr da Medina e il Corano attribuì la sconfitta alla disubbidienza dei musulmani agli iniziali propositi del loro Profeta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Al grido di "Bottino! Bottino!" essi si staccarono dalla loro forte posizione difensiva, secondo la testimonianza di Mālik b. ʿAmr, dei B. al-Najjār (Ṭabarī, al-Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk (Storia dei profeti e dei re, f. 1383).
  2. ^ Ibn Hishām, Sīrat rasūl Allāh, 2 voll., Il Cairo, Muṣṭafā al-Bābī al-Ḥalabī, 1955, II, p. 68.
  3. ^ Ibn Isḥāq, op. cit..
  4. ^ Parallela probabilmente alla circoncisione maschile e che sopravvive in qualche paese islamico (parte dell'Egitto e Corno d'Africa) come antico retaggio culturale e non come pratica "raccomandata" (sunna) dall'Islam, come invece avviene per la circoncisione maschile.
  5. ^ Si veda Cor., XVI:126-128.
  6. ^ Annali dell'Islām, I, p. 560, § 48.
  7. ^ Ibn Isḥāq, op. cit., II, p. 88.
  8. ^ Ibidem Fa-wa-llāhi in qātaltu illā ʿan aḥsāb qawmī.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ibn Isḥāq/Ibn Hishām, Sīrat rasūl Allāh, 2 voll., Il Cairo, Muṣṭafā al-Bābī al-Ḥalabī, 1955.
  • Idem, The Life of Muhammad (trad. di A. Guillaume della Sīrat rasūl Allāh), Oxford, O.U.P., 1978.
  • Ṭabarī, al-Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk (Storia dei profeti e dei re), Muḥammad Abū l-Faḍl Ibrāhīm (ed.), Il Cairo, Dār al-maʿārif, 1969-77.

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